LA GIRAVOLTA

Mantieni la calma

dice. respira.

lascia cadere le polveri

lascia che i fiumi fiumano

e che i tempi tempano.

non toccare l’involucro

né il nucleo. abdica.

dimettiti. licenziati

leggi queste parole quindici volte

e adesso fa’ una giravolta.

bene. falla un’altra volta.

lascia perdere i desideri

e tutte quelle robe là-

guarda il muro di quella casa vecchia

osserva il gatto come sa ignorare i passanti

impara dai morti- non quando erano vivi-

proprio da morti. dico. il silenzio.

il vuoto. l’assenza. l’inutile.

come quella volta che te ne andasti senza salutare

e nessuno mai venne a cercarti. rifallo.

fallo un’altra volta… dai,

fa’ una giravolta…

11 11 22

cominciavo a leggere poesie

Pasternak Brodskij

datteri e kebab

troppe cose da non dire

e una luce rifugio

di ultimo pomeriggio:

– siaccomodi: detto fatto.

Novembre. undici undici.

piedi nudi al sole

sul camminatoio

appunto nomi sulla lingua e

sbattezzo gli occhi sopra il tetto:

lingua che batte dove cuore muore

da te rinascono parole sempre nuove –

e se oggi sommo poeta e giorno e mese

mi ricavo l’anno e parlo solo nel maggese.

La Febbre Fa Pari Col Sole



La febbre fa pari col sole
La testa è pesante come una vocale
Che ci fai sepolto nel piumone?
Fuori la terra pulsa come una carotide
Qualcuno sistema una buca
Con poca maestria. Reggerà due o tre piogge.
Alle prime gelate, l’acqua gonfierà il petto
E farà polvere del cemento e di ogni poesia
Scritta per placare la noia.
Ieri trstimoni di geova cercavano contatti
Con parole prefritte. Molta tenerezza. Ma
Io Poca voglia di fare discorsi.
Cercare dio solo per dire addio
Mi pare uno spreco di neuroni:
Meglio una sega, una poesia sulla chimica organica, come quando non ti dissi
ch’eravamo due stereoisomeri e tu non capisti
Perché io non parlavo
E tu già non c’eri
Eppure mi convinsi che il non accaduto
Il non detto, il non pensato
Fosse più reale di ciò che diciamo vissuto.
Certo la quantistica potrebbe venirci incontro
Con una miriade di incertezze
Buone a farmi cantare:
Abbracciami. Accarezzami
Mentre ti abbraccio
mentre ti accarezzo
Mentre la febbre mi coglie come una benedizione
Ed io sul letto divento argomento d’indiscussione
Mentre leggo un vecchio libro sul carbonio
E i gatti da sotto al balcone
mi parlano di shrödingher
E della vita e della morte e di tutto ciò che non conosco ma con fare domestico, saggio, quasi familiare. Eppure le parole si fanno carnali
Con ul loro odore ben definito: Accarezzameeeehhh. Abbracciami.
Cantiamola nostra indeterminatezza al mattino
Soli io, te e qualche pugno di infinito.

The Utility Revolution



Nessuna parola metafora nel mentre che
Un cestino di un bagno in affitto
Con una busta rosa
Ti fissa bocca chiusa.
L’asciugacapelli per terra
E nessun segno di battaglia
Sopra il letto rifatto.
Soltanto cose appoggiate
Come parole lasciate nei campi
A dar fastidio agli aratri
A benedire la terra
Come cadute dal cielo.
E invece no…
È la mano dell’uomo
Che stamberga emozioni.
Bussa la signora delle pulizie
Con la sua santa
rivoluzione utilitaristica.
Sradica il sogno dal letto
apre una crepa nel giorno
Da cui la bella proprietaria
Forse per pigrizia mi dà
il suo bagnoschiuma
Con le felci rosa Mentre
In giardino la nebbia
Lascia il posto alla luce
Che pare gelare il prato
Con una scorreggia.
Un forte odore di melograno
Si mischia col sonno mancato
E con la gente che arriva
E con quella che parte.

