Poesia la scrivo scomoda
Con accapo spenti ruvidi taglienti –
Talvolta un frizzo da altra dimensione
Che significa e non. È nel non sapere
Che lasca e spinge il cuore. Nuovo che
Ogni volta ride. E sempre allegro dice
Come non so dire.
Poesia la scrivo scomoda
Con accapo spenti ruvidi taglienti –
Talvolta un frizzo da altra dimensione
Che significa e non. È nel non sapere
Che lasca e spinge il cuore. Nuovo che
Ogni volta ride. E sempre allegro dice
Come non so dire.
Se non hai la poesia – non hai niente.
La luce incide coi denti il proprio nome
Nell’aria ancora tiepida di settembre e
Lascia sulla polvere del vetro un ricordo
Pare la fretta disfatta sul selciato il riposo
Fare o non fare è una scelta difficile
Come grattarsi la fronte lasciandoti il segno
Si riga la pelle coll’unghia del pollice
Come una benedizione, dire: sei vivo
Ad ogni incompimento del tempo
Rafforza lo spirito – qualsiasi cosa esso sia
Adesso. Stai meglio.
Risparmi benzina se respiri più a fondo
Sentire la perdita come porzione incollata alla carne
Sentire il futuro come un defunto
Le aspettative friggono all’alba una canzone triste
Che i morti non cantano. Più allegri della vita
Saranno quei giorni. Sei quello che vorresti,
Ma segnali futuri ti dicono: no. Ignorali.
Suona la carica dei forse.
Vivi con l’esperienza dei morti,
ma senza morire, se ti riesce. Altrimenti…
La finestra a vanedduzza di Battiato
Al pomeriggio è come una lama che
Separa i morti dai vivi.
Prima ho salutato Alberico che si consumava al videopoker-
Come va? Gli ho chiesto.
A rallentatore ha risposto.
Poi mi ha stretto la mano ed è tornato a giocare.
E le monete le ho sentite scivolare nella gola
Come una cascata.
l’ultima ha suonato come un La minore
E l’odore del ferro piantato nei piloni della piazza
Mi ha gelato il sangue che mi è parso di esser morto.
Poi ho camminato lungo il viale come per la prima volta.
Scrivo, come non ti dicevo, solo di quello che non so-
Inutile annuire con le ali per ragionare sulla cima di quello che dici di vedere-
Qui non so che le feste hanno un’ombra. Sempre la solita
Che scompare dietro il vicolo che non hai ancora camminato
Questa estate. Che poi cosa significa?
Hai a stella appesa al collo e vai …e pensi forse di portare il cielo sulle ciglia
Forse è così, ma io è chiaro che non l’ho mai saputo.
La gente mi chiama Hombre, perché non amo stare al sole e tu
Dici che la gente è tutta uguale nei paesi – ché se fai qualcosa
Come facciamo noi :Per il gusto di vedere – il sospetto dici prende il sopravvento
E parlano di Golpe e di secondi fini, ma io questo non lo so
Né lo posso immaginare essendo di sicuro di quell’altra dimensione
Dove le cose nascono già morte e vivono il tempo di un sorriso
Che potrebbe essere una vita, ma io questo, come non ti ho detto, non l’ho mai saputo.
Non è che non importa quello che pensano o non pensano. Le cose dal mio canto mi interessano, sempre
Qua dice il cervello che non sa però di essere-
è il contrario dell’ottuso me ne frego- ma basta provare a capire
E tutto si fa tenero- li vedi come cristi ma senza una morale. IO come ti dicevo non lo so
Se una morale o un’etica che dice sempre io
Io non so cosa pensare – io dico che non so – che non provo a capire con la logica
Ma con la frusta di questa assenza di vento – che sposta gli equilibri come prospettive
E da questa dimensione da cui non sto scrivendo tutto è molto semplice da vedere e
“Per essere felice bisogna non sapere” – ricordo questa frase di Fernando. Ma perché essere felice?
Che significa sapere? Davvero tu credi che? Quanto ingenuo il pensiero
se lo sei non esisti
E se esisti non ci sei
e puoi essere Né felice né questa cosa che tu forse donna dici uomo o viceversa.
Non so se posso respirare o è il respiro che mi dà queste parole. Ma che importa farsi capire
Se posso toccare la tua lingua con le ciglia senza che né io né tu sappiamo di saperlo?
Puoi pensare che quella volta che ti premiarono a Livorno al Goldoni
Eccola la storia
come una campana
Che risuona e dice:
Bisogna pulire la mente.
La stella d’oro in gola
Il cuore d’oro lasco
Le corna d’oro in basso
La trilogia del vento
al collo dice:
di cose inafferrabili.
