Una buona serata. Heisenberg approverebbe.

Ieri parlando con Karima

Mi ha chiesto:

Ti trovi meglio a Pisa o in Basilicata?

/Perché? Pisa non è in Basilicata?

Non lo so. Dico.

I posti sono soltanto posti

La gente è sempre gentile ( V.Costantino ndr)

Anche se sono un poco scoglionato

E ogni tanto ho voglia di morire./

Poi ridiamo per quisquilie

Il concerto è terminato

Lei ha una voce che spettina i velluti

Piero sempre un gran piacere

Mi manca il palco. La musica. I musicisti.

La perlesia. L’odore della fine dei concerti.

Dare i sentimenti in pasto agli sconosciuti

(Ne fanno quasi sempre un tesoro). Ma.

Ho conosciuto gente nuova

Ho recitato a tratti la parte del buffone

Si è parlato dei problemi dei nostri territori

Di come sovvertire lo status quo

Esercitando piccolissime pressioni

Piccoli gesti, decisi e gentili.

Ho stretto molte mani

Incontrato un po’ di amici

Ho stretto nuove fulgide alleanze

Con cui partire un giorno

Occhi spalancati

all’assalto dell’indeterminato.

Heisemberg approverebbe.

Ironia Nella Sorte


Pesti una merda con un infradito di paglia
Le frequenze fuzzano ombre nel cervello.
Ieri hai litigato anche coi muri.
Non sopporti l’ inutile e quindi
Adesso ti parli poco e mal volentieri
Quella che dicevi poesia (Cosa inutile anch’essa)
Adesso la vedi passare sulle bocche degli altri
(Inutile cercare di capire)
Sgomiti ombre anche col gatto che si butta per terra a festeggiare la vita.

Un tempo l’ironia ti salvava
Come un amore irrisolto
Adesso l’amore irrisolto
Ti fa sillabare la corda
Con una certa ironia

Ogni cosa ha il suo tempo
E torna a camminare
Zio Raymond borbottando
Cose sul rancore
e sul non leggere niente.
Terra bruciata. Agosto.
Stagione d’incendi.
È cosí facile ardere
Quando sei arido come tungsteno.
Hai appena scritto col fuoco.

Per fortuna che arriva la resa
Che da sempre ti strappa un sorriso.
Voletevi bene. Portate carezze.
Le cose che vedi negli specchietti
Sono più belle e vicine di quello che sembra.

Alba

Mattino presto – Alba
Nessun desiderio sui monti
Solo un fazzoletto di luce
umido e Freddo come la valle.

Di tante vacche a pascolare sui pendii
Nemmeno un campanaccio trapassa
Il suono merlato dei tagliatori d’erba

Qualche auto lontana in direzione del mare
Sembra già un motoscafo nel vento
E una cornacchia sull’albero in giardino
E Il gatto che mancava all’appello
Proprio desso ha parlato
– mi cecasse il quart’occhio –

Poi è caduto lo spillo dal tempo
di incertezza ha tremato il cuore.

l’opera adesso è compiuta.
Lo ha deciso da sola.
La notte non avrà chiuso la porta…
Una coda di morte ha fatto serio il mattino

L’ inutile sparire



Qualcosa da dire che non sia inutile
Inutile dirlo:
Svirgolettano i pomelli dei cassetti
Strabuzzano le asole del sonno
S’appiatta il pensiero camicia sudata
E si imbosca sotto le ombre del letto
Wislawa. Wislawah. Se ne lava le mani se
Cadono premi dal cielo come convocazioni
A partite di calcio di tentata categoria
Che vuol dire fa caldo?
Sudare? Forse morire. Sì, morire ma senza gioire?
Meglio partire! Ma senza parlare o votare.
Forse restare. Meglio. Come un punto
. che nessuno sa dire. Inutile. Inutile.
Come figliare, vivere o morire. Forse gioire?
Shakespiare la vita dalla serratura del pianto
E gioire. Così, senza un motivo. Gioire e poi ire. Ire, su. Irsuti corrère. Andate migrare sparire. Gioire e svanire. Come parlare ma senza esistere veramente come occupante di spazi. Forse una volta affittare… Per il resto svanire gioire
E un poco il cazzo… cacare.

