La Pagliuzza

Mercoledì.
Ho guidato per un’ora senza sapere dove andare. Mi sono fermato in un parcheggio di un supermercato chiuso, ad ascoltare il mio podcast di storia preferito. Penso: “Oggi il giorno mi pesa addosso come una tonnellata di fumo”.
Poi recito a mezza bocca poesie di Carnevali.
Vedo passare auto e pedoni come se avessero davvero uno scopo nella vita. Due cani si ignorano ai lati opposti del parcheggio. Nel mezzo tutte le urgenze post industriali.
Le insegne qua e là tra i cantieri, cantano il loro grido di avanguardia artifiZiale. Scorticano le persiane i palazzi. Fanno la muta i cementi. Calcinacci. Arrugginiscono le plastiche del secolo scorso e le repliche dei giorni precedenti e gli alibi e le urla dei mammalucchi scavano nel cuore come scavatrici: “A mia madre. A mia madre!” : Sembra farci il verso anche il lampione intermittente in codice Mors tua vita mea.
È tutto vero. è tutto vero. Umanità. Qui a valle, la neve si è sciolta da un pezzo. L’umido viene dal basso. Dai ricordi di una palude che si fa strada, per capillarità, dalle caviglie fino al collo. E questa voce “mezza” d’ acqua, di terra e di fulgore vuole dire quelle cose che non ci è dato dire. In questa distanza irrisolvibile tra volere, potere e dovere, si compie il miracolo della nostalgia per tutto ciò che non è stato, per ciò che ormai è stato e per ciò che mai sarà, almeno in questo istante; in un parcheggio disabitato di questo pianeta scanzonato. Sputato per caso nell’unico occhio della galassia. Quisquilie, sciocchezze. Una pagliuzza.

Canzoni e poesie d’amore

Canzoni e poesie d’amore

Quando non sono io a scrivere

Ma una entità distratta

che vorrebbe essere cose

Che vorresti essere a fronte di tutto?

Un miliare o una briciola?

Certo, la domanda è malposta.

Forse porcellana e rossa carne umidiccia?

Forse una voce che si fa carico dell’universo

E poi si frange come una risata sull’interrogativo?

Vedi questa cosa carnale che chiamiamo alberi

Sotto la frusta della neve e te ne gratifichi

Come se fosse una emozione. Che vuol dire?

Perché se ci pensi sei allegro anche in punto di morte?

C’è competizione in tutto ma quasi mai nella resa. Ci pensi mai?

Siediti al sole, diceva, abdica! Sii il re di te stesso! Diceva Pessoa…

E poi fatti una rivoluzione. E ricomincia da capo con le contraddizioni, le vigliaccherie con i fallimenti e tutte quelle cose là…

Interruzione n.0

È interessante capire quanto posto occupiamo nella vita delle altre persone.
In un senso o nell’altro. Non importa se tanto, abbastanza, troppo, o troppo poco.
D’altra parte non abbiamo una misura per questo tipo di ingombro. Magari un giorno ne occupiamo poco, e l’indomani… Pure.
Oppure viceversa. Oppure un altro giorno ancora, scopriremo di occuparne troppo, poi molto e poi niente. Per quanto il niente possa essere comunque troppo ed il troppo, d’un tratto, diventare niente. Magari adesso che sono le una e trentadue del mattino, ad esempio, sto occupando un paio di etti nel cervello di qualcun’ . Chi lo sa. Ma poi alla fine perché dannarsi l’anima con questi pensieri?
Cosa vorresti significare con questo sproloquio sull’ingombro sterico dei sentimenti? A quello alludi, no? E nel tuo? Segatura e bomboloni?
Lascia perdere i rancori, le ripicche e le ossessioni ormonellari.
“Passavamo sulla terra leggeri”, titolava così un romanzo di Atzeni. E noi a quello ci ispiriamo, ripeti a mezza bocca, ma tutto è torbido e confuso quando non ci sono i numeri a supporto delle nostre ipotesi.
Poco male. Poco male… L’importante è approssimare. Avvicinare. Oppure lasciar perdere… Come si perdono gli spiccioli tra le fodere dei sedili dell’auto. Certo che sai esattamente come recuperarli, ma avrai altro da fare, come grattarti le ascelle, scorreggiare o salutare lo sconosciuto che non ti ha mai visto manco esistere e tante altre cose più o meno edificanti. Comunque meglio che recuperare due centesimi tra le briciole dei sedili. Non è vero che è meglio perderli che trovarli, tutto può tornare sempre utile, eh. Però…

Caduto il freddo sulla prospettiva occidentale

Caduto il freddo sulla prospettiva occidentale

Caduto il freddo sulla prospettiva occidentale
A est i soliti venti
A ovest profumi di sandalo e crema solare al gusto di mango. Dio. La pelle turgida del pomeriggio di Agosto languida come una fica.

Da Sud arriva la neve. e a Nord…
Il buon vecchio Nord è liscio
come una pietra tombale.
Agenzie spaziali battono notizie ultraterrene.
: Abbiamo fottuto Messina Denaro dopo trent’anni di presunte commistioni.
Niente di nuovo. Solo la pioggerellina che sfranga sul vetro come volesse diventare elegante come la neve.
Anch’io indosso pantaloni con la piega e non ci trovo nulla di male.
: so’ Ambizioni pure quelle. Dice la voce.

