Andiamo

Andiamo

Di che parlare
Se tutto è tacere
Cosa dire
Quando le migliori
Menti della mia generazione
Sono sulla stella X
A filare la lana
Come tanti telai meccanizzati?
Studi per produrre o per capire?
Così, Chiedo per un amico…
Dai, facciamo così:
Dai. Voce del verbo dare
Ieri potevo essere morto
In un incidente tra lamiere
Trattore VS Volvo
Una secca. Senza rivincita.
Invece oggi sono qui
Che vuol dire? Mi chiedi?
Niente. Non lo so
Hai un’idea migliore?
Dice: che vuoi?
Voglio la luna nel pozzo
E poi la voglio regalare
A chi? E che ne so.
A chi ne ha bisogno?
Ne hai bisogno?
Non lo so. E tu?
Nemmeno.
Andiamo?
Dai, Andiamo.
Dai, diamo. Andiamo

Grazia

Se sono in buona
E c’è con me una donna
Che può giocarsi a dadi
Le sorti della mia stessa sorte
Sento la vita scorrere
Come un condannato:
Cioè così: come davvero è –
E persino le luci
Che attraversano le foglie
Lasciano un segno
Indelebile nel petto
E la gioia forte
Per il fatto solo di esistere
Mi costringe al pianto
lucido come un sasso di fiume
E soltanto la parola Grazie
Spunta dalla bocca
Come un orizzonte di pietra
Senza mai diventare ridicola.

Quella volta Hassan Lorenzo

Quella volta Hassan Lorenzo

Hassan Lorenzo
Uscimmo quindi a rimirar le stelle
E quelle piú brillarelle friggevano di colore
E non cadevano mai.
Cara nun fa la stupida stasera-
Ti canticchiai mentre ballavamo
E mentre facevamo l’amore
mi chiedesti di non farti male
Ed io ti riposi che magari solo un poco
Mordendoti le labbra
Passiamo sulla vita leggeri –
veniva da pensare a Sergio Atzeni
Mentre intorno cominciava a bruciare a mucchi di secondi molto minuti – il futuro
Le parole cominciarono ad uscire
Come sutra destinati a perdersi
nella tradizione orale – echeggiavano a lungo –
Tu eri santa come una sorgente
Ed io venni a te come un randagio di lungo corso
E trovai pace E trovai vita in mezzo ai tuoi capelli
E mi donasti un seme che custodisco intatto
Nel mezzo del mio centro
Dove anche io sono stato santo
Il santo che ho ucciso con le mie stesse mani
Alla prima notte senza luna
Adesso sono tuo come le chiavi di casa
Una matita – un vecchio libro – il mazzolin di fiori – il rossetto – l’ accendino perduto nella borsa – La multa pagata sempre tardi – le rane dal cielo – la carestia- le cavallette – LE CAVALLETTEE

Chissà checcazzo voglio dire

“Picasso ballava la quadriglia
E con lui anche Monet?”
Questa è la frase intelligente
Che mi viene da pensare
Per scherzare un poco con la sera
Con le musiche folk che entrano
Allegrotte dalla portafinestra spalancata
Sarà che ieri ho bevuto troppo vino
O è solo che son solo
A pensare al multiverso
A scomporre il nulliverso
A languire il capoverso
Che poi chissà che voglio dire
Chissà cosa sento e che dovrei sentire
Allora tornano i Picasso
A far quadrare l’universo
A scherzare un po’ diverso
E penso ai tori che caricano di sbieco
Ai vecchi cani che hanno combattuto bene
A Celine e Hamsun e a Chet Baker
Che mi parla quasi ogni sera ormai
Di cose molto tristi e di drappi rosa
Di vini troppo caldi e mani troppo fredde
Ma poi chissà che voglio dire…
Chissà se stai a sentire
Forse dovrei gioire o smettere
– forse partire?

