Lascia perdere i telefoni

<<Lascia perdere i telefoni ti ho detto!>>

La voce incalza come se fosse

un fuori campo siderale

la poesia si nega come una cagna

gravida di risentimento

in un attimo il vento

ha spalancato la finestra e

mi è tornata in mente

quella vecchia storia

che parla di un proiettile

che attraversa la stanza

come un destino imperscrutabile –

qualcosa si posa sul fondo della coscienza

forse un petalo seccato al sole

forse una foglia di burro inacidito

non ci è dato di sapere…

la poesia si nega

come un barista svizzero

all’orario di chiusura –

è ora di cenare –

me ne accorgo dalle luci accese

nelle cucine dei vicini

mentre la gente è chiusa in casa

a spadellare sentimenti

nelle strade vuote

fa scandalo d’orgia

la polvere e

intorno alla piante

c’è aria di festa

e funerale.

Amori In Corridoio

Leggi una poesia

Poi un’altra

Poi ti alzi dalla sedia e

sposti i capelli dalla fronte

come hai sempre fatto

Da due mesi a questa parte

Da quando sono cresciuti

Senza che nessuno li baciasse

Qualcosa al piano di sopra

Si rompe in novecentonovantanove pezzi

(manca sempre qualche cosa per…)

È il vetro che frastuona di ricordo e

Si apre una finestra nel mezzo

Di questo sotto pavimento

Dice sia normale

Dice sia carnale

Hai voglia di tuffarti dentro

Questo sano desiderio di avventura

Come fosse una donna

Ma non lo è

È sentimento

È un tritaossa

Sono i morti conto terzi

Sono tutti in fila

Come un Ade ma senza manco un fiume

Una valle senza vette

un comò senza civette

È un ammasso di universi fritti dalla luce

Ci sei anche tu dentro questa fascia oraria

Con un polso teso come un filo al cielo

Mi chiami con la folta indifferenza…

Passa un’ape nella stanza silenziosa

gira intorno un poco sbirra

Poi si arrende e scappa via

Verso la sera che già strizza

l’occhio sul domani

E a queste nuvole

che non ne vogliono sapere

più di tanto dei fermenti

degli aghi degli abeti

degli amori stretti al muro

in un altro corridoio.

A quel tempo – stocazzo e la materia oscura

A quel tempo

me ne stavo a ciondolare per casa

con un libro stretto in mano

senza nemmeno aprirlo per errore –

>> dentro ci sono scritte cose

che potrebbero svoltarmi la giornata

o addirittura la vita. << Pensavo.

>>Per questo non lo apro!<<

È così che accade quando sto

Per troppo tempo da solo –

La voce si affaccia dalla finestra

E ti chiede: Ehi, giuvinotto!

Vuoi svoltare? Sono qui per te!

E tu distrattamente rispondi:

No grazie, non mi servono accendini!

Non fumo, Ho smesso!

E poi continui a contare le pieghe del tappeto

Su cui il cane inesistente del vicino

Ha pisciato appena un attimo prima

Guardandoti negli occhi come se esistesse davvero.

È così che accade quando la vita

mi sfiora appena l’orlo dei vestiti –

Tutto passa come un fruscìo

Il un cespuglio di ricordi di qualcun altro –

La noia è la radiazione di fondo dell’universo

E stocazzo, sì! – Ne è la materia oscura.

Poesia d’amore per la pioggia varia ed eventuale

Poesia d’amore per la pioggia varia ed eventuale

Poesia d’amore per la pioggia
Per quella piccolina
Che scorre dai lampioni
Passata la tempesta
che pare trattenersi
Con un certo Droppo In gola
ad un verso di paura –
e il verso dice: Buh!
: Adesso cado e muoio!
Ma è solo una robetta
Per ridere tra cani
sì, a terra c’è la pietra
(cadrai, ormai è stato scritto)
è la strada di paese
che vuoi che ti racconti?
È dura è c’è la merda.
vorrei stare più solo
per ridere dei fiori
per scrivere davvero
di essere leggero – ma
ho una testa colabrodo
e la realtà è fatta di lago –
ad ogni tentativo
perdo dei pensieri
vecchi e sdruciolati –
prima ho visto una signora
risalire verso casa
con la spesa stretta in pugno
cos’altro potrei dire?
La Nebbia è una fornace
Piena di cristalli?
Lo so che non è esatto
Lo so che niente è esatto
Cos’altro vuoi sapere?
La storia della pioggia?
Ho scritto una canzone
Che non ha più parole ma
Fa piangere anche i muri :
Prima uno mi ha scalcinato addosso
Lacrime di Brico
Ci siamo consolati
nel gergo rustichino:
Ti amo amica/o mio
Che tu sia pioggia
O congloclasto
Chiunque eglitusia

