Canìcola non la solita Pepsità

Prima ho buttato giú un sorso di caffé freddo

Il vento sotto la finestra ha bruciato il grano

Con un colpo di tosse

Nel vicolo le magliette colorale

Sembrano ombrelli chiusi dal sole

Che si allontanano e si avvicinano

a qualche verità che non riesco a capire.

Sempre inadeguata è la vista. Penso.

D’un tratto il pianto di un adulto

Ha spaccato il silenzio come una mela

Un odore dolce e pungente si è sparso nell’aria

Ananas e piscio scaldati dal giorno.

Il cane dei vicini ha drizzato le orecchie:

Sul tempo si inginocchiano i morti

E non i pensieri. E tu sei morto o pensiero?

Mi domanda abbaiando.

Bill Evans incontra il caldo

Bill Evans incontra il caldo

di una giornata secolare

e scrive My Foolish Heart

mentre qualcuno si incammina

per il vicolo e accarezza

il gatto nato abbandonato

“Quartier generale del dolore”

recita nella mente un vecchio scritto

l’ora è quella delle ombre lunghe

non è l’alba. nénemmeno il mezzogiorno

ammesso che significhi qualcosa

da molti giorni penso a un necrologio

da molti anni penso a scrivere discorsi

che poi mi recito ad alta voce

soprattutto in bagno. dove pure

mi regalo il piacere di leggere poesie

come se fossi sopra un palco osceno

SPOV: SPOV: SPOV: SPOV: SPOV

provo a non avere spunti di vista nel contemporaneo

nemmeno una vista. sempre fallace in acutezza.

esaspero le pietre coi discorsi brulli

e nella calce vedo scritta una poesia alle cose già da fare e

che parla di anticaglie. vecchi amori e di pazienza- tantissimapazienza.

– attratti moti di disperazione. figgo un punto nel tremore.

l’aria poco frizzantina ha un odore di sterlizie idroponiche

– vorrei fare l’amore con te dietro in vicolo assolato

e poi la voce mi ricorda che: Hey, ma non lo stai facendo?

(&%$(&%(5008’9) alzo i tacchi dal selciato frontespizio e

sento un brivido sul muro. una voce irrompe dal futuro

dell’angolo più avanti. Con la vecchia signora sbronza

Ci scambiamo tenerezze. Ancora è presto per la sera.

Arrotolo col passo gli angoli di un barbaro unniverso

con le mani stringo un punto che non so nientedisegnare

la solita allegria che fa squisiglie di cristallo adesso è mesta

come un contromano in un viale di Zurigo. Ecco. I soliti italiani.

Il Disarmadillo.

Il Disarmadillo.

Un disarmadillo, ovvio, manco a dire

aveva poche cose di cui parlare

dichiarò comunque la resa ad un padrone

poi si colse impreparato nell’amore.

Sedeva spesso nel silenzio di un balcone

e sputacchiava semi duri sulla processione

lui trovava la bellezza nel furore

ma se ne stava troppo solo troppe ore

e se dopo chiedevi una ragione, diceva:

per parlare non mi servono parole…

Uno Nessuno Millemila

Uno Nessuno Millemila

Hai rotto gli schemi
Senza saperlo. Hai giocato con la vita
Senza volerlo. La domenica sempre più spesso
Arriva lunedì, e le cose a rimorchio si ammucchiano nella neviera che non sai ritrovare. Dici che stai bene anche da solo
E forse è così. Sai incidere il legno e la carne
E respirare col sole come fanno le piante
Hai preso un sentiero senza sapere e non ricrimini niente. Avanzi cantando tra i palazzi.
Sei felice del viaggio e dell’arredamento
Ti piace costruire le cose e immaginare progetti
Ami il rumore dell’acqua e la musica alta
Ti restano 30 euro in tasca e hai offerto da bere
A gente sconosciuta che non ha ringraziato
E sei comunque allegro e un po’ divertito.
Tu che sei anche me e io che sono anche te
Anche se non ci incontreremo mai e
Già un poco ci amiamo. Questo è un dato di fatto. Adesso ho scritto due righe seduto in un campo. Col sole che asciuga il sudore e frusta le fronde. All’ombra di un pioppo, col fresco sul collo, congedo questo pezzo di vita che forse domani avrò dimenticato o magari un giorno diverso, un altro me, ricorderà con nostalgia o con disprezzo. A chi è dato saperlo? Dici che è ora di andare. Sali sul treno che porta più in alto.
Penso al salto quantico dell’elettrone che è sempre un mistero. Così come noi quando viaggiamo e sempre arriviamo diversi. Una volta volevo cambiare nome, diventare una donna, il solito albero di mimosa. Un armadillo un bue, un nino de rua. perché no? Poi ricominci a viaggiare e tutto è ricordo e non sai mai chi sei.
E mai lo saprai. Magari diranno, scriveranno, parleranno di quando eri più o meno steonzo o generoso ma tu eri già altrove a incontrare le strade, con la vecchia gente nuova a cantare il futuro, la partenza e l’arrivo, la sconfitta e l’inciampo.
Finché ci sarà da cantare, dici, si avrà sempre qualcosa da dare.