Inaffidabili. Inaffondabili.
E pure spinge un’aria
Umida _ come basso ventre
Dolce _ come una meringa
Fresca_ come piperita. Certo_
Lo sguardo un poco pizzica
Un poco ad oggi trema –
Come dentro un palio
Di primo pomeriggio
Di orizzontale estate.
Ma dimmi, giovine sollazzo,
Su quale abisso # bissi
Con il bicchiere pieno?
Dice ch’era un poeta
E veniva nel mare
Diceva tutti i giorni
Di volere affogare
Dice che l’ ispirazione
È una espiazione
Ma con più aria e oggi dice
L’ossigeno che brucia le cose
reagisce sì con le parole
Ma fa l’odore dell’ozono.
Così parlo col boss in maniera pulita
stringendogli la mano
delle possibilità mai avute.
Essere poeti non vuol dire un cazzo
Essere umani vuol dire invece molte cose
Di tutte. Una. Forse coraggio ma anche il contrario
Così mi do la sveglia col sorriso
E lui mi poi colpendo la scena-
mi chiede scusa
per avergli fatto cadere una pietra
Sul parabrezza della sua auto.
Non so perché ma così dice.
Il boss è in imbarazzo – la gentilezza
Talvolta disarma.
Così direbbero catechisti per sentito dire.
Cose che accadono
quando i vicoli si stringono
Le arterie si fanno sclerotiche
Come i sentimenti
E la legge parlata
è quella del rispetto.
Meritocrazia mi dico
vuol dire un gran cazzo bis.
Il male del secolo
È sempre lo stesso:
Diseguaglianza.
Se fossi Nato veramente
Scriverei cose migliori
Ritirerei gli eserciti e insinuerei il dubbio:
Saresti un ForsenNato?
Rifletti. Pure queste ovvietà
Fatichi a digerire.
Con te divido questa poesia
La difficoltà di scrivere
Di questa stanza vuota
Risiede dall’assurda condizione
In cui noi ci diciamo noi
E la stanza. Stanza. Perché a guardar bene
Fuori da una finestra
Seppure non ce ne siano. Finestre. A guardar bene
Da una finestra: dico. Ammesso che la parola
Finestra identifichi soltanto il senso comune. Univoco dell’infisso. Fuori. Vediamo.
Esattamente ciò che vedi adesso
Al di qua della finestra. Da dove sto scrivendo
La finestra è rotta. Come rotta è la cosa che dici io.
Da là che poi sarebbe qua per me. Escono ed entrano le folle di parole. Ma non parole che significano come adesso. No. Parole che alludono ed eludono.
Che se pensi di averla colta, allora forse l’hai ignorata. Quello che voglio dire non si può dire a nessuno. Ma tutti lo sanno. Tutte ne masticano. Eppure l’unica ragione che mi spinge è la sorpresa. Che ogni volta scopro non essere questo o quella. Ma questo e quella. Come una guardia alla finestra rotta. Dove entri. esci. e sei anche la finestra rotta. Contemporaneamente. Come in un sogno. Dici delle volte e. invece è la vita.
Dal momento in cui abbiamo cominciato a ridere nelle foto
La crepa si è disanimata sui palmi
Come linea della vita. La domenica.
Poi sono passate molte auto sotto ai balconi e
Sulle autobanne illimitate
Sempre più silenziose
Sempre più grandi
Sempre più costose
E le mani sempre più piccole
E le crepe più luminose di mai
Sempre è qui – sempre è qui
Ripeti alla cassa automatica
Di mai in peggio pensa l’avventore
Mentre scannerizza lo scontrino
Per poter uscire dalla veglia –
Da solo ti avvii sull’unico viale
Che porta casa tua
Così lontana da Roma e
così fredda e lucente
Da far impallidire la membrana
Di uno stetoscoppio
Bumh-Bumh. Bumh-bumh ( il cuore sul microfono )
Buh-
Voglio consumarmi sulle tua labbra
Ho stato io
Il calcolo è stato spillato senza schiuma
Non a regola d’arte
Qualcuno è rimasto fuori da qualcosa e
Sono sempre i cosiddetti ultimi
E tu che cianci di meritocrazia
Con la casa piena di libri e la rubrica piena di gente come la mia –
Questo occidente che incide sugli spigoli
E non si smussa di una virgola:
Che burro cacao usi nel sogno
Per avere labbra così morbide?
C’è sempre interferenza in ogni cosa
C’è sempre altra in ogni cosa
E questa dico-tomia per dire altro
E in questo intorno del disagio
Che si gioca la partita tra
L’essere e l’avere
:Ho stato io a guidare il trattore
( interferenza pop).
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
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