QUALCOSA DA CUI PRENDERE MA ANCHE UN’ ALTRA COSA

certo un albero non fa primavera
ma forse neanche mezzo autunno, mentre
due alberi se si impegnano molto
nel modo di alberare
potrebbero pur sfilare la coda dal lupo
e farne spolverino o due ore di sonno perduto
oppure il rumore di un fiume prosciugato
qualche era prima che accadesse…
dici che il tempo è quel che è
dici di essere questo o quella cosa
dai tratti ben definiti – come una lucertola
che ha appena rotto una matita
per aver dimenticato gli angoli del fiore –
mi pare fosse giallo o volevo dire azzurro, dico:
chi ci salverà dalla sindrome della biro?
questa malinconia dello scrivere davvero?
poi dici una cosa che non rinneghi mai
e chiami coerenza ciò che non è stato
e affermi sfaccendato di vivere rampando e
di non inventare alcunché che sia pensato – cose da pazzi.
arrivi persino a scrivere sciocchezze
che diremo: frasi di senso compiuto!
poi cerchi la salvezza nella verticale senza ami
e il cielo che pareva un aliscafo
schizzava qualche nuvola sul viso di qualcuno
che un giorno predispose una giravolta sul fornello
a cui avrebbe dato fuoco una di quelle mattine
che non arriveranno prima di domani o forse prima per il semplice disgusto dell’esistere
come controsenso –
forse salveremo il penultimo caffè
dall’alba e dal buongiorno
e ne faremo un fuoco, un albero da fresco
qualcosa da cui prendere
senza domandare.

Meglio della vite americana.

Tu dici scrivere…
Dici come camminare
Come vivere
Due birrette e una gitarella fuori mondo
Una scopata all’ombra di un lampione
Il serbatoio pieno
E una strada d’avanti
Con poche indicazioni
Tu dici è tardi…
Chiudi la portiera
Saluti gli amici
Ti arrampichi nel viottolo
E la vita ti pare essere
Con-ci-liante
Come accade quando
hai la salute
E le pietre ti parlano da compari
E incalzano:
Che bel polpaccio
E che respiro!
Sei pieno di Bosoni!
E questo ti rasserena
Come una carezza…
… E Dici che il mondo
È pieno di ingiustizie
Becero razzismo radicato
Come ginestra sulla pietra
É cosí! Scuoti il capo un po’ ubriaco
Dici, l’ignoranza…
Che poi vuol dire paura
Che poi vuol dire Esci!
Altrimenti resterai tutta la vita
Senza un insegnamento
E la vita ti ridurrà
Alla fetta di pane
Al bicchiere di vino
Al centro commerciale
Al sogno di una casa cum cane
E non potrai mai sognare
Come ho fatto io
Anche questa notte
Di far l’amore piangendo
Sopra un fiume di una città assai bella
Canticchiando una canzone inestistente
Ad un edera parlante
A cui dicevo: sei bellissima!
Anche come pianta,
E non sai neanche piú arrossire!

A CRACO

Una lucertola viva

Può ballare a sei zampe

Su una stella comune

Tra l’odore del fieno

Una frusta di grilli

Aggrappata alle pietre

Spara nei fossi

Un verdetto di morte

Il paese è un teatro

Di maschere rotte

E la voce commuove

Senza l’ombra di un fiume

Qui anche un papavero

Può far piangere un uomo.

Consuma, produci, hardy.

Scrivere come un musicista
Stanco della musica
O Come uno scrittore
Che non sa suonare
Ma che sa alludere
a un pianeta sconosciuto
Senza manco nominarlo
Se fossi una lucertola
Mi innamorerei perdutamente
di una mosca, dissi al canicorno
E questo mi porterebbe all’upperdistruzione
Come una nana bianca o
Una Supernova certo,
ma di seconda mano
Grandissima occasione!
Vedi, caro albero di birra
Che oscilli ad ogni sguardo
Come fosse un cuore
Di cartone anni sessanta
La vita è un fatto misterioso
Ed io non cerco di capire
ormai da molti megaparsec
Tu mi dici di viaggiare
Ed io ti chiedo ancora tempo
E qualche soldo
Per comprare il tuo silenzio
Nelle notti nientesonno
Fatte di ombre e di
strani penicotteri
E parole scritte male
E Di cose dette in fretta
Con la voce di un lapillo
Ché tanto è una caduta
Verso l’altro,
Si brucerà qualcosa
Comunque tu la metta.

Ciao Amico Calabrone.

(sull’amicizia naturale)

Eclipse de luna

La strada màcina polvere

Marte è così lontana

Da quando non sento più i vicini

Ho fatto crescere un geragno

Nel vaso sul balcone

E questo la notte

Si spinge zamperosa

Al cuor della questione:

la solitudine è un fatto emozionale

cammina per trasonne addormentate

e adopera le lingue mai forgiate

così se dici per esempio : Andiamo al mare

io penso a un elefante senza più compare

intento toro toro a galleggiare.

prima passeggiando per via rupi

è atterrato sopra un sasso

un calabrone

ho provato a dirgli cose assai normali

del tipo: Ehi Ragazzo!

