Tutt’all right la vita in California

ciò che volevi sentire
erano parole educate
parole comode
come letti di paglia
in certi fienili
pieni d’ombra
nei giorni infuocati
delle Californie
poi è arrivata la vita
e hai smesso di chiedere
e vorresti essere un fienile
un platano o un olmo
una fonte continua
in mezzo al deserto
Ma sei ciò che sei e
hai smesso di chiedere
fai ciò che puoi
e sei insoddisfatto
perché sei sincero
e non hai vinto la morte
né costruito piramidi
perché sei un uomo
una donna e un bambino
ma sei pronto a spartire
e ti senti un po’ ricco
se hai un sorriso da offrire
e quello ce l’hai
ne hai riempito un fienile.

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Dice l’Estate (Quasi una poesia)

Dice…
l’estate ti abbraccia
Con punture di grano
Pizzichi di ortiche e cardi
Animali a sangue freddo
Che diventano toreri
Come per tauromaGia
Le valli spruzzano vapore al mattino
Alle prime luci
Gli uccelli e le cicale
Cantano qualcosa
Ai grilli come a dire: Bentrovato
Tutto è così breve
Prima correvo per i campi
e salutavo le persone
Con la mano alzata
E questi rispondevano
e mi vedevano
Ed io vedevo loro
E ci sorridevamo come cavalli
E questo mi rallegra
– É una delle cose
che piú amo della vita.
L’altra sera ho visto la luna
Tramontare dietro Fontana Longa
Accade molto spesso
Ma fa sempre un certo effetto
Poi ho visto Marte e Saturno
Ma niente di Plutone.
Cosa voglio dire? Niente
Ero con una ragazza
Litighiamo spesso
Così ci piace.
Spesso ci diciamo :
Che bel cielo!
Voglio dire: la vita è fatta di attimi
Adesso la luna, adesso Marte
Ogni tanto una cometa
L’importante è esserci
tutto è cosí meraviglioso
Anche la morte o la
Terrificante malattia
Che spezza i sentimenti
E sedimenta il cuore.
Penso spesso
A chi è scomparso mentre corro
Ogni tanto piango col sorriso
É tutto così acceso
E vivido che sembra
Quasi eterno quasi vero
Quasi una poesia

Paesi

Le persone sono come persone
Aprono la bocca e le braccia
E ti chiedono chi sei
Da dove vieni
A chi appartieni.
Quale stirpe generò il tuo argomentare
Ti incastrano in una nicchia ancora vuota
Del cimitero dei ricordi.
Ti archiviano con un sorriso e
Ti pagano il caffè e
Intravedono, i vecchi-
Quella storia che non ti hanno raccontato
Scritta con il sangue in mezzo ai lineamenti
Si ricordano tuo nonno
Che una volta accompagnò loro padre ubriaco
Oppure che una volta in mezzo ad una vigna
Si tolse gli stivali per regalarli a un passante
O quella volta che sollevò da terra
Un tale traffichino dalla mano troppo lesta…
I paesi sono famiglie in cui si litiga in continuazione
Ma c’è un amore latente tra la gente
Che poi diventa nostalgia generazionale
Talvolta paroloni, bevute memorabili
Racconti di epopee dimenticate
Amplessi tra nipoti, scoperte-cose-tardi
Cose che non riconoscevi-
nei paesi esistono più spesso
Giornate che sono come nudi stesi al sole
dove ogni piega della pelle
È una generazione
e i corpi illuminati cantano alla storia
Un pezzo di universo
Così grande se lo ascolti
Eppure infinitesimo
come il passo di un secondo, un palpito di cazzo, il bagliore di uno specchio sulla montagna che scompare appena gira il polso, l’ombra di un granello tra granelli.
L’uomo è ossessionato dalla misurazione
Delle cose che sono già altre cose:
Adesso un gatto miagola feroce sotto la finestra per la prima ed ultima volta:
Tutto è irripetibile e questo mi rallegra
Come un ragazzino avanti ad una giostra.

la città è culla del sapere

la città è culla del sapere
datemi una libreria con libri mai visti.
senza lettura l’uomo è novizio
avanti alla luna
perde capelli, forza e parola
ed il tempo pensato scorre più solo.
adesso non hai che la natura
da leggere al buio
e il ricordo di una voce
che ruppe montagne
dimmi, non era un amore?
forse una finestra dove scopare
sul sagrato? Spargere il seme
sulle pietre del tempo
non è che una resa?
dammi una poesia che tolga la sete
che faccia dormire anche le pulci
quando la notte monta
le burrasche chiodine –
Dai, una libreria di fratelli maggiori
con voci più ferme
più spinte e profonde
del mio frescheggiare
dove una cosa è anche una cosa
e poi l’universo e il profumo del giorno
mischiato col vino.

