E sia

Certe volte si piange
Quando si tiene un libro in mano.
Aspettative. Forse disillusioni.
Forse salvezza. Gioco d’azzardo
La vita ci soffia in faccia il sole
Cerchiamo l’ombra
La vita ci spezza il fianco
Ne abbiamo un altro.
Certe volte arrivano intuizioni
Dalle cose che paiono insignificanti
Tipo una carta che rotola fino a bagnarsi
In un a pozza di sentimento e se
Calpestata – si strappa. È solo carta.
Sembriamo allineati nell’ombra sottile del mezzogiorno – esecuzioni
Spalle al muro. Pronti agli spari
Tutti aspettiamo qualcosa.
Il vento è fresco come una primavera
Non ho parlato con nessuno
Mi sono limitato a dispensare sorrisi
Ho pensato alle trame di quattro buone opere
Me le sono godute e già dimenticate
Deve essere questa la ricchezza, ho pensato.
Quando gli ultimi spiccioli se li è inculati
Il distributore automatico di bibite.
Combatteremo a bocca impastata.
E sia…

AnNapoli

Ogni volta che sono a Napoli
Non so dire se sto davvero bene
Ma poi ci sono queste ragazze
Così belle vestite di rosso
A cui chiedere informazioni
Riguardo tutti i treni
Che ho perduto allegramente
E il ricordo di un pianoforte
Al centro della stazione
E questa gente
E questi odori
E queste radici
Da cui sempre
iniziano parole
E i gesti E le musiche
E quel gorgo che Si scioglie
Sul fondo delle cose
Come un battesimo
O una estrema unzione
Ma cosa importa?
Io comunque sempre
ritardo la partenza
E che piacere
Pensare queste cose
In mezzo alla stazione
sfogliatelle in mano
Ho ancora un’altra ora
Ho ancora un’altra ora
Ancora un’altra ora…

Tre mesi di paese

Tre mesi di paese
E il pensiero torna contadino
Parlo al tralcio e all’orchidea
In tasca olio nero di stazione
E la parola si sfalda
Come un marciapiede di selce
Vissuto all’ addiaccio

La lingua delle madri
Ritorna alla fatica
Impastata dalla polvere
La parola si distanzia
Come una valle

È più duro il silenzio
Sulla vetta dei monti
Nasce qualcosa
come un ago al sole

E anche i ricordi
Spogliati i sentimenti
Cantano al sole
Come una pietra
Di un qualsiasi fiume

Passaggi

C’è una finestra
Nel cantuccio all’ombra
Poco male – presso
Il quadrivio Della vita
Là vicino nei dintorni
Che ha smesso di farsi
Gli affari degli altri
Per abbandono
Già da un pezzo.
Adesso è chiusa
E se la guardo
Nasce  un filo di mistero
dentro il giorno –
Adesso è aperta
E si sente
Come un verso
Di legname
Cotto al sole
Nel guardare.
Forse è l’anima mia
Che s’avvelena
Suggerisce l’avventore
Forse è un mucchio
Di ciarpame
Incalza l’avvoltoio
Forse è solo troppa birra
Suggerisce la coscienza.
Mentre strappo pensierato
un biglietto della metropolitana di Ferliddia
Come fosse una cambiale
Intorno stridono di sole
I lastricati lucidati a piedi
Dove la falce che scandiva il tempo?
Dove la carezza che leniva il cuoio?
Dove l’odore dell’uva vendemmiata?
Non più qui! Non più qui!
Risponde la ventana
Un po’ più là
Il ricordo di un pensiero amato
Fa mulinello con la polvere
Passaggi.
E questo è tutto.

Verde

Guardo la lucertola
Come una lampadina
Verde vivida di sole
Arriva persino luce
Dentro il vuoto siderale
Dove suona il racconto
di una mano amata
Che fa razzìe di note
Verdi – come fili d’erba
Ciò che ho creduto di sapere
Si è sciolto come neve
Sul ceppo caldo del boia
Chiedo scusa al cielo
Per lo spazio che ho rubato
Chiedo grazie ai fiori
Come fossi una falena
Amnestia agli uccelli
La mano è tesa
alla formica rossa
Al silenzio invece
Tiro un sasso spento
dritto al cuore.

Le vite degli altri

Le vite degli altri.