IL CAZZO!

Mattino di pioggia
Inesprimibile nulla
Quaglia spaziale
Tra casse d’acqua all’addiaccio
Esplosa la stella
Il rinculo del tempo
Ha sterminato sorrisi

Hai lasciato l’allegria
sotto al tappeto
Prima di uscire
Hai detto
Prima di entrare
Hai ripetuto
Prima di prima.
Hai sorriso

Discorsi rubati alla noia
Chiusi nel qualcosa
Per qualcosa che non è cosa

La fantasia sgambetta la pioggia
E questa cade come ridendo
Anche se è triste talvolta
Come il teatro quando diventa…

Chiara mi ha chiamato dopo tanto tempo
Chiara è un nome di fantasia
Come tutto il resto. Come i due euro e 47
Spesi al Conad per comprare due sterlizie fondenti usate ma tenute bene.

Poi il signore con la ritmo azzurra
Mi ha fatto La domanda:
Sai chi ti cercava proprio due minuti fa?
Chi? – ho risposto… Incuriosito.
-Il Cazzo!
E giù forte di risate!

A cosa servono i signori con le ritmo azzurre
Ti starai chiedendo… A far poesia.
A fare della vita questa inutile bellissima poesia…
E a ricordare, una anonima mattina nel parcheggio di un supermercato.

Disastro

Scanno rosso sgangherato
Dormi nel cesso all’ultimo piano
Seme di albero semprerosso
Acero acerbo e smagliatura del tempo:
Cosa piangi per un amore andato?
Se dici amore, è donato. Allegro!
Tenerezza infinita della solitudine
Triste è chi domanda carezze
Ma triste anagramma stirte
E non significa niente.
Almeno a parole.
Tenta d’esserti d’esempio
Nessuno mai merita davvero.
La meritocrazia è la vigliaccheria
Del nostro tempo.
Accarezza chi non sa accarezzare
Sii la baia che vorresti incontrare
Quando fuori è burrasca
Anche quando tu sei l’uragano
E l’albero maestro E il filo d’erba.
Impara se puoi a non chiedere altro.
(Grazie al cazzo, dici, ci volevi tu a…)
Spingi chi vuole partire
E accogli chi vuole tornare.
Sarai un disastro ancora molte volte
Non c’è sconfitta nel cuore di chi è scemo
E tu modestamente…

Duetto con la nebbia



nterno giorno. Satie. Gimnopedia numero uno scelta per pigrizia.
Esterno uggioso. Pioggerellina sottile come agopuntura. dice faccia bene al cuore. Ti sei svegliato da solo per la prima volta da un secolo. Hai uno sgabello rosso sgangherato che ti fissa con assi assai interrogative. E mo? E mo t’attacchi! A gamba tesa entra sul risveglio il tappetino. Respiri a fondo l’aria dalla finestra che affaccia sul giardino che adesso sembra un fiume. Ricordo di odore di pesce che fa star male. Mandi in corto le sinapsi. Smorfia di disgusto tra i pensieri.
L’orologio del comune si incastra controtempo con la musica. Un solo quarto acuto fa il verso ad un fucile. Già tre telefonate di lavoro che hai sbrigato come un esame medico. Tutto risolto.
Tutto risolto… Le questioni d’amore sono binarie mi hanno sempre ripetuto. Che stronzata pleistocenica. È così che mi innamorai anche della nebbia. Non per capriccio o per ripicca a chissà chi. Forse come Gigi, quel giorno di ogni giorno non avevo niente da fare. E adesso lei mi abbraccia con una certa tenerezza. Lascio fare. Anche abbraccia anche altre piante anche le colline anche tutto il circondario.
Ancheggia gran signora.
Che sciocchezze. Che miseria l’unità. Pare bisbigliare. Fatti comodo. Apri la chiusa. Sverginiamo anche il mattino. Stringiti. Ecco così.
Puoi anche cantare se ti va. Quella canzone che sussurri quando gira un poco male.
È la nostra preghiera alle cose rotte. Su, comincia, io ti vengo appresso. Senza doppisensi, almeno questa volta. Dai, comincia:

