La poesia che non vuol dire niente

La poesia che non vuol dire niente
La porto sempre con me
La tiro fuori solo se non ne ho bisogno
E la leggo a voce alta a chi non può sentire
E non parla di niente/ma di niente niente!
E a volerla raccontare sarebbe complicato
Ma se la leggi con il tono giusto
Durante il giorno più inutile dell’anno
Quando davvero non sta succedendo niente
Cioè: non passa neanche un uccello
Un cane di strada con gli occhi profondi
O una nuvola strana a forma di drago
Allora stai sicuro che la gente vedrà
Un uomo solo leggere a voce alta una poesia
Che non vuol dire niente
E si accorgerà forse per la prima volta
Non solo che esiste la poesia
Ma anche che non vuol dire niente
E che sarà bellissimo, lo stesso.

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Zampognari ( per chi suona la zampogna)

Zampognari
Grumi di neve
Il canto del fuoco
Scoppietta nel tempo
Qualcuno ricolma un bicchiere di vino
Lo porge alle labbra
E si asciuga la bocca
con il dorso del polso
(getto uno sguardo alla valle/
nessuno se ne accorge)
La pelle che si gonfia
È una pancia che diventa cuore
Poi suono poi silenzio poi vuoto poi niente
Si apre una crepa nel vento
Entrano gli spettri dei morti
A danzare la vita
Qualcosa si calma là sotto
Un odore di marmo e di erbe selvatiche
di terra bagnata e di cose partite
Una musica nata dimenticata
Che adesso nessuno più aspetta
Eppure è venuta
Come un amore
Che nessuno ha saputo cantare.
I vecchi sempre piangono
quando suona la zampogna.

Cavalcavia

 

Ci passo ogni santissimogiorno
e sempre mi chiedo
cosa ci sia di tanto poetico
sul cavalcavia ferroviario
Mentre sotto passa un treno
Poi un altro
Poi il silenzio
Poi Solo qualche macchina
Poi Due biciclette
Poi Incroci uno sguardo
Che significa freddo
Scansi una manciata di fortuna canina
Poi il vomito della sera prima
E sai bene che cosa vuol dire
Questa festa di vita alla tre del mattino
E cominci a sorridere
Fino alle scale che ti portano in centro
Dove la vita si riempie di cose
dove gli sguardi significano fretta
Cappelli e lustrini
Dove persino la ragazza che mi guarda
E che si fa più vicina
E poi aggrotta la fronte
Come a dire: a te ti conosco.
Non accenna il saluto.
Sì , anche io ti conosco,
Ma non ci salutiamo. Succede.
Non ho mica voglia di parlare, adesso
Lasciatemi solo con il cavalcavia
Con gli annunci metallici e
E i ritardi siderali
Coi treni che corrono
E qualche volta si fermano
E poi sempre ripartono
E vanno.

Pareti Serpenti

È incredibile che
I muri sappiano così tante cose
Delle nostre esistenze
E viceversa
Quando il giorno è terso
Vedo nitidamente le pareti
Che sotto la luce
Rivelano le proprie insicurezze
Ma io non ne approfitto
Dico loro che sono bianche e lisce
Come il culetto di un muretto appena pitturato:
e loro, vanitose, risplendono.
Tra di noi non ci sono pudori
Loro sanno che esagero spesso
Con un sacco di cose
Che ho le mie paure e le mie tenerezze
E che per una buona idea potrei morire
E che non so dosare la mia irruenza
E Che ho una energia difficile da gestire nelle mani
E un sentimento cristallino che tenta di farsi gentile e bello
nella maniera più maldestra
Allora queste mosse a compassione
tentano di insegnarmi la pazienza e l’amore
Ieri ultima lezione:
“Potessi morire amando, sarei felice”
Mi ha detto verso le 24 00
la parete finestrata nel mezzo di un discorso.
E se non ti amasse? ha ribattuto egoisticamente la sedia giovincella…
– “Sarebbe intelligente, ha risposto la parete.”
quindi la parete della porta ha cominciato a ridere
svegliando di rimando il pavimento & soffitto
che fino a quel momento dormivano sogni tranquilli
dopo essersi guardati in cagnesco per tutto il giorno
a causa della solita disputa irrisolta tra la terra e il cielo.
Il letto sornione sogghigna, per essere un piccolo accenno d’intesa.
Ed io là sopra disteso a mezz’aria sono l’unico a guardare l’orologio
e comunque non so dire se sia troppo presto
oppure troppo tardi