La Cosa

Attraverso la città
Vorrei qualcosa da leggere
Che non sia una mia poesia
Allora mi siedo su un arrivederci
Appoggio la nuca sulla chiesa
E lo sguardo sulla strada
Ieri sono passato dalla stessa calle
E tutto era diverso. Qualcuno mi ha salutato con piacere
Un vecchio negoziante ormai in pensione
Mi ha offerto un caffè e la signora del chioschetto
Mi ha dato 32 o 33 anni ( semmai per gamba )
Perché questa cosa del tempo che pare non passare dovrebbe compiacerci?
Voglio morire di incartapecorimento. Di accartoccio da abuso di sostanze stuporefacenti.
Quante stronzate vengono in mente in quando siedi sui gradini di una chiesa….
Adesso ho messo un po’ di musica
Like someone in love – Bill Evans.
E la cosa non svanisce. Quale cosa?
La cosa… Questo attraversamento che lascia
Pezzi di universi in ogni dove. Che assomiglia
A qella cosa che ci fa tremare come cristalli
Di solitudine interrotta sotto al sole. O sopra. O dentro. O-dino!

Bellissimo.

Ho patito il caldo tutta la notte
Forse a causa di qualche birra di troppo…
Ho pensato molto, immaginato poesie, fatto discorsi che non vedranno mai la luce.
Pensato a tutti o quasi gli errori fatti in passato e in futuro. Ed anche al presente
Mentre una goccia di sudore scendeva dietro al collo
Fino al cuscino come a ricordare l’appartenenza alle cose che cadono. Non ho pensato minimanete ad asciugarla.
Si bagnino pure i pensieri. Si raffreddino al vento e nel vuoto adiabatico della mente.
Poi sotto al balcone a tarda notte, dei ragazzi parlavano sottovoce di futuro e di fica. Come spesso accade alla fine delle superiori.
Me ne sono stato lì, umidiccio, a ricordare l’ultima estate prima di andare all’università. In verità, con stupore, non ricordo quasi niente.
Forse ero a Ischia cazzeggiare o chissà dove a sparare cazzate…
Cosa è rimasto di quel ragazzo che non conosceva paure? Forse troppo. Forse troppo poco. Chi lo può dire…
Mi sono addormentato con quelle voci che rimbalzavano tra zanzare e sudore. Tra
L’amaro della birra e il dolce di una donna.
Non è cambiato poi così tanto…
I soliti contrasti su coi poggia l’esistenza, stimolano sempre la riflessione e la crescita.
O almeno cosí dovrebbe essere.
Verso mattina, il cielo ha cominciato a rischiarare, saranno state le cinque o giù di lì, e i due ragazzi si sono salutati e allontanati come gatti.
Vi farete un poco male, ragazzi, non esagerate né con le sostanze, né con le paure, e sarà bellissimo…
Bellissimo.

Canìcola non la solita Pepsità

Prima ho buttato giú un sorso di caffé freddo

Il vento sotto la finestra ha bruciato il grano

Con un colpo di tosse

Nel vicolo le magliette colorale

Sembrano ombrelli chiusi dal sole

Che si allontanano e si avvicinano

a qualche verità che non riesco a capire.

Sempre inadeguata è la vista. Penso.

D’un tratto il pianto di un adulto

Ha spaccato il silenzio come una mela

Un odore dolce e pungente si è sparso nell’aria

Ananas e piscio scaldati dal giorno.

Il cane dei vicini ha drizzato le orecchie:

Sul tempo si inginocchiano i morti

E non i pensieri. E tu sei morto o pensiero?

