Vivacchio

Il tuo profumo
Cura il mio cuore rotto
Io che non so curare
nemmeno una foglia
Io che Resto solo
Come una foglia
Io che cerco di spiegare all’albero
la bellezza della caduta
Ma che non ce la posso fare
E resto in silenzio
con un quadro
Spento in gola
Io che muoio Prima
di toccare la terra
Con le Parole
Io che adesso allungo la mano
Sotto la gonna della notte
Per bagnare una stella
E ci resto stecchito
Come un tradimento
Come quando fai esulare il corpo
E quello si fa cupo
Come un’arpia
morta di stenti
E di carogne perché
Chi ama non muore mai
Ma questi Vivacchia parecchio a lungo
… Per l’eternità

CAVALCAVIA

– no time no space
Battiato sull’Aventino
io ho superato
– da mo – la ventina
ridacchio… Vivacchio…
spuntano maniche corte
in pieno autunno
Novembre- vituperio dei giubbotti
esce un ricciolo dal vicolo
e fa rumore di cristallo che tintinna il cuore
amore mio – porta via la tua ombra
vieni qui. Arrivo…
stempero il cavalcavia
con due colpetti di tosse
lo scirocco trapassa la grata
è denso e di anima frescolina
che comunque parte il brivido
e poi metto la musica in 4G
per cambiare atmosfera
ma è troppo presto
troppo sole sul cemento del palazzo
sullo sferragliamento ferroviario
sul ferro che ricorda sempre il sangue
dell’anima dei morti ammazzati
stanotte sotto al ponte giocavano a spade
ed io passavo come una buona parola
sulle loro teste
– chissà dove saranno stamattina.

Nessuno

Novembre.
Sono fiorite le piante dell’androne
Una donna mi dice: scusami ma…
La donna mi dice lasciami stare…
E fiorisce un ibiscus e un crisantemo
E dal pavimento Il sole fa poligoni
Montano nell’aria come muri
Come blocchi di luce tiepida
Voglio essere come il Rosmarino
Nel vaso di cemento che profuma il sole
E profuma la pioggia
E forse lo sono
A cosa sei servito?
A niente. A niente
La signora anziana alle casse
Era la mia anima nuda
che non trovava il portafogli
Allora ho messo le cose a posto:
Le ho ceduto il posto
L’ho presa per mano
Le ho porto il bastone
Le ho trovato il portafogli dietro la Schiena
~Peras imposuit iuppiter duas~
un sorriso mi ha strappato da ogni terra
Ma a chi lo dici?
A nessuno. A nessuno.

La Strada

difficile saltare un metro

a due anni – e infatti saltai venti centimetri

saltai l’altezza del marciapiede –

e mi diressi verso il bar difronte casa.

Mia nonna, santa donna, mi afferrò per un braccio

evitando così che potessi finire sotto qualche macchina

poco male – mi slogai un braccio. dicono.

– “un bicchiere di birra” avrei risposto alla domanda
– Dove volevi andare?

Così in paese ti insegnavano la parola Birra

subito dopo – Mamma

Subito dopo- papà

subito dopo – pipì

e poi ridevano quando la ripetevi- manco avessi detto –

Chessò: culo! oppure: Immanuel Kant –

Avevo due anni – conoscevo poche parole e poco del mondo

ma la strada sì, la conoscevo.

Io non la ricordo questa storia, almeno non credo

le immagini che ho in mente

credo di averle ricreate con i racconti,

d’altra parte non difetto certo di fantasia…

ma mi è venuta in mente proprio adesso

mentre ho un calzino da corsa ed uno di cotone blu

e sto in mutande tra un colpo di tosse e l’altro

e in sottofondo la musica di un sax e fuori la pioggerellina

e la strada che mi chiama come faceva un tempo

come ha sempre fatto.

E la donna, che ho amato da prima che nascessi

cammina su chissà quale strada – adesso –

In mezzo alla gente è il mio posto – dove sennò?
La sentite? Uh! Suona come un’aria – è la strada.

Treno

Treno
Questo strumento che ci separa
Come un filo di piombo
Cuce i giorni alla terra
E ne fa futuro
Il tempo a cui mi rapporto
Non è di questo mondo
Appartiene a te
– alle cose che innamorano
Se guardo il filo d’erba
Oggi – vedo l’universo
E la grandezza
Sempre mi commuove
attraverso te le solite cose
Hanno luce diversa
– Ciascuno ha le sue porte
E questa solitudine gentile
Che scalda il cuore
E le mani – come respiro
In un campo innevato
Parla una lingua antica
A cui ricorro – per dare voce
Alle cose oscure
Alle ore morte
Alle persone vive
Ai pozzi dimenticati
Con solo un palmo d’ acqua
Sul fondo fermo
del giorno.