Passera Atomica



Trenta minuti per essere in macchina
Lavato e profumato
Direzione ospedale.
Ventinove e il desiderio
Di spremere una vita
E cavarne il succo dal buco
Ventotto per cercare
Due sinonimi della parola
Tempesta. Ventisette.
E la vita si allunga con altri pensieri
Che fuggono dal foglio
Come un polpo affamato
Da lei, da lei. In quella direzione!
Venticinque. Quando dai una sterzata
Che vuol dire arrivo. Un momento.
Mentre quella riparte sempre in quella direzione
Senza esitazione. Ventiquattro.
E sei inchiodato al foglio come cristo
Moriresti qui. Come un pegno d’amore.
Ventitré. È tardi per morire.
Acqua fredda. Sapone. Dentifricio.
Polpo che allunghi il tempo
Fino a toccare lo spazio
E a rimanerci incollato come lingua
Sul ghiaccio.
Ventidue. Ti amo. Come un passero atomico.
Passera atomica sineddotica.
Che nome mi hai dato stanotte?

Che dicevo del mondo?

Che dicevo del mondo?

Arriva prima o poi
Quel punto.
Il punto in cui cadono le cose. Punto.
Giuste o sbagliate. Le fondamenta franano.
Certo non a tutti. Per fortuna. Ma alle volte
Rovinano in un gran fragore metallico.
Le parole dette. I baci. Il tempo. Esplodono sotto la pressione delle meningi.
Non puoi trovare riparo né consolazione
Tu. Stai. Cadendo. A. Pezzi.
Come quel foglio di carta che un giorno
In stazione faceva mulinelli col vento
E poi la macchina lo spiaccicò nella pozzanghera.
Ecco: Amen. Disintegrato. Kaput. Arrivederci mortale!
La cosa curiosa, in quei momenti, è la percezione onirica dei fatti. Il cervello te li fa percepire come se fossi contemporaneamente attore e spettatore. Come nei sogni. Ti chiedi:
Sono io quel coglione là? Sì, ti rispondi da dietro la telecamera. Tutto regolare, fratello. Sei figo eh. Strai scomparendo in maniera figa. Bravo. Continua. Persevera. Toro toro, mi raccomando.
Il fatto è che le cose seguono il loro corso.
Ci sono i fatti e i cosiddetti pensieri. E quando le cose cominciano a scambiarsi di posto. Amico, senti me. Lascia stare. passa la mano. Perdi quello che ti resta da perdere e fermati. Ti rifarai. Magari in un’altra vita, ma ti rifarai.
Adesso che la luna come per scherzo
si è infilata, piena, tra l’occhio e l’apertura della tenda. Tutto riassume le dimensioni dovute.
L’infinito è sempre utile a capire la nostra insignificanza. A sdrammatizzare lo sdrammatizzabile. Posa il telfono. Togli gli occhiali e cerca di dormire. Domani un altro corpo a corpo con la vita e la letteratura.
Non che significhi qualcosa eh, ma devi essere in forma. Voglio che quando cadrai; quando toccherai il pavimento con la guancia, ebbene, il pavimento deve urlare: cazzo che male!
La luna nel frattempo ha cambiato quadrante, ed anche io non sono più quello che ha iniziato a scrivere questa roba. Ti saluto. Vado a dormire il sonno della dimenticanza.
Che dicevo quel giorno?

