Poesia autunnale con saluti e baci
Novembre
Calpesterai un milione di foglie.
Certi giorni ti dispiacerà
Ti sembrerà di fare uno sgarbo
A tutti i sentimenti
Certi altri invece
Ti sembreranno un tappeto
Su cui esibire il passo dei re
Oggi c’erano due ragazzi
Ad aprirmi il cammino
Dieci metri avanti
Lei ogni tanto lo guardava
Come si guarda una ciliegia matura
Lui già sapeva, senza guardarla
Prende il telefono
E le infila poco delicatamente
un auricolare nell’orecchio
Ma sono troppo grandi, allora
Lei gli tiene la mano sull’orecchio
Mentre ascolta la canzone dell’anno
Guarda in terra poi sugli alberi
Eviterà il suo sguardo per tutta la durata della canzone
Sorriderà molto
Stringerà le dita intorno alla mano di lui
Fino a far diventare le punte delle dita bianche
Ed il suo orecchio rosso
Ad un tratto
Un pensiero come una verità assoluta
Si fa largo mentre li osservo scomparire
Tra le auto di un parcheggio:
non è per loro che cadono le foglie
Non ancora
Mentre una ragazza bionda
Mi saluta sbracciandosi
dal sedile posteriore di una macchina
Ricambio, ma sono senza occhiali
Se stai leggendo questo scritto
Sappi che non ti ho riconoscuita.
Baci.
Qualcosa sull’amore
Nessun’altra cosa come le relazioni affettive ci rivelano la nostra misura.
Seppure abbiamo la taglia dell’universo, spesso riusciamo a simulare meglio la dimensione della formica
( lo so: “tutto e tutto”, ma è soltanto di una parte che oggi voglio parlare. L’autobus aiuta a ragionare per comparti relativamente chiusi).
Niente di strano: siamo molto più formiche che stelle. Parlare di amore equivale a dire: di niente, del più e del meno, è come parlare di poesia ma con più carne. Perdere tempo essendo sinceri. Ammesso che alberghi in me una qualche forma di sincerità oggettiva.
L’amore, quello che annullerebbe ogni volontà per un bene supremo che non ci è dato di possedere. Quel mostro gentile che scava nel petto e nel profondo di quella fantasia che chiamiamo anima. Quella carezza distratta che ci segna la strada con piglio reazionario. Bisogna dominarlo con l’abbandono. Con la resa. Con la rassegnazione. Bisogna saper lasciar perdere. E quando ti rivolgeranno quella domanda da cui sei sempre fuggito, risponderai: Sì. Ti amo. E poi incalzerai:
Come amo queste nuvole roche di fuliggine e il sole nitido di novembre… Ma con più carne.
Ti amo come l’idea che avevo di me, secoli prima che io nascessi e le linee dei tuoi occhi allucinati quando dici: non odiarmi. Ti amo come l’orgia di macchine che si ammucchiano dagli sfasciacarrozze, come quel finestrino intatto che ha resistito alla pressa degli uomini automatici e come la tua voce allegra dopo tre bicchieri di pessimo vino marziano.
Ti amo tantissimo perché non ho idea di cosa voglia significare né “ti amo”, né “tantissimo”.
Ma sono quasi certo di amarti come la mia esitazione, come amo la paura di perdere tutto, io, che non ho mai avuto niente al netto delle parole che sono mie e mie soltanto fino a quando non le dico o le scrivo, e poi ritorno ad essere solo con questa cosa gradevolmente immonda che diciamo amore. Innamorato di ogni cosa da far tremare la voce anche quando è silenzio, e senza nemmeno il conforto delle cose da dire, a camminare le strade come un sentimento claustrofobico scappato di casa da secolineisecoli amen. In cerca di spazi abbastanza aperti come la O della parola eccOti, o dei tuoi occhi gentili pieni di paura o tutti quelli incontrati per caso in una vita, ma allora tutti quanti insieme… accomodarmi nei multiversi… e da là poi ripartire.
Perché, dimmi, non dovrei esagerare?
Bellissimo
Quello che conta è il coraggio
il coraggio di essere sinceri
solo quello conta
scoprirai un uomo meschino
un ragazzo insicuro
un morto e una data di scadenza
ma così sono gli uomini.
scoprirai una voce potente
toglierai almeno tre veli alla paura
e cadrà la polvere dei molti anni
e ci sarà meno nebbia
e ci sarà amore al posto della rabbia
ignora tutto quello che vedi
ignora il giudizio e la gogna
ignora il chiacchiericcio
sarai quello che sei
se sarai sincero
trattati come un estraneo
trattati con gentilezza se puoi
e sarai bellissimo. Bellissimo
Sarai solo magari,
ma non ti credere
avrai i gatti da dalla tua
e i cani da una certa ora
avrai un albero robusto
a farti ombra se è caldo
e il vento dell’Atlantico
e quelle cose che tolgono il fiato
ché smetteranno di essere cose
quando le chiamerai per nome
vedrai
Sarà bellissmo.