Spingere o Aspettare

Una casa
Quattro mura
Ipotetiche come un’idea
Poi esci
Vai a lavorare: vai
Ad apportare il contributo
Vai ad assemblare
Il tozzo di pane e poi
Rientri nella stessa casa
Con le stesse mura
ma eterozigote
Qualcosa qui è cambiato
:Ti dici sottovoce
Confermi l’idiozia
Nell’idea di uno Stato
Vorresti una Repubblica
Fondata sull’amore
E questa sì ch’è un’Utopia

  • ridacchia comodino
    Che ha retto tomi
    Di maleducatissima letteratura
    . Fuori il sole è gentile
    Un computer aspetta sulla scrivania
    Che la nuova idea ci porti un po’ di pace
    Ma chi ci porterà la nuova idea?
    Forse il vento ma
    Di certo non il convento!
    Vorremmo non ridicolizzare
    Un’idea d’amore almeno mezza volta:
    Ridacchia adesso anche la finestra. Punto.
    Solo stando solo
    in un ufficio in costruzione
    Potevano arrivare pensieri
    Come questi. O forse no.
    Forse è un’altra storia.
    La montagna si è fatta grimaldello
    Fa fronte sopra il cielo basso
    Si vuole qualche cosa
    Che non so raccontare
    Si duole di un malgrado
    Sempre in divenire
    :Spingere o aspettare…

di cos’è che hai bisogno?

Esci da un ospedale
O da un pomeriggio
Entri in una canzone sempreverde
Con Qualcuno che dice che è dura
Tirare avanti dopo la clausura
Qualcun altro che ti ha fatto complimenti
Per quello che scrivi
Per quello che dici
Che poi è quello che sei
E vorresti abbracciare tutti
Come a dire: siamo vivi
E riempire un discorso
Con dell’allegria
Senza forzature
E parlare di tragedie
Inenarrabili come la morte
Praticando l’ottimismo
Dividendo mezza birra
E poi parlare di politica
Senza nominare i conosciuti
Che per me sarebbe:
Aiutiamoci tutti
Nessuno escluso
Partendo dai più deboli
E domandarsi ogni giorno
Chi è più debole di me? E
Dimenticare il proprio nome
Come una necessità e
Poi senti a un tavolino snocciolare
Poltronese spicciolo e
Fare la conta dei seggi
E dei giorni che mancano
A fantomatiche elezioni
Cose di uomini e di donne
Con la paura di sparire
Incisa con lo sguardo
In ogni sentimento.
Che scoramento e che sconforto
Se ascolto dall’alto delle quattro ore di sonno
Spese a far le fusa con la notte
Dove tutto era una carezza
Una lunga poesia di qualcun altro
Scritta in un momento come questo
Dove l’epoca si tinge di epopea
E la morale muore
Seppellita sottoterra.
Ma dimmi, di cos’è che hai bisogno?
E perché di una carezza?
Di un albero turchese
E di giorni ancora freschi
Dove addormentarsi
Senza più pensieri
Al fianco di qualcuno
Che ti parla senza dire

QUALCOSA DA CUI PRENDERE MA ANCHE UN’ ALTRA COSA

certo un albero non fa primavera
ma forse neanche mezzo autunno, mentre
due alberi se si impegnano molto
nel modo di alberare
potrebbero pur sfilare la coda dal lupo
e farne spolverino o due ore di sonno perduto
oppure il rumore di un fiume prosciugato
qualche era prima che accadesse…
dici che il tempo è quel che è
dici di essere questo o quella cosa
dai tratti ben definiti – come una lucertola
che ha appena rotto una matita
per aver dimenticato gli angoli del fiore –
mi pare fosse giallo o volevo dire azzurro, dico:
chi ci salverà dalla sindrome della biro?
questa malinconia dello scrivere davvero?
poi dici una cosa che non rinneghi mai
e chiami coerenza ciò che non è stato
e affermi sfaccendato di vivere rampando e
di non inventare alcunché che sia pensato – cose da pazzi.
arrivi persino a scrivere sciocchezze
che diremo: frasi di senso compiuto!
poi cerchi la salvezza nella verticale senza ami
e il cielo che pareva un aliscafo
schizzava qualche nuvola sul viso di qualcuno
che un giorno predispose una giravolta sul fornello
a cui avrebbe dato fuoco una di quelle mattine
che non arriveranno prima di domani o forse prima per il semplice disgusto dell’esistere
come controsenso –
forse salveremo il penultimo caffè
dall’alba e dal buongiorno
e ne faremo un fuoco, un albero da fresco
qualcosa da cui prendere
senza domandare.