Mi domanda abbaiando.

Bill Evans incontra il caldo

Bill Evans incontra il caldo

di una giornata secolare

e scrive My Foolish Heart

mentre qualcuno si incammina

per il vicolo e accarezza

il gatto nato abbandonato

“Quartier generale del dolore”

recita nella mente un vecchio scritto

l’ora è quella delle ombre lunghe

non è l’alba. nénemmeno il mezzogiorno

ammesso che significhi qualcosa

da molti giorni penso a un necrologio

da molti anni penso a scrivere discorsi

che poi mi recito ad alta voce

soprattutto in bagno. dove pure

mi regalo il piacere di leggere poesie

come se fossi sopra un palco osceno

SPOV: SPOV: SPOV: SPOV: SPOV

provo a non avere spunti di vista nel contemporaneo

nemmeno una vista. sempre fallace in acutezza.

esaspero le pietre coi discorsi brulli

e nella calce vedo scritta una poesia alle cose già da fare e

che parla di anticaglie. vecchi amori e di pazienza- tantissimapazienza.

– attratti moti di disperazione. figgo un punto nel tremore.

l’aria poco frizzantina ha un odore di sterlizie idroponiche

– vorrei fare l’amore con te dietro in vicolo assolato

e poi la voce mi ricorda che: Hey, ma non lo stai facendo?

(&%$(&%(5008’9) alzo i tacchi dal selciato frontespizio e

sento un brivido sul muro. una voce irrompe dal futuro

dell’angolo più avanti. Con la vecchia signora sbronza

Ci scambiamo tenerezze. Ancora è presto per la sera.

Arrotolo col passo gli angoli di un barbaro unniverso

con le mani stringo un punto che non so nientedisegnare

la solita allegria che fa squisiglie di cristallo adesso è mesta

come un contromano in un viale di Zurigo. Ecco. I soliti italiani.

Il Disarmadillo.

Il Disarmadillo.

Un disarmadillo, ovvio, manco a dire

aveva poche cose di cui parlare

dichiarò comunque la resa ad un padrone

poi si colse impreparato nell’amore.

Sedeva spesso nel silenzio di un balcone

e sputacchiava semi duri sulla processione

lui trovava la bellezza nel furore

ma se ne stava troppo solo troppe ore

e se dopo chiedevi una ragione, diceva:

per parlare non mi servono parole…

Uno Nessuno Millemila

Uno Nessuno Millemila

Hai rotto gli schemi
Senza saperlo. Hai giocato con la vita
Senza volerlo. La domenica sempre più spesso
Arriva lunedì, e le cose a rimorchio si ammucchiano nella neviera che non sai ritrovare. Dici che stai bene anche da solo
E forse è così. Sai incidere il legno e la carne
E respirare col sole come fanno le piante
Hai preso un sentiero senza sapere e non ricrimini niente. Avanzi cantando tra i palazzi.
Sei felice del viaggio e dell’arredamento
Ti piace costruire le cose e immaginare progetti
Ami il rumore dell’acqua e la musica alta
Ti restano 30 euro in tasca e hai offerto da bere
A gente sconosciuta che non ha ringraziato
E sei comunque allegro e un po’ divertito.
Tu che sei anche me e io che sono anche te
Anche se non ci incontreremo mai e
Già un poco ci amiamo. Questo è un dato di fatto. Adesso ho scritto due righe seduto in un campo. Col sole che asciuga il sudore e frusta le fronde. All’ombra di un pioppo, col fresco sul collo, congedo questo pezzo di vita che forse domani avrò dimenticato o magari un giorno diverso, un altro me, ricorderà con nostalgia o con disprezzo. A chi è dato saperlo? Dici che è ora di andare. Sali sul treno che porta più in alto.
Penso al salto quantico dell’elettrone che è sempre un mistero. Così come noi quando viaggiamo e sempre arriviamo diversi. Una volta volevo cambiare nome, diventare una donna, il solito albero di mimosa. Un armadillo un bue, un nino de rua. perché no? Poi ricominci a viaggiare e tutto è ricordo e non sai mai chi sei.
E mai lo saprai. Magari diranno, scriveranno, parleranno di quando eri più o meno steonzo o generoso ma tu eri già altrove a incontrare le strade, con la vecchia gente nuova a cantare il futuro, la partenza e l’arrivo, la sconfitta e l’inciampo.
Finché ci sarà da cantare, dici, si avrà sempre qualcosa da dare.