Esci Cretino

Cammino lungo il corso
conciato per le feste
la gente si affolla lungo i fianchi
mi sembrano tutti liquidi e senza occhi
io non ho troppi pensieri, ho mal di testa
mi sento una boa ancorata alla cazzo…
ieri sul palco non ho sentito niente
nemmeno una sussulto. niente.
questa cosa mi lascia indifferente
ma penso ai preservativi, al sesso, all’amore:
mi infilo nell’unico bar dove non mi hanno mai visto
ordino una cosa che non ho mai bevuto
penso a cose che non ho mai pensato
parlo con chi non avevo mai parlato e
questa unicità rende più carina
la tizia seduta al tavolino difronte
ci scambiamo due sguardi che significano:
“magari fosse stato un altro periodo…”
e la cosa finisce lì
il suo bulldog obeso drizza le orecchie
fuori è successo qualcosa, il solito furto
le urla suonano come una sinfonia di J. Cage e
ho un improvviso desiderio di scrivere musica
non fosse che io e il pentagramma siamo sghembi
allora vorrei prendere il telefono e fare una chiamata
raccontare una storia ambientata nei i boschi norvegesi
ma poi desisto e scrivo
due righe sull’inutilità di scrivere due righe
d’un tratto mi squilla il telefono: ho mancato un altro appuntamento:
sospiro, dovrò inventare due scuse plausibili :
ma ho l’onestà di dire soltanto:
“Non dirmi niente, ho mal di testa da tre generazioni.”
E la voce mi dice: Esci Cretino, sono qui fuori. Ti ho visto.

Qualcosa di intelligente

Ne potremmo fare un discorso
Di rabbia e di tenerezza
Di logica e passione purissima
Di frizione tra labbra, cuore e ruggine
Di aratri e di maggesi
Di asfalti e di pietre
Di cabine telefoniche scomparse
Di vuoti siderali e
Di grandi freddi improvvisi
E di diversi aerei
E di parole inutili
E di grandi insonnie
E metafisici discorsi
Oppure potremmo cominciare a fare
qualcosa di più intelligente
l’amore, per esempio.

LA CADUTA

stamattina mi sono svegliato
dopo un lungo salto nel vuoto
piedi pari nell’oscurità
come quando ero bambino
che sognavo la caduta
e mi svegliavo col cuore in gola
rimbalzando sul materasso
questo è stato diverso
ho sentito il suono del pomodoro
che precipita da 200 piani
ed ero io il rumore
io il pomodoro
io la foglia di basilico
io il vuoto
io l’abbandono
io la dimenticanza
è incredibile come in certi sogni uno debba fare tutto da solo.

Si può fare nostalgia

Si può fare nostalgia
Con un bicchiere di roba forte in mano
E uno di acqua nell’altra
Che a sbagliare sorso è un attimo
Nel buio di un locale
(Che mi pare pure una buona metafora della vita)
Se ne può fare tanta nostalgia
Se quando esci non c’è un cane_ e piove_ e uno in cappellino ti chiede se ti vuoi alterare di meglio
E tu gli sorridi come a dire: uè sce’
e quindi passi vai avanti
E chiudi per sempre un pensiero
E non hai l’ombrello
Ma solo il calore della buona musica
Sotto al giaccone
Che se è buona aggiunge nostalgia
Sia alla nostalgia
che alla roba forte
Che già intenerisce il passo
E mentre esci ma dico proprio sulluscio
Già scrivi le due righe
Che domani avrai dimenticato
E ritroverai per caso adesso
Che hai deciso di pensare a ieri sera
Alla nostalgia e a tutti quegli affari là

Culo Vincit Omnia (So’quadro)

 

Otto ore e mezza
dalle otto e quattordici alle
sedici e quarantaquattro 
sono soltanto numeri
e non significano niente
o buona parte di una vita
è questo che ho detto al corriere
che mi ha chiesto che ore fossero
e dove abitasse la signora Taldeitali
poi mi ha chiesto se mi sentissi bene
ed io ho risposto che sì
e di stare tranquillo ché
stavo solo cercando di fare
di un nuovo incontro una poesia…
mattinata difficile? mi ha chiesto
con un marcato accento dell’est.
Abbastanza, ma non impossibile, ho risposto
ci siamo fatti una mezza risata
fino a quando la signora Taldeitali
non ha rubato la scena
con la sua vestaglia trasparente:
“Culo Vincit Omnia” ho detto, e
Chissà se almeno Il Caravaggio
avrebbe sorriso.

Sotto Natale

Ci vediamo sotto Natale
con i cappelli caldi
e le mani gelate
ci vediamo alla curva dei venti
dove il gelo è perenne
e le macchine inciampano
tra gli sguardi dei curiosi
ci vediamo al confine della ragione
dove io ho sempre il cazzo duro
e tu le mutande sempre bagnate
e noi lo sappiamo cosa significa
se ci vediamo sul bordo di una tazza
dove passano prima le tue labbra
e poi le mie e poi
si strusciano anche le ombre
e queste si sciolgono
come una nuvola di latte
… o una lingua di miele.
Ci vediamo sotto Natale
e forse mi dirai ancora, voltandoti:
“…però non farmi male”
ed io ti sorriderò con il cuore crudo
che un battito di ciglia
lo può tagliare.