Ieri ero felice come chi non desidera niente

Ieri ero felice come chi non desidera niente
C’era il sole e il prato e la gente era contenta
Sorridevano anche i mendicanti ma non lasciatevi ingannare:
Quello è il sorriso del dolore
di chi stenta a sopravvivere.
Non c’è alcuna allegria nella fame.
A meno che non sia la tua.
Né poesia nel bisogno altrui.
Ho camminato a lungo con le cuffie nuove
E non mi sentivo estraneo a niente
Ho scambiato sorrisi e stretto qualche mano
Stare da soli è una cosa molto lontana dalla solitudine
Seppure cominci a dar nuova voce ai muri e agli alberi e agli animali
E li immagini discutere tutti seduti ad un metafisico tavolino
Seppure il signore col cane seduto in borgo
Mi stringa sempre un po’ lo stomaco quando sorride
Seppure io mi senta più vicino certi giorni
Alle cose inanimate
Seppure si apra una voce nuova ogni tre passi
Fino a dimenticare la mia
Seppure manchi sempre un pezzo di qualcosa affinché io mi dica uomo
Seppure la lontanaza talvolta sia una questione di carne
Seppure mi perda spesso in immagini che poi dimentico
Seppure un sacco di altre inutili premesse
Talvolta la vita mi sovrasta di bellezza
Ad ogni angolo di strada senza motivi apparenti se non la stessa vita
E c’è una biologia che mi dice: va’ avanti, corri!
E un sentimento che implora: siediti, osserva, aspetta.
E c’è un amore che mi dice: Canta. Sì, anche se non lo sai fare.
Ed io obbedisco, ché tanto non ho altro di meglio…

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