La macchina di GIANNI RODAGGIO

La macchina nuova
ha per strozzo un fiorellino
al posto del tachimetro
un bel bicchier di vino
ha sedili di prato verde
e parole per cuscino
vorrebbe andar più forte
ma ha il rombo di un bambino
e la strada è un po’ bagnata
e l’albero è vicino

Oh Cazzo! (Metti a dimora una virgola)

Metti a dimora una virgola,
dimenticala. Come un pensiero
di un fiore o di un copertone
lascia passare del tempo
spunterà una parentesi
buona per proteggere
le cose sottovoce
poi spunterà una lettera
la lettera “o” per esempio
senza troppe pretese ma
comanderà alle labbra
un verso di stupore
passeranno giorni,
oppure dei minuti
non ci è dato di sapere
che stagione attraversiamo
e spunterà una “c” e appresso un’altra “c”
come uno starnuto
e subito una “A” che si alzerà sui trampoli

  • di notte un paio di “ZZ”
    ti ronzeranno in testa come un ventilatore
    e penserai all’ inizio con lucida visione
    alla primera “o” di qualche tempo prima
    e con grande stupore già le starai parlando
    magari sottovoce altavolo del bar
    o le dirai distratto tra i Bip di un ATM
    (O CC A ZZ O
    dopo l’estratto conto…
    Hai chiuso la parentesi?

Usciamo da questa scatola infinita

Con uno schizzo nelle vene
e tanto alcool in corpo
urlava a denti stretti:
“usciamo da questa scatola infinita!
Io ch’ ero assai più lucido
rimasi un po’ a pensare
avanti agli sbirri
accorsi per la rissa
a quella frase urlata
contro una serranda chiusa
e che risuona ormai
da decenni dentro la mia testa
ogni volta che sto stretto –
Usciamo da questa scatola infinita
ho pensato l’altro giorno
mentre impastavo con le mani
acqua lievito e farina
e poi dalla finestra
è entrato un po’ di sole
col ricordo di una amica morta
e mi si è stretto un poco il cuore
come in una morsa –
ho tirato forte l’aria nei polmoni
ed ho sorriso in faccia al rubinetto
Usciamo da questa scatola infinito
ho ripetuto a voce bassa
ed ho sorriso al dirimpetto
ho ringraziato qualche cosa
poi ho detto qualche cosa
e chiuso la finestra

Amore Quasi Cosmico

Non conosco niente del mondo
Per questo lo amo
Non capisco i fiori né
Il rumore degli animali lontani
Ma ne intuisco le figure
Nella mente sulle montagne
valicare lentamente il pensiero
Ne sento Il passo come un ricordo
Ancora da fare
Ne intuisco il confine
Dentro lo sguardo
Non come limite
Ma come forza
necessaria alla vita
Non capisco la fede
Ma la paura sì che è cosa più umana
Non capisco gli uomini né le donne
Ma soprattutto non capisco
Quello che pare una copula
Tra due gatti randagi
In una domenica di quarantena
Alle sette di mattina
Sotto il mio balcone.
E per un secondo
anche il certo amore
Per l’universo
Ha fatto una crepa
In mezzo ai coglioni.

Ri-Creazione. (Palmizi)

Dio, dopo aver creato indefessamente cose a destra e manca, creò la donna e vide che era cosa buona e giusta.

…E gli uccelli uccellavano per lo azzurro cielo e le acque sciacquavano per le azzurre valli (okay, è vero, all’inizio ci fu un problema di daltonismo, ma che all’epoca si chiamava Diismo. Cosa poi risolta con l’aggiornamento dell’eternità successiva: Paradiso 2.0 ++CLICCA QUI per scaricarehh!!11!! ndr).

La donna, passate le prime eternità, a un certo punto cominciò ad annoiarsi. Anche perché diciamocelo, la mitosi e la meiosi, so’ carucce, ma fino a un certo punto…

Allora Dio, di rientro da una serata complicata da uno dei tanti universi paralleli creati qualche eternità prima, decise di creare l’uomo e…
O per mancanza di fantasia o per pigrizia, forse per stanchezza, oppure, ad essere maliziosi, a causa dell’astrobirra, lo creò a sua immagine e somiglianza…

Da qua, come immaginerete essendo del ramo, le cose furono abbastanza movimentate, e dopo la prima settimana, cominciarono spontaneamente a crearsi cose mai viste prima.