Who’s
un gomitolo mi toglie il sonno
chi lo sfilerà?
le tue mani con la mano dio
amore mio.
un capello mi toglie il respiro
chi schiuderà il cappio
del tuo cuore sul mio?
lasciatemi in questo pozzo
sospeso e finale
come il pelo dell’acqua
che guarda la luna passare
mezza volta in un anno
e canta d’amore
per un paio di eternità.
Poi si increspa il filo della gonna
come un sospiro
e qualcosa di umano accade
dentro la carne
che spacca la pietra
come il silenzio
sopra il collo è Parigi
dove piove ogni notte
di una pioggia mai vista
lì camminano spettri
più gentili di me
Alle 3.14
Alle 3.14
La poesia triste
delle ₶ del mattino
la poesia dà i numeri
e riceve i silenzi
in fila per due
Col resto di
uno
Sera
il sole si spegne in una pozzanghera
l’arcobaleno vuol dire anche olio esausto
cose cadute per terra e passi stanchi
la strada e l’acqua hanno la loro poesia
la distanza ha suoni lenti e più lunghi delle parole
mi pare di rubare qualosa alla sera, qualcosa
che indosso come una vecchia giacca blu
mi sta bene il blu e comoda la strada
prendo quello che posso
lascio quello che perdo
qualcun’altro ne farà una poesia
Lotta di classe (l’anarchia del potere)
Mi piace quando mi dici che mi vuoi bene
Perché anche io te ne voglio di molto
E anche perché diciamocelo: è il minimo sindacale…
Ma comunque si può tirare avanti fino a fine mese
E tirarci fuori delle allegrie con un po’ di fantasia
E regalarsi qualche giorno di ferie in qualche libro
e un po’ di malattia mal retribuita
Siamo rimasti in non molti ormai
operai dei sentimenti, ma resistiamo.
Se dovesse arrivare una lettera dai sindacati
A te indirizzata con parole minatorie
Tu Non preoccuparti – dormi serena!
Falliranno ancora questa.
L’ ennesima lotta di classe.
L’ultima che ci è rimasta.
Camion
certe sere resto solo
come un seme spoglio di corteccia
e la pioggia nemmeno mi tocca
alzo un sottile grido rosso
come una luce verso il cielo
ma non succede niente
cosa ti aspettavi?
poi divento morbida nebbia
e il camion lento che l’attraversa
e l’autista assonnato
che traccia una nuova pista
come un pachiderma innamorato
dove non c’era nemmeno la terra
dove non c’era nemmeno la parola casa
e questa è la sua poesia
la sua e di nessun altro.
Ieri ero felice come chi non desidera niente
Ieri ero felice come chi non desidera niente
C’era il sole e il prato e la gente era contenta
Sorridevano anche i mendicanti ma non lasciatevi ingannare:
Quello è il sorriso del dolore
di chi stenta a sopravvivere.
Non c’è alcuna allegria nella fame.
A meno che non sia la tua.
Né poesia nel bisogno altrui.
Ho camminato a lungo con le cuffie nuove
E non mi sentivo estraneo a niente
Ho scambiato sorrisi e stretto qualche mano
Stare da soli è una cosa molto lontana dalla solitudine
Seppure cominci a dar nuova voce ai muri e agli alberi e agli animali
E li immagini discutere tutti seduti ad un metafisico tavolino
Seppure il signore col cane seduto in borgo
Mi stringa sempre un po’ lo stomaco quando sorride
Seppure io mi senta più vicino certi giorni
Alle cose inanimate
Seppure si apra una voce nuova ogni tre passi
Fino a dimenticare la mia
Seppure manchi sempre un pezzo di qualcosa affinché io mi dica uomo
Seppure la lontanaza talvolta sia una questione di carne
Seppure mi perda spesso in immagini che poi dimentico
Seppure un sacco di altre inutili premesse
Talvolta la vita mi sovrasta di bellezza
Ad ogni angolo di strada senza motivi apparenti se non la stessa vita
E c’è una biologia che mi dice: va’ avanti, corri!
E un sentimento che implora: siediti, osserva, aspetta.
E c’è un amore che mi dice: Canta. Sì, anche se non lo sai fare.
Ed io obbedisco, ché tanto non ho altro di meglio…