Sono usciti già i giornali?

E questi mi ha guardato un po’ zanzato

Sculettando appena appena il culo alato

Poi prima che incalzassi col parlato

Ha alzato il dito medio e se n’è andato.

*trasonna. Dal dialetto lucano: strettoia/vicolo stretto.

Preghiera di Primavera (Lode antistaminica)

Aerius

Che giuoie hai donato

Alla mia mucosa

in passato

e adesso mi riduci

come serpe

Schiacciato dall’aratro

Ti lascio come amante

Come amico e conoscente:

Va’ a illudere più in là

Qualche altro sventurato

Con il sonno del mainato

Con occhio immacolato.

Adesso aspetto Rupafin

Che mi entri nelle vene

E con un amore nuovo

Sulla porta della farma

Mi frizza a pacchi il cuore

In naso ed anco il culo

Per questo amore nuovo

Che non mi tolghi il fiato

Ma tosto una carezza

Di ossigeno e di sposa

che rinnovi languida

La trista – profanata

Fulgida mucosa.

Una casa


Casa, come dire poeta
Come dire amore
Oppure Porta.
Dire per esempio:
sullo sgabello
C’è il tuo ricordo
È come dire che sei andato
Sulla luna in compagnia di Yuri
E poi sei atterrato
Sopra un tappeto di mosche
Cantando il valzer del moscerino.
Finestra piccola del bagno piccolo
Tra il muro ed il telaio
La schiuma consumata
Dai giorni
Ha lasciato posto
Ai nidi di vespe
che un giorno sterminai
Esercitando la legge dei vigliacchi:
Sciolsi con una base debole
La loro fragile natura
E ancora adesso a parlarne
ne sento addosso la colpa
Come una ferita.
Casa è una finestra aperta
Sui cui confini
La salute mentale vacilla
Ad ogni ingresso
Ad ogni uscita
Si parla di orizzonti
Negli angoli hai messo dei fiori
Per non guardare le pareti
Adesso il bianco ha sofferto l’inverno
Il fumo ha ingiallito lo sguardo ma
Col caldo torneremo ai pennelli
Copriremo le colpe
Lavorando di polso
Poche ossa a guidare la mano
A cancellare ogni segno
Dei fallimenti passati.
Fortuna; ricorderemo tutto.
Casa
come asfaltare una fossa
Di sentimenti comuni
Per giocarci sopra a pallone:
Così deve essere. Così è:
Aggiustare la vita vivendo
Possibilmente ridendo.
Casa come dire calce che
Disinfetta la peste degli occhi:
Dove ogni colpo ci parla di inizio
E solo ai vecchi ricorda il passato
Con i calzoni corti e le scarpe bucate:
Si tratta comunqie di un inizio passato.

Lascia perdere i telefoni

<<Lascia perdere i telefoni ti ho detto!>>

La voce incalza come se fosse

un fuori campo siderale

la poesia si nega come una cagna

gravida di risentimento

in un attimo il vento

ha spalancato la finestra e

mi è tornata in mente

quella vecchia storia

che parla di un proiettile

che attraversa la stanza

come un destino imperscrutabile –

qualcosa si posa sul fondo della coscienza

forse un petalo seccato al sole

forse una foglia di burro inacidito

non ci è dato di sapere…

la poesia si nega

come un barista svizzero

all’orario di chiusura –

è ora di cenare –

me ne accorgo dalle luci accese

nelle cucine dei vicini

mentre la gente è chiusa in casa

a spadellare sentimenti

nelle strade vuote

fa scandalo d’orgia

la polvere e

intorno alla piante

c’è aria di festa

e funerale.

Amori In Corridoio

Leggi una poesia

Poi un’altra

Poi ti alzi dalla sedia e

sposti i capelli dalla fronte

come hai sempre fatto

Da due mesi a questa parte

Da quando sono cresciuti

Senza che nessuno li baciasse

Qualcosa al piano di sopra

Si rompe in novecentonovantanove pezzi

(manca sempre qualche cosa per…)

È il vetro che frastuona di ricordo e

Si apre una finestra nel mezzo

Di questo sotto pavimento

Dice sia normale

Dice sia carnale

Hai voglia di tuffarti dentro

Questo sano desiderio di avventura

Come fosse una donna

Ma non lo è

È sentimento

È un tritaossa

Sono i morti conto terzi

Sono tutti in fila

Come un Ade ma senza manco un fiume

Una valle senza vette

un comò senza civette

È un ammasso di universi fritti dalla luce

Ci sei anche tu dentro questa fascia oraria

Con un polso teso come un filo al cielo

Mi chiami con la folta indifferenza…

Passa un’ape nella stanza silenziosa

gira intorno un poco sbirra

Poi si arrende e scappa via

Verso la sera che già strizza

l’occhio sul domani

E a queste nuvole

che non ne vogliono sapere

più di tanto dei fermenti

degli aghi degli abeti

degli amori stretti al muro

in un altro corridoio.

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miriammessina

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