La prima fu il sarcasmo; nato in una notte di pioggia, dopo che la donna cercò di arrotolarsi vigorosamente nella foglia dell’uomo, lasciandolo così in balia delle intemperie… Subito dopo, al mattino, in un prato, fiorì di sua sponte il tempo… Si vede che era necessario, ché a furia di eternità, le cose non erano mai veramente chiare. Soprattutto per quanto riguardava i turni delle faccende domestiche.

Rasalo tu un prato infinito per due eternità di fila!
Vabbè l’immortalità, però…
Comunque le cose parevano andare piuttosto bene, certo, nei limiti della decenza… Si cominciarono da subito a contare le albe e i tramonti… A dire il vero fu La donna. Quando vide che l’uomo aveva imparato a produrre la birra e quindi a fare bisboccia fino a tardi con tutti gli animali del creato, e rincasava sempre sbronzo.
Gli fece un cazziatone megagalattico, e per annotare tutte le mancanze del coinquilino o PRESUNTE tali; Creò il Calendario. Con il calendario nacque il moccolo.

Con il moccolo, nacquero i veneti!
Spuntarono come funghi, da sotto ai pioppi siderali…
Cominciarono ad accoppiarsi e a moltiplicarsi a colpi di poco sporadici moccoli e grappini!!!
Il resto vien da sé –
E così, per una rasata in più di prato, per una mancata lavata di scodelle, per una spazzata di pavimento, insomma, a causa di un deboscio siderale, l’ homo paradisus si trasformò in homo moccolandi e fu bandito per sempre e bla bla bla…
Insomma eccoci qua.

Intervisto Pesci Stupidi

Ieri ho scritto tre buone poesie
che poi ho cancellato per errore –
meglio così, mi sono detto-
perché lasciare un segno
nei ricordi della gente?


Cammino in una stanza
senza il conforto dei miei libri
mi manca perfino Marziale
Orazio, perfino Limonov
e gli scritti di Cavallo
di Miłosz… Carnevali –
quanti fratelli pieni di abbracci
chiusi nei libri sugli scaffali di Pisa!


Fuori si sente il fiume
sbattere sui fianchi della valle
da qualche parte ci sono pesci
e sono certo che facciano
una vita più tranquilla:
adesso saltano, depongono le uova
scopano e ogni tanto abboccano
Tipico dialogo tra pesci:


fa vedere come fai un carpiato!
hai mai visto una carpa andare al trotto?
son brava? me la cavedano?
(Sì, ho intervistato pesci stupidi!)
la notte ha il sorriso dell’armistizio
ma questo i pesci non lo sanno
e nemmeno io fino a due secondi fa.

L’arma ‘e chi t’è…

Avresti mai pensato
All’arma della solitudine?
Pensa agli alberi.
Crescono soltanto
A debita distanza
Sì, ma crescono anche i debiti!
Chi rimetterà per noi
I nostri debiti ai nostri debitori?
Mi chiedi giustamente…
Io no!
Ci ho già i miei
Che pago a tempo debito!
Tempo:
Quella cosa che rallenta
Se stai solo per
Molto tempo all’ora.
Allora cambio vento- dico:
Magari cambio vita!
Fallisco e vado in Africa
A fare l’odalisca… Gradisca?
E i figli chi li campa?
Mi dici arroventato.
Calma amico spaventato
Vedi, c’è già un altro mandato…
Si stanno già riunendo
Stan mica a perder tempo? Eh?!
-Te c’hanno mai manDato a quel paese?
Sì certo molte volte a fine mese.
Allora che facciamo amico
Del maggese?
Si fa come l’aratro
Perduto dentro al campo
Che mostra un po’ di ruggine
E speriamo poi che campo.

Quattro Mura

Quattro mura
Viste da dentro
Quattro mura
Viste da fuori
Così ti dicono
Gli altri se
Sei fuori oppure
– If You are in!
Ma le mura sono mura
E tu sei sempre tu
Che cosa è cambiato
Se non l’idea del
pulcherrimo assembramento
Di presunti punti materiali
Chiamati te?
Non tu
Che sei lo stesso
Ma fuori dal piano
Cartesiano
Come la materia
. O il desiderio .
E qui parrebbe
Da evidenze
Scientifiche che:
All’infinito questi
si tocchino
Come uno spigolo
Ma senza mura –
Né margini di errore.

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miriammessina

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