I morti

Le tegole di una casa spinte dal vento
come foglie – sento –
il profilo delle montagne quando c’è luna
il fianco, il tuo, in penombra
la mutanda con l’ananas e
l’albero con le sue radici ferme e
certe parole che tremano come corde
e certe corde che suonano come una vita
pizzicata dagli eventi
lapidi e casette di cemento
c’è uno spazio col mio nome
ma è decisamente troppo piccolo
oppure è troppo grande e freddo
vorrei stare tra i cipressi e fiori i secchi
e i vasi vuoti – e senza nome
come i giorni senza amore
e il cancello del cimitero freddo d’inverno
e rovente d’estate
e la mano che lo chiude e che lo apre
e il passero che becca i pochi semi
e le mani che si cercano come formiche
e il mio cuore gonfio come una zampogna
e il suo canto stridulo – più adatto ad un lamento
che a una serenata, magari ai morti,
Ecco. il mio cuore canta ogni giorno la serenata ai morti
– amici miei – non abbiate fretta – tornerò
a battere il terreno – tornerò tra fiori dei pensieri
con allegria nuova – col mio eterno canto
vivo tra i morti e morto tra i vivi
a camminare – su questo filo d’ombra
che ci regala il sole.

Una nottata diffcile

Dopo una nottata difficile
La nostalgia ringhia come un cane rognoso.
È autunno. È caldo. La pioggia arriverà più tardi… leggi due righe sul cesso e pensi a tutto ciò che non hai fatto, a ciò che avresti potuto. A ciò che avrei…
Leggi Brodskij. Poi Gozzano. Poi Sinisgalli. Si torna sempre alla terra. Pensi… Penso…
Quindi fuori accade: una fisarmonica e un violino suonano prima “Besame Mucho, poi “O sole mio”, poi “dos Gardenias”… Il sole spinge forte un raggio sul mio ginocchio destro. Lo scalda timidamente, con troppa luce.
Ho chiuso i libri. Finisce la musica e per un attimo sono l’uomo più solo del mondo, di una felicità profonda, che si prova soltanto, credo, quando non possiedi più niente. Quando il tuo nome è vuoto ed il corpo un’ombra. Come una musica, ma più oscura, con meno vita, con più infinito.

E la primavera?

la strada si fa stretta
e il cielo è piegato
come un coperchio
sulle lunghe ciglia
dell’iridescenza
e la canzone recita
che c’è un uomo nuovo
ed una donna allegra
e che non c’è più tempo
per andare a cogliere
impreparato il mattino –
la canzone sfuma
avanti ai nostri occhi
chi se ne frega del tempo?
per la strada uccelli
saltellano l’autunno
beccano famelici
le briciole d’estate.
Hanno già svelato
gli occhi dell’ inverno
– gli stessi occhi che
hanno acceso l’estate

Soli

 

Prima ho fatto una passeggiata
costeggiando il caseggiato
E nel cespuglio del giardino del vicino
C’erano due gatti ed un passero ferito
Arrivato al cancello
Ho fatto un cenno per attirare l’attenzione
Ma i due gatti hanno appena drizzato le orecchie
così come fa la vita un attimo prima dell’inevitabile –
“troppo tardi” ho bisbigliato tra me e me
e poi ho proseguito proprio come fa la vita
quando è accaduto l’inevitabile.
Dopo poco una strana allegria
ha preso a solleticarmi gli occhi
nel mentre che le foglie si appiccicavano sotto le scarpe
e le macchine tagliavano l’aria umida
come certi sguardi che non incroceremo mai
l’odore di fogna sgomitava da basso:
era la realtà- che si palesa con quella sensazione
di guance tirate e mani fredde
e con la pioggerellina che cade inesorabile
senza alcuna fretta
Passo – passo-

Poesia breve

Poesia breve
Di abbraccio e di pioggia
Di cura verticale senza ombra
Labbra – foglie del vento
Bimba con la cerata rossa
E stivali azzurri
Cammini sul rovescio del cielo
e fai sgomento del giorno:
C’è il mio cuore
in quella Pozzanghera.

Ma.duro

Mangi, per pranzo, una roba che frugàle è dir poco. Vai al bar per un caffè, parli di Maduro con la barista venezuelana – di Sudamerica – di Salvini – di Pepe e dell’Uruguay. Ti innervosisci, ne ordini un altro. Lo butti giù. Sei nervoso come certi nervetti di vitello che si trovano solo in certe cucine esotiche, scrocchi passi sull’asfalto come miccette a carnevale. Sta per piovere, la bassa pressione non aiuta. Tutto è uggioso. Uggesù! Ripensi a quello che fai, sorridi, le macchine che allungano sul rettilineo con poco traffico, lasciano presagire distensioni all’orizzonte. C’è una luce da qualche parte. qualcuno dalla macchina ti saluta, ma tu sei senza occhiali, e ricambi, fingendo un sorriso a 54 denti, poi continui a sorridere di gusto, ché pure tu sei duro, Ma- duuuro!

JunkFood

c’è una mosca che gira
o forse è una zanzara
ma io la lascio fare
gira intorno al collo
e solletica e solletica
come certi pensieri
che potrebbero pungere
da un momento all’altro
come certe parole
che potrebbero salvarti
da un momento all’altro
ma tu non ne hai bisogno
o almeno così credi
e queste allora ciniche
tagliano occhi mani lingue
ponti
e poi si snervano come carni lesse
fino a diventare cibo spazzatura
fino a diventare aria calda
fino a diventare una nostalgia
in un sorprendente
giorno di sole

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