Dice, sai le vite…
Quali vite?
Le vite degli altri
In cui entri per tre secondi
Passando la bustina di zucchero di canna
Al bancone di un bar qualsiasi
In un posto qualsiasi.
Embé?
Dico, là, hai due possibilità
puoi sorridere ed essere gentile
o farti sopraffare
Dalla soppraffazioine della vita
Ed essere scortese e tignoso
Alle sette del mattino.
Qusto fa la differenza sul futuro delle vostre vite, ma lo capirai dopo diverso tempo
Oppure pui conoscere una ragazza un giorno
Ad un tavolino sempre di un bar
sorseggiando del tè nero Per esempio –
e guardarla negli occhi con insistenza –
quasi a piegare i pensieri
E ad infilarglieli nel cervello
Come un tormentone estivo degli anni 90
Del tipo: “mare mare mare ma che voglia di arrivare”; hai presente?
E poi succede che dagli occhi arrivi al cuore
E quindi al culo e alle mani e alle labbra
E non è facile ma può anche succedere
Che parliate di amore un giorno
Senza capire un cazzo di niente
Come due fessi qualsiasi
Mentre magari lei ha il tuo pisello in bocca
O sei tu tra le sue gambe e sussurri qualcosa tipo: ti amo
ma non sono necessarie proprio le parole. Non sempre. Dipende dalle situazioni.
E comunque entri in questa vita,
dico, e lei nella tua
E si cerca a strattoni questo nuovo equilibrio e tu sai che il caffè lo prende amaro e lei sa che a te per esempio piace la pizza col salame piccante
e allora c’è qualcosa nell’aria anche durante le litogate furibonde con la vita
Ché spesso si litiga per ribellarsi a questo sistema del cazzo
Che ci ruba il tempo per fare niente o l’amore
Dico, c’è qualcosa che diciamo sentimento credo
che ci tiene uniti come una squadra di Curling, e ci diamo da fare con gli scopini
Come fosse l’ultima partita del secolo
E forse lo sarà. Occhio. Giocatela bene, come puoi. Senza paura di scivolre. Scivolerai.
Ma andrai avanti fino a quando vorrete
Oppure accade che ci scanniamo come aguzzini – come arrotini di palotini.
E ci facciamo del male fatto bene
Ma poi ci diciamo che passa, ed è vero
e si ritorna a ordinare pizze e a incrociare caffé e telefonate e scopate e sudate e cose che avremmovolutofaremacheinvece…
E poi un giorno, magari mentre attraversate dei periodi di merda –
Succede qualcosa. Cambia lo scenario.
Diventiamo estranei. Il tuo cazzo è un pezzo d’arredo, mi segui? Immaginalo come un peluches impolverato
ed il suo culo un ricordo di qualcosa che hai amato follemente sulla spiaggia di chissàquantoprimafà.
Dico. Può succedere no?
Allora poi ci si separa e parte qualche vaffanculo terra-aria che manco gli SCUD
e qualcuno ferisce qualcuno e viceversa
che è uguale
e si sta un po’ male
Ma alla fine l’importante è la salute e il volersi bene, vi direte a bocce ferme.
Magari a telefono. Più ferme di così!
Stai pensando alle sue bocce, lo so. Sei un uomo medio come me.
E quindi succede che ti vuoi bene ma non ti consideri più. E vai in cerca di conforto e di qualcosa da bere che dia una scossa alle budella un poco intorcinate e cominci a farti quelle domande esistenziali che significano
Che stai attraversando un periodo marrone
Ma infondo pensi che la vita è carina
Ché c’è tanto da fare o da non fare
E che anche una partita di calcio
O una corsa in montagna o un buon libro o un cane oppure nessuno e dici che
Basta il silenzio di una porta socchiusa
La penombra dell’estate ed una tenda verde
Col vociare in dialetto e le bestemmie
Che sotto al balcone fanno le veci del mare
Quando è un poco incazzato. Questo rassicura.
Dico, capisci? Che cosa diventiamo se non dei mostri che trasformano i sentimenti in balconi socchiusi o in parole oppure in opere mozze e omissioni spaziali?
Cosa voglio dire? Non lo so mica.
Passami un bicchiere con qualcosa di fresco
Si sta così bene all’ombra quando il sole che incendia i pensieri va sotto l’orizzonte degli eventi sconosciuti e la sera annuncia la fine
Illusoria di qualcosa. E puoi dire con poca convinzione: ahh anche questa giornata
È stata archiviata. Avanti il prossimo!
Bicchiere? E cos’altro?

opportunità

Stamattina sul presto
uscendo di senno 
per andare a lavoro
Ho trovato la poesia su quattro blocchi
A partire partiva 
ma non si capiva
Che sfiga! ho pensato! 
Imprecando il dolore
Poi il solito cane
che brandizza le ruote
È passato via dritto 
oggi senza pisciare
Ora mi chiedo
ma senza parlare
Se non sia cosa buona 
imparare cantare