Scrivilo

Scrivilo

Scrivi del caldo che non dà tregua allo sguardo di chi vede lontano
E scrivi dei piedi rotti e dei cuori spezzati
Come spighe giovani di luglio
Scrivi di un uomo che non può tornare a casa
E per questo straparla dentro i bar
Scrivi di Giubbino che imbestiato dal vino
Esce di notte a fare il verso agli animali
Scrivi di quella ragazza che sai tu e falle il passo piú leggero se ne hai la forza
Scrivi cosí dell’amore, amando.
Scrivi di queste montagne e di queste madri
Che ci guardano attraversare le piazze come petali di carne alla mercè del vento
Scrivi di questa cosa che chiamiamo mondo
Ma poi punta verso l’altro come un’idea di dio ma senza dio e con piú sentimento
Scrivi di quella volta che hai detto di aver pianto senza motivo
E scrivi di quando hai riso fino a crepare dal ridere e di quando poi sei morto
E scrivi di come sei resuscitato
E Di come resusciti ogni giorno
Di questo devi scrivere.
Se non sei utile a te stesso, siilo per i tuoi fratelli e per le tue sorelle
Fa vedere quanta bellezza si cela nel dolore
E di quanto dolore insiste in certe persone
Che si pensano padroni.
Scrivi di come non hai capito, ma hai lottato lo stesso, pe la bellezza, per la gentilezza, per la meraviglia che ci commuove ogni volta
Scrivilo, cazzo! Datti da fare con quelle mani, spremi quel poco di animo che ti resta
E consumalo. Sei qui per questo.
Oppure hai un’idea migliore?
Nel caso, scrivi pure quella.

Simplex

Le mani odorano di limone
I capelli sono accesi
Dalla brezza del mattino
I suoi capezzoli
Sono le vere
sentinelle inpiedi
E la pelle che odora
di sale e bergamotto
Qui Poche altre semplici idee
Quattro parole avvicinate
Come una guardata
Come mettere i confini al muro
Sparino pure i colpi le ciglia
Alla penombra di una stanza
Scorticata dal sole
Dove frigge freddo
il pavimento Sotto i piedi
Dove i rumori che ronzano
Dalla cucina dei vicini – dicono
Che c’è ancora una speranza
Che c’è vita oltre la vita
E anche oggi potrei affermare
Di morir contento
Di crepar cantando
Di seccar vivendo
Ma è ancora troppo presto
Dico, Ho altre pietre
A cui donare amore follemente
E un paio di sguardi
Da far brillare ancora
Sotto le basi solide
Sopra cui prospera goloso
Un infaticabile nulla.

meglio al cimitero

Si sta meglio al cimitero

Avanti al cancello del cimitero
Dove le prime tombe sono quelle dei miei bisnonni
Ho in contrato un uomo con i baffi
Dall’aria mesta un poco bastonata
Ci salutiamo, ci annusiamo, ci presentiamo.
Io riprendo fiato e bevo acqua
Dopo una corsa sofferta piú del necessario
E poi mi chiede se dovessi salire in paese
Ché gli servirebbe un passaggio
Dice di vivere a Milano e che non ama i bar
Né le carte e che beve due litri di vino al giorno Ma il medico glie lo ha vietato
E che ieri ha fatto le quattro del mattino
E che qui in paese non ha piú parenti
E che avrebbe voglia di una birra fresca
Poi mi fa un paio di domande
Ed io gli rispondo con sincerità
E gli dico cose che già sa da molto prima di me
Ma che comunque gli danno conforto
Almeno cosí sembra.
Parcheggio davantinal bar
grondo ancora sudore – lui si è un poco rallegrato
Scendiamo e gli chiedo di smezzarci una Nastro
e lui acconsente a malincuore
* Cosí non si riscalda, incalzo.
Hai ragione, dice.
“addò vaije” “dove va’, va’.” (la salute)
Brindiamo. Poi non diciamo niente.
Solo il chiacchiericcio e la birra nel bicchiere
Che si svuota delicatamente
Guardiamo la strada, il paninaro che prepara la griglia, il sole che sta per tramontare, un passeggino con due bimbi che gicano
Antonio che sta sparanzato sulla panchina
Con almeno quattro giubbini
Due ragazzine che prendono accordi per un appuntamento e poi sempre il resto della collina con i campanili di pietra e le case vuote e i platani che stanno là da prima che nascessi.
Poi rompe il silenzio per dirmi grazie.
Rispondo che è stato un piacere
E che ci vedremo in giro
E poi si avvicina ridendo per dirmi a bassa voce: si stava meglio al cimitero!
Rido e annuisco. Poso il bicchiere vuoto sul bancone. E torno a casa, canticchiando…

Io sono la mia terra

io sono la mia terra
la valle accogliente
dove sibila il fiume
la montagna più aspra
che si è fatta collina
il campo abbandonato
che ha ingoiato l’aratro

io sono la mia terra
mi guardo allo specchio
e vedo alberi _ fiumi
Cose che aspettano
Partenze e ritorni
Mani da stringere
Occhi che vedono storie
di nostalgie antiche

E cose che partono
E sempre ritornano.