Dallo Sfasciacarrozze: L’alterco del ricambio.


cerchi manicotto per turbo rotto
in discarica il sole acciglia il verbo
riflette d’istinto la pozzanghera
su due cani che dormiscono nell’ombra
Ehi rottamayo! Hai ferraglie per me?
:due capelli in croce e guarnizioni
per spiazzi testalarghi che riporti!
e tuberi per piedi con radici
in gomma vulcanata a fiamma ritornata
al posto di qué scarpe grangalanti!
Che a dir vero fan cagare tutti quanti!
Grazie amico molto Meccaspiritoso
spero poi tu abbia pure il manicotto
devo spingere pressione nel motore
per mandarti più affanculo nell’ altrove.

09 06 2022 Ciao Afo. In memoria di Afo Sartori. Scrittore, Giornalista, Amante del vino e del Jazz e degli amici e viceversa.

pagina bianca

giorni contro notti

notti sotto i giorni

lucrezia sotto ai ponti

con i sassi appena nati

pettinava le virgole degli immacolati

pagina bianca

il cielo porta pioggia

e la sventura di notizie

cammina o’ vicchiariell’ sott’all’acqua

pagina gialla

di sabbia e di cirrosi

l’itteratura che mi fai male al fegato

come la vita, l’ombra e l’amore- oggi per esempio

Afo ci ha lasciati uomini più ricchi di come ci ha trovati

come quando disse a Mingus ch’egli suonava il campanello della bicicletta

o Chet Baker che lo infiltrò tra gli orchestrali

o quando mi urlò contro che non avevo capito un cazzo

di Pasolini – nel mezzo di uno show

ché era meglio megaparsec di Leopardi.

e le dediche sul suo libro: Al mio poeta preferito. scriveva

ma io sapevo ch’era solo gentilezza, complicità e quel velo di amicizia.

questa cosa che pare un necrologio

e non vòle essello e non lo è che manco poi ne sono degno

è solo parte dell’esistenza che adesso è trasformata

in sublimazione di vino e di jazz e di brindisi allegroni di Gabrielle

e di vecchie storie di comuni anni 60 e di lotta continua

e di compleanni in circolini e di viti e di vini e di inviti ai vini

e cose che non c’entrano adesso e che

entrano comunque in connessione

come un calabrone

che si ripara dalla pioggia sopra il davanzale

e il cestino dell’immondizia quasi mai usato

– e un caldobagno ormai a riposo

e di uno sgabello guercio – rosso e malandato

le mie braghe calate che fanno molto umanitas

e amore per la vita e per la morte

e per ogni tiramento

a cui non so resistere poi per dire a fine corsa

:non fece tutto quello che avrebbe voluto

ma comunque tanti cazzi. amiche e amici miei

ci aveva la scrittura e la tazza di porcellana

su cui sedere ore e ore trono trono in godereccia solitudine

e sempre una finestra da cui aspettare un’alba o un tramonto

così come si aspetta la persona cara

o la si saluta: occhi impecoriti all’orizzonte

che mai regala e spesso prende

quella smania di esistenza che rizza i peli fino sopra al culo

e sulle braccia frizza il brivido di vita che poi di morte…

che fa il pensiero teso come cristallo

che se lo tocchi bene col silenzio

suona con la voce di ognissera.

Va bene così



Cosa ci fai qui
Pucchiaccos di libridine?
Usi la poesia come
Un kit del prontosoccorso
E Se il giorno vira brutto
Tu spernacchi a fare brutto
La rima baciata trasforma
tutto in marmellata – tipo che
La morte di tua madre
Sa di grandi cappellate…
E via discorrendo…
Certo non guarisce
ma un quiddino aiuta.
Ti sei anche pentito
D’aver parlato male di
Un vecchio amico.
Certo che :
Uno stronzo è uno stronzo è uno stronzo
Ma cosa importa poi alla fine…
Cose sdruciole come un chiacchiericcio
Cose come scritti letti e parlati:
Senza misteri. Senza vedere, senza tacere.
Ora la finestra “a vanedduzza”
Ricorda un pezzo di Battiato
Te lo canti per un tot. Poi trasformi le parole
E Ti spogli. Lanci le mutande in un angolo e
La maglia dell’universidad de Castilla La Mancia
Nell’altro. Di chi era questa maglia? Non la tua.
Forse di una amica. Forse no. Ma non ne sei sicuro.
Il giorno è acceso come fosforo
Il verde elettrico grida che
La vita va presa come viene
Da dietro un velo di foschia
Le trasmissioni si interrompono
E hai bisogno di tradurre:
La prosa aiuta a confondere le idee
Riassumi tutto in un silenzio circoaspetto.
È ancora la natura a prendersi la scena
Qualcosa dentro rotto per sempre
Lascia entrare un po’ di luce
Che poi vuol dire scomparire
Agli occhi della tua mente e
Ricominci a vedere le cose per come non sono
E Il resto conta come una ciabatta quando ne hai altre cinque.
La campana dice che è pessata già mezz’ora
Ma non sai più da quando. Da cosa, né il perché. Non importa. Tu hai il fuoco sacro della nullità
Tu sai di assurgere al gelato. Senti tremulare
L’indecenza come tonno chiuso in scatola
E prima hai anche visto la tua vita
riflessa sopra una piastrella e te ne sei fatto meraviglia
della storia che sei vivo.