Mi hai stracciato l’umore

Qualcuno tenta di abbellire il minuto
Di fare grande un secondo
Epico almeno uno sguardo
Dove la tenerezza?
Lo sguardo che accarezza?
La parola che abbraccia?
Forse andando per strada
Si è perduto qualcosa
Ricordo che un giorno
Ci parlammo d’amore
Voglio darti un granello di sole|
Ti dissi
Ma tu non lo hai un granello di sole| dicesti.
Appunto. Risposi
All’amica conversazione mai avvenuta
Forse amare non è
Provare a donare
Ciò che si ha
Ma ciò che più si desidera
E che non si possiede
E che forse mai si…
Ecco il motivo
Di tanto tremare
Di tanto tacere
Ha forse suono l’universo?
Forse la cricca
È tra le parole
In un gioco di sguardi
Senza padroni
E se non desiderassi? Ti dico.
Forse farfugli di cose sbagliate
Ma è giusta la vita?
Forse in amore bisogna tacere.
Forse nemmeno l’esistere
Ci porta vantaggio
Se non esistessi, magari ameressi –
Verrebbe da scriverlo sopra una chiesa.
Forse l’amore è una cosa dei libri
Come un odore di muffa stecchita
Ma che sciocchezze!
Che inesattezze.
Forse un amore è una voce sbagliata
Una mano negata per non saper fare
La parola taciuta del non saper dire
Una porta socchiusa che puoi sempre aprire
Quante facezie. Quante straziose.
Vieni, siediti. Dice la conversazione immaginata all’esistente che scrive
Piega le ginocchia sui vetri spaccati
Lascia la vita alle cose che esistono
E torna nell’immaginato colletivo.
Fatti una vita nell’universo dei rutti
Semina a grappoli nei solchi di rame
Vedrai, cresceranno parole.
Forse anche un amore
Un po’ di stupore, tre rose e un languore.
Ma la smetti? Farlocchi parole
So’ passate due ore:
Mi hai stracciato l’umore.

Lamore

Seduti sulla panchina scorticandosi
Gli occhi – le voci –
tra le amate cicale in levare
Anziché mettere –
Con la luna che pareva _ a Granada
Di Fiorire tra i campi e gli ulivi…
C’è Il mio amore che si doccia arruffato
Sperando che resti o che muoia
Sotto forma di accettabile umano

Tutto quello che penso è un motivo:

Che bella è la notte
tra i campi
Se fossi
una pietra di fiume!

il rumore del fiume vicino
È rimasto là fino al mattino

Sono stanco come un filo di grano
Canto forte come un lago lontano

Nuvole del cazzo…

Nuvole…
E si perde il tempo
Per le cose serie
Che poi sarebbero la poesia
Che poi sarrebro tracce vivide di amore
Dico – Quel piacere di farfugliare luce
Senza indovinare un cazzo
O fare domande
O cercare risposte
Solo godersi la solitudine tra la gente
E accorgersi quindi nel frastuono
Quanto sia gentile
La foglia di betulla
La mano sulla spalla
Un cane libero
che spartisce un po’ di strada
Ma invece no.
Una voce ti strattona
Passando tra le nuvole
E non è certo il Principale
Che quello non esiste
Ma poi chi sono io per dire…
Chi sono?
Sono voci di cose inanimate
il rumore di un bancomat
Una spillatrice difettosa
La ventola di un processore sferragliante
A rubarti scampoli di vita
A mezzo nuvole: nuvole:
Muro di vapore steso male
Nuvole del cazzo
In mezzo al mare.

Indifferentemente

Di gente che fa l’arte
Ne sono pieni i libri di.
Di gente che fa gente
Ne sono piene
le galere E i ristoranti
E le discariche
E i cantieri in costruzione
le stazioni I tram le autostrade i bus
I pensieri le bocche le vagine
Le pance e gli altri posti
dove c’è gente che fa gente che fa l’arte.
Poi _ ciascuno -solo- legge d’arte
quando si sente disumano –
Oppure è chiuso in uno studio
Da tre secoli a pensare a certe cose
Che fanno rizzare i sensi
Ed anche il cazzo
Come una cosa disumana
E legge d’arte e scrive cose
Che vorrebbero essere gente
Ma che no:
Al massimo gentili
Ma nemmeno
E poi si si scorda per fortuna
E Perde un filo e c’è per esempio un nibbio
Fuori la fenestra che sfrutta le correnti
E si spaventa quando i fuochi d’artificio
Annunciano una festa con tre colpi
Ben piazzati e questo scappa
Ad ali spiegate tanto bene
Che lo capisco pure io che è ora di tornare
Ma poi rimango e penso che
quando vive – vive
pure lui
Inconsapevolmente

Ventuno grammi (l’ultima cena)

Il silenzio
dopo lo schianto
Di un piccione
Sul marciapiede
Mi dicesti:
Fu il mio cuore
Dopo averti baciato
L’ultima volta –
Il fragore
Di un bastimento
Che infrange il porto
Di Venezia
Tii dissi: fece
Il mio culetto
Dopo aver mangiato
Ventuno grammi
Del tuo tonno
andato a male
L’ultima volta
che mi invitasti a cena

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