MEZZ’ORA DI PAUSA DALLA VOGLIA DI LAVORARE



Mezz’ora di pausa dalla voglia di lavorare
Usata per leggere Brodskij ad alta voce
Sul cesso. Da solo. Di fianco alla finestra.
Piccoli lussi che mi concedo ogni volta che ho voglia. Caschi il cielo e con lui il metaverso.
Il giorno punge con un sorriso azzurro. Il vento frizza. Le nuvole imbastiscono una quadriglia.
È l’autunno delle montagne del sud. Da anni qui le guerre le combattiamo dentro i bar. Vere e proprie navcelle spaziali alla deriva.
Mi alleno a leggere in pubblico. Come mi ha scritto una amica stamattina: buon acchiappamento di mosche! Non fosse che anche le mosche sono sparite ai primi accenni di fresco e incalza il pensiero di un corpo a corpo con le pareti del cesso bianche e rosse come un’ambulanza.
Si fa solido il pensiero di uno spettacolo
Dove la gente è venuta con gli abbracci stretti nelle tasche dei giacconi. Ci spoglieremo. E leggeremo ad alta voce delle cose che pungeranno un poco la gola, come la sete.
La stessa sete che non appagheremo mai.
Leggo queste parole alle ultime vespe che nidificano nell’intercapedine tra la finestra e il muro del cesso.
Come se fossi in mondovisione. Come se fossero le mie ultime parole. Potrebbero esserlo. Perché allora non metterci tutto me stesso?
Sono le 9 e 55 del mattino di mercoledì 28 settembre dell’anno 2022
e sappiamo bene quante stronzate contiene quest’ultima frase.
È ora di raccogliere i ferri. Forse la pioggia, i campi sterpati brillano nel silenzio. Abbiamo a che fare col cosmo. Tagliamo le antenne. Sconfiniamo nel mentre.

Almeno tu, nel multiverso.



così chiusi nelle nostre piccole stellesistenze
che ci acceca il perdispazio
ma se mescoli veggenza e meccanica Guantistica
con un po’ di fallimenti australopitechi
e virgole messe al punto giusto e
respiri, e iperboli a tre punti di scavalco
per uscire dallo status quo vegetativo
che chiamiamo vita di tutti i giorni,
si apre. eccola. la vedo. una metafora di carne
che chiameremo Anna, per esempio. Che non è Anna.
ma un infinito di altre cose. Proprio come te. che non sei davvero tu
e nemmeno io. ecco. Incattiviti dai problemi
che non significano niente se poi abdichi: Ma hai paura. Ti capisco.
no, non significa morire. non nel senso ottuso.
ma una resa metafisica ad ogni abbrutimento. N’apertura in pratica.
‘na finestrella di legnetti sopra un frontespazio
che non vuol dire che mi manchi – o che mi mancherai. no. niente.
So venuto già mancato…
Solo che ti amo. O che dovrei. Anche se non sai checcosa significhi. Ovviamente. Ma manco io. ‘ntaggità. Se dico, scrivo una poesia, mica so che è! però la scrivo. sarà pure convenzione,
ma poi la scrivo. Fa’ qualcosa, cazzolandia!
E così, dice la voce, mo ti arrendi. E ami senza troppi tiramenti.
Non per lei o per lui, no. dice:
Per te stessoa, che sì, no sei nessunoa,
ma poi esisti in tutti noi pensati. Dai su:
AAAAAAAHHHllmeno tu nel multiversoh.

La Mantide



per caso hai mosso le bacchette profumate sulla scrivania
odore di pepe nero e ginepro fresco
la tenda trattiene gli ultimi colpi di calore della stagione
a mani nude e con scarsi risultati.
dovresti lavorare. dice la voce.
Cosa ci fai tutto solo in penombra a leggere le lettere di Hemingway?
era un pessimo padre. la cosa ti intristisce.
invii un messaggio che pare una resa in tempi di guerra
fai un programma delle cose da fare e scopri
che si è fatta una certa… Hai dormito poco
il telefono ha impostato sua sponte tre sveglie
dalle 5 alle 5 45. dopo affiderai i numeri al gioco
e perderai. e pensi che sia una buona metafora della vita.
Nel mentre una mantide religiosa ha superato la barriera della tenda
è salita sulla libreria ed è là immobile da cinque minuti
che parla di politiche migratorie.
vola, se ne frega del blocco navale. sorrido.
è strano come anche un insetto o l’idea di un insetto
sappia fare compagnia. Anche stando ferma. anche senza esistere veramente.

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