Rapìdo

Quasi le due
Significato a volte
Apre una luna al discorso
Strappa uno spiffero exdomesticato
Prendi solo le cose che non.
Carezza il resto che non quid valere
Domani simpacchetta ruzzini e
Poi sparti legato sterlizie e buffetti:
Ellàstica – lògopa – àgita
Frontespizia gli astratti.
Languida il pelo sognato
Foga verzuta e  canuta
Perdi. Romantica. Urgi.
Esseproprio mi devi, Mori!
Ricorda: tutto su tutto
Ma hora, senza spettare!

Jammucenne va’



12 e 18 di questo Tempo all’ombra
Senza maglia il sudore luccica
Sulla panza il vento raffresca
Tra i campi che tolgono il respiro
Coi gialli accesi e i verdi elettrici – Maggiolini
Quello che vuoi dire lo sa solo iddio
Ma la voce ha detto che devi dirlo
Nel mezzo della corsa dice
ascolti musiche di secoli passati
Usi la terza persona come i sogni che non son desideri
-Famme restà conte sinnò me moro
Dice Gabriella. Ritorna una vecchia poesia francese sulla memoria. Dall’altro cade e Dice che tutto è simbolo.
-E tu si nu strunz. Dice la voce. Il coro degli angeli.
Il fiume. Le sterlizie che sorgeranno tra almeno 9 ore. Ora prendi e mescola tutto. Mentre sudi come un cammello senza pelo nella luce dell’alter.co.
Ieri eri sulla cima oggi sotto al fiume. Cosa cambia se non la posizione? Cosa cerchi sotto questi sassi? E perché sei dove sei?
Perché fai domande se sai che non serve a niente?. E perché sul nulla scommetti la vita che resta giorno dopo giorno dopoggiorno? Cosa importa. Cosa importa?
Jammucenne va’.

A cosa serve la poesia



Tu hai la poesia
Che vuol dire in lingua asprica
Che sai leggere
E se sai leggere sai scrivere
E se sai scrivere sai pensare
E se sai pensare sai guardare
E se sai guardare mi vedi
E se mi vedi, sai…
…e se sai sai amare
se sai amare mi ami
e se mi ami
Perché non mi hai ancora portato il rotolo di carta igienica? Non vedi che è finito?

La ricetta sperimentare per vivere felisce



Questo è il posto in cui un tizio
scrive una poesia che vol’esse una
ricetta per vivere felice
Poi si accorge di aggiungere sempre
Un ingrediente dopo l’altro. all’infinito.
E quindi muore alla lontana
scrivendo la cantata più inutile di sempre
…Ma per farla sperimentale. Alla maniera intellettuale
conta gli ingredienti alla rovescia
come se piovesse dalla terra verso il cielo
E mette punti un po’ alla cazzo, e qualche stop
Al flusso dincoscienza e qualche accenno di passaggi a livello Tralevirgoleattaccate e poi
Altra segnaletica a piacere
E troncamenti e verbi inesistenti
Fino a far davvero una inutile poesia.
E in calce allora scrive: Basta crederci. Non c’è regolamento. Nella testa ci ho tutto un parlamento. Tu vedessi nei calzoni che gran scoglionamento.

Quello che scrivono i posti

I posti che sono solo posti
Dettano il ritmo alla vita come alla scrittura.
Anche se sono solo posti.
Vedo tegole accostate sui tetti?
le parole si fanno piccoli vermetti scalatori
Vedo monti e valli rigogliose e le parole si fanno ariose che manco Mascagni e parlano anche i fiumi
Vedo merde per le strade dissestate?
Vien voglia urgente di autobiografie
Vedo le persone personare
e la voce si fa tenera e accogliente e un poco tetra…
E comprensiva e ruvida come il legno cotto al sole
Persino nel plotone di esecuzione vedo il dolore delle loro madri giovani e le cinghie lasche dei padri mal dotati.
Se fossi cieco cosa scriverei? Domando
E se sordo o muto o zoppo e incarognito?
Cosa è la voce oltre l’esperienza?
Che percentuale occupa di me la letteratura?
E perché questa malinconia? Questa mancanza?
Cosa vuoi dire veramente e perché sempre mai o solo sempre?
Ti piace il quasi-quasi, ti addormenti con i forse e tutto quello che non sai, anche tu lo vuoi cantare. Per questo hai perso ogni inutile pudore. E cogli ogni occasione per cantare.
Il molto lo ignori! Che grande ispirazione. Se solo avessi una voce educata…
La vita succede tra una occasione persa ed una colta senza mai saperlo.
E questo già ti basta, ti fa sorridere, ti mette insieme agli altri, nella bolgia, ma tu mettici la musica e un po’ di comprensione. Vedrai. Vedrai. Che poi sarà bellissimo anche scomparire.

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