Cose lasciate per strada

Certo che non puoi scrivere
Della tempresta durante la tempesta
Certo che sei chiuso in una stanza
Con le pareti di pelle
A leggere Petrolio
Certo che il mattone di terra rossa
Non dura nel monsone
Il gorgo ritorna a fare vistita e
Porta pacchi di caffè _ zucchero _ pacchidipasta
Il cielo pende dal terrazzo E viceversa
Me ne sto all’ombra come un vecchio sipario
Impolverato – chi suonerà per me stasera?
Ci sono giorni in cui non c’è allegria
E la vita è tutta marrone
La gente pungola senza volerlo
Anche con la tenerezza o con l’amore
E la strada è troppo scoscesa
O troppo piana o troppo qualcosa
C’è chi si rifugia tra le rocce
Dove il calore del fuoco vuole dire salvezza
La voce amica qualcosa di umano
In un deserto di silicio e scarpe rotte
E cose lasciate brillare per strada

Dindong

DinDong!

Io nelle foto: ovvero:
Scrivere stronzate con la luce
Senza nemmeno essere divertente.
È una malattina del nostro tempo.
Certo, soffro di qualcosa
Ma non di giudizio universale.
Poi metto a frutto il venticello
E la pioggerellina e la tenda di seta verde
Tutte cose che fanno male al sentimento
Almeno cosí pare
Allora piango nel sogno
Di un amico scomparso
O forse era la birra. Forse ero sveglio
Forse piangevo davvero seduto avanti al bar
Non che faccia differenza
Non ricordo bene Signor giudice del tempo
Mi perdoni l’ Astro Azzurro
E poi vado via da qualcuno e qualcosa
Ma non so esattamente come né dove
E certo che vorrei restare
Ma vado. Via. Come una stella fissa
Che non c’è mai stata fino all’arrivo di Hubble
Scompaio quindi per un difetto di tecnologia
Scompaio dai radar e
Resta il mio nome come un alone
Di fosfori verdi per il tempo di due bip
Nella bocca di qualcuno
E mi metto a scrivere poesie
Che poi vuol dire resto solo
E poi il tempo si fa brutto e
Qui, racconta la canzone,
mi hanno già dimenticato
E le campagne smettono di urlare per un poco
E questa tristezza che mi incattivisce
Come un gatto al guinzaglio di un estraneo
mi fa pensare alla pensilina e alla pioggia
Al tram e a un amore ballerina
A De Gregori che scrive di Pavese
A Pavese che perdona tutti
e cambia dimensione
A me che scrivo talmente di chiunque
Che potrei essere anche io
l’oggetto del racconto
Che non amo essere fotografato
Ché non mi trovo interessante
Che non ho voglia piú di giochi di parole
E nemmeno di parlare o scrivere
Allora esco come una parola
Che si fa mattina
per eludere le frasi della notte
E divento gente sulla carta
E sangue nella carne
Porto Gratitudine a pisciare per le strade
Come fosse un cane mio compagno
Di cui mai sentirai parlare
Dopo questa volta
Fermi avanti ad una chiesa
È persa anche la gara
A chi ce l’ha piú lungo
Il campanile.
Dong!

Certo

Così la montagna
Segna il passo
Al rovescio
Certo il cammino
Idolatrato
Certo il ricorso furioso
Alla tenerezza
Certo il giungere
Sopra di un filo acceso
Oppure pungere
Il destino
Come una radice
E spingere la terra
verso Il cielo
Certo è lo scorrere
Come un rivolo di pianto
Senza ombra di verso
in direzione dell’azzurra quiete
– dimenticanza
È perdersi nell’inghippo
Termodinamico
Come una pietra –
Conservo il ricordo
Di un’altra vita andata deserta
Io che non so più parlare
La lingua del presente
Certo – qualcosa è qui
E Insiste sempre il pensiero
Fuori dal verbo.

Qualcosa che non quadra

Questo è il pensiero politico elaborato dentro un qualsiasi bar di città tipicamente invisibile come un non luogo qualsiasi _ una non scrivania fatta con legno di incomprensibile noia_ e che genera la tipical inutility buona ad alimentare il mostro che l’altra