Meglio della vite americana.

Tu dici scrivere…
Dici come camminare
Come vivere
Due birrette e una gitarella fuori mondo
Una scopata all’ombra di un lampione
Il serbatoio pieno
E una strada d’avanti
Con poche indicazioni
Tu dici è tardi…
Chiudi la portiera
Saluti gli amici
Ti arrampichi nel viottolo
E la vita ti pare essere
Con-ci-liante
Come accade quando
hai la salute
E le pietre ti parlano da compari
E incalzano:
Che bel polpaccio
E che respiro!
Sei pieno di Bosoni!
E questo ti rasserena
Come una carezza…
… E Dici che il mondo
È pieno di ingiustizie
Becero razzismo radicato
Come ginestra sulla pietra
É cosí! Scuoti il capo un po’ ubriaco
Dici, l’ignoranza…
Che poi vuol dire paura
Che poi vuol dire Esci!
Altrimenti resterai tutta la vita
Senza un insegnamento
E la vita ti ridurrà
Alla fetta di pane
Al bicchiere di vino
Al centro commerciale
Al sogno di una casa cum cane
E non potrai mai sognare
Come ho fatto io
Anche questa notte
Di far l’amore piangendo
Sopra un fiume di una città assai bella
Canticchiando una canzone inestistente
Ad un edera parlante
A cui dicevo: sei bellissima!
Anche come pianta,
E non sai neanche piú arrossire!

A CRACO

Una lucertola viva

Può ballare a sei zampe

Su una stella comune

Tra l’odore del fieno

Una frusta di grilli

Aggrappata alle pietre

Spara nei fossi

Un verdetto di morte

Il paese è un teatro

Di maschere rotte

E la voce commuove

Senza l’ombra di un fiume

Qui anche un papavero

Può far piangere un uomo.

Consuma, produci, hardy.

Scrivere come un musicista
Stanco della musica
O Come uno scrittore
Che non sa suonare
Ma che sa alludere
a un pianeta sconosciuto
Senza manco nominarlo
Se fossi una lucertola
Mi innamorerei perdutamente
di una mosca, dissi al canicorno
E questo mi porterebbe all’upperdistruzione
Come una nana bianca o
Una Supernova certo,
ma di seconda mano
Grandissima occasione!
Vedi, caro albero di birra
Che oscilli ad ogni sguardo
Come fosse un cuore
Di cartone anni sessanta
La vita è un fatto misterioso
Ed io non cerco di capire
ormai da molti megaparsec
Tu mi dici di viaggiare
Ed io ti chiedo ancora tempo
E qualche soldo
Per comprare il tuo silenzio
Nelle notti nientesonno
Fatte di ombre e di
strani penicotteri
E parole scritte male
E Di cose dette in fretta
Con la voce di un lapillo
Ché tanto è una caduta
Verso l’altro,
Si brucerà qualcosa
Comunque tu la metta.

Ciao Amico Calabrone.

(sull’amicizia naturale)

Eclipse de luna

La strada màcina polvere

Marte è così lontana

Da quando non sento più i vicini

Ho fatto crescere un geragno

Nel vaso sul balcone

E questo la notte

Si spinge zamperosa

Al cuor della questione:

la solitudine è un fatto emozionale

cammina per trasonne addormentate

e adopera le lingue mai forgiate

così se dici per esempio : Andiamo al mare

io penso a un elefante senza più compare

intento toro toro a galleggiare.

prima passeggiando per via rupi

è atterrato sopra un sasso

un calabrone

ho provato a dirgli cose assai normali

del tipo: Ehi Ragazzo!

Sono usciti già i giornali?

E questi mi ha guardato un po’ zanzato

Sculettando appena appena il culo alato

Poi prima che incalzassi col parlato

Ha alzato il dito medio e se n’è andato.

*trasonna. Dal dialetto lucano: strettoia/vicolo stretto.

Preghiera di Primavera (Lode antistaminica)

Aerius

Che giuoie hai donato

Alla mia mucosa

in passato

e adesso mi riduci

come serpe

Schiacciato dall’aratro

Ti lascio come amante

Come amico e conoscente:

Va’ a illudere più in là

Qualche altro sventurato

Con il sonno del mainato

Con occhio immacolato.

Adesso aspetto Rupafin

Che mi entri nelle vene

E con un amore nuovo

Sulla porta della farma

Mi frizza a pacchi il cuore

In naso ed anco il culo

Per questo amore nuovo

Che non mi tolghi il fiato

Ma tosto una carezza

Di ossigeno e di sposa

che rinnovi languida

La trista – profanata

Fulgida mucosa.

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