Mentre da giorni non scrivo che chicchi di sale
Col pantografo della mente incenerita.
Quale grandezza in questo involucro che odora di niente! Verticalizzano le piante sorprese dal gelo, come un’ultima azione. Sulle dita friccica la spiga della disperazione.

Nel profondo, la quiete delle cose sempre esistite e una menzogna ed un chiodo nella tasca scucita.

Animali da fantasia

Animali da fantasia

“c’è umanità sepolta

– talvolta – in ognuno di noi –

a quella voglio arrivare

e a nessun’altra cosa”

– mentre scrivevo queste parole

guardando fuori dalla finestra

come chi sta davvero pensando

di risolvere il gioco;

ha squillato il telefono

si aperta una crepa

si è spenta la luce al balcone

dall’altra parte della collina

e persino il mio cane

ha smesso di esistere

come animale da fantasia.

Pietre

Nient’altro che pietre

e sangue

e la vita passa

come l’ombra

da una feritoia all’altra

da un fremito all’altro

come una guerra muta

storta

solitaria, y fatal.

Di cosa ti vanti?

cosa lacisciamo se non

una scia di abbracci dopo le meschinerie?

se non amore dopo i tradimenti – di chi? cosa?

se non la qualcosa nonostante le dipartite del buonsenso.

io mi vanto solo di volervi bene. nonostante tutto.

tutto è la vita che non so capire.

Ma non importa. non trovi?

finché parole che non sono parole

ma stersici, liberi e recite

e fiumi di piombo e Giuliette

e spiriti che vivono senza chiedere

o domandare alcuncosa… dice:

La fine di un anno non vuol dire che struttura.

testuggine di sentimenti a protezione del capitale.

Perché allora non morire come un piccione

sul suolo dell’egocentrismo? Non lo so.

a che pro? scrivere per farsi dimenticare?

lascio i treni della vita e gli indimenticabili

per esistere toro coi i dimenticati.

madri che non sanno più dei figli –

ci ammucchiamo come polvere ai lati delle strade

dove imbecilli in parata credono di esistere

come entità tronfie di materia tra parole incomprensibili.

e poi il vento che fa stringere gli occhi

e poi il sole fa brillare i metalli

Come Anna avanti alla prigione

a noi non serve la poesia. ma la vita – forse –

e un’idea di Modigliani.

Sei Del Mattino

Sei del mattino.
Dicembre è solo
una parola. Come
Feldspato. Sei
Quello che sei
Non il risveglio
Non l’abilità.
Prima di ritagliare
Del tempo
C’è il taglio.
Si fotta lo stile
Delle prime luci
Noi eravamo qui
Prima del bigbang
A cantare
la nostra assenza.

Tra i vicoli di Napoli

Tra i vicoli di Napoli

La calce rovinaspra

Scortica la pomice

Con il graffio rugginespolo

Di unghie spezzavoce

Frutti cadono dal cielo

Come per errore

Come pioggia su friarièlli

negli occhi un pianefforte

Nella voce altre due voci

Con mani sporche stereofatte

di luoghi assai comuni

È ancora tempo di sterlizie

È sempre tempo di profumi.

POLVERE DA SPARO


Domenica.
Campane suonano a festa
Per motivi ancora sconosciuti
Stamattina il vento che stanotte
È stato tempesta, ha spazzato le nuvole
E ha portato un odore di deserto.
C’è aria di resa sui prati –
Mentre dalle montagne
Lo scoppio delle polveri da sparo:
Uno due tre quattro cincque sei colpi
Ritmati come uno spartito
E poi i cinghiali che fiutano la morte
E corrono come i lupi di Vysotskij
Ma più spacciati e con meno romanticismo
Cadono da ultimi. Come fratelli
Come dolcetti di zucchero e cioccolato
Occhi di marasca sotto spirito
Si accasciano agonizzanti
Al profumo della polvere da sparo
All’allegria delle campane
All’orrore dell’esistenza che è così dolce
E tragica e finita e contata per difetto
E approssimata
-così come noi desideriamo

SERENITÀ

La serenità la immagino
Così come la effettuo
Al mattino dopo sveglio
Leggendo ad alta voce
Per esempio: dieci poesie di Brodskij
Sulla tazza del cesso.
Fuori dalle urgenze della vita
Esiste un tempo, Mattone su pensiero su mattone, in cui esiste solo una voce
Fatta di carne. Certo.
Un tempo Fuori dal tuo tempo.
Dove nelle cellule, e nell’infinitamente piccolo
Le distanze sono incommensurabili
E dove la velocità ha il sapore del fuoco
E della spiga che si slancia verso il grido
Dove tutto è cominciato senza fretta.

LA GIRAVOLTA

Mantieni la calma

dice. respira.

lascia cadere le polveri

lascia che i fiumi fiumano

e che i tempi tempano.

non toccare l’involucro

né il nucleo. abdica.

dimettiti. licenziati

leggi queste parole quindici volte

e adesso fa’ una giravolta.

bene. falla un’altra volta.

lascia perdere i desideri

e tutte quelle robe là-

guarda il muro di quella casa vecchia

osserva il gatto come sa ignorare i passanti

impara dai morti- non quando erano vivi-

proprio da morti. dico. il silenzio.

il vuoto. l’assenza. l’inutile.

come quella volta che te ne andasti senza salutare

e nessuno mai venne a cercarti. rifallo.

fallo un’altra volta… dai,

fa’ una giravolta…

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