Dallo Sfasciacarrozze: L’alterco del ricambio.


cerchi manicotto per turbo rotto
in discarica il sole acciglia il verbo
riflette d’istinto la pozzanghera
su due cani che dormiscono nell’ombra
Ehi rottamayo! Hai ferraglie per me?
:due capelli in croce e guarnizioni
per spiazzi testalarghi che riporti!
e tuberi per piedi con radici
in gomma vulcanata a fiamma ritornata
al posto di qué scarpe grangalanti!
Che a dir vero fan cagare tutti quanti!
Grazie amico molto Meccaspiritoso
spero poi tu abbia pure il manicotto
devo spingere pressione nel motore
per mandarti più affanculo nell’ altrove.

09 06 2022 Ciao Afo. In memoria di Afo Sartori. Scrittore, Giornalista, Amante del vino e del Jazz e degli amici e viceversa.

pagina bianca

giorni contro notti

notti sotto i giorni

lucrezia sotto ai ponti

con i sassi appena nati

pettinava le virgole degli immacolati

pagina bianca

il cielo porta pioggia

e la sventura di notizie

cammina o’ vicchiariell’ sott’all’acqua

pagina gialla

di sabbia e di cirrosi

l’itteratura che mi fai male al fegato

come la vita, l’ombra e l’amore- oggi per esempio

Afo ci ha lasciati uomini più ricchi di come ci ha trovati

come quando disse a Mingus ch’egli suonava il campanello della bicicletta

o Chet Baker che lo infiltrò tra gli orchestrali

o quando mi urlò contro che non avevo capito un cazzo

di Pasolini – nel mezzo di uno show

ché era meglio megaparsec di Leopardi.

e le dediche sul suo libro: Al mio poeta preferito. scriveva

ma io sapevo ch’era solo gentilezza, complicità e quel velo di amicizia.

questa cosa che pare un necrologio

e non vòle essello e non lo è che manco poi ne sono degno

è solo parte dell’esistenza che adesso è trasformata

in sublimazione di vino e di jazz e di brindisi allegroni di Gabrielle

e di vecchie storie di comuni anni 60 e di lotta continua

e di compleanni in circolini e di viti e di vini e di inviti ai vini

e cose che non c’entrano adesso e che

entrano comunque in connessione

come un calabrone

che si ripara dalla pioggia sopra il davanzale

e il cestino dell’immondizia quasi mai usato

– e un caldobagno ormai a riposo

e di uno sgabello guercio – rosso e malandato

le mie braghe calate che fanno molto umanitas

e amore per la vita e per la morte

e per ogni tiramento

a cui non so resistere poi per dire a fine corsa

:non fece tutto quello che avrebbe voluto

ma comunque tanti cazzi. amiche e amici miei

ci aveva la scrittura e la tazza di porcellana

su cui sedere ore e ore trono trono in godereccia solitudine

e sempre una finestra da cui aspettare un’alba o un tramonto

così come si aspetta la persona cara

o la si saluta: occhi impecoriti all’orizzonte

che mai regala e spesso prende

quella smania di esistenza che rizza i peli fino sopra al culo

e sulle braccia frizza il brivido di vita che poi di morte…

che fa il pensiero teso come cristallo

che se lo tocchi bene col silenzio

suona con la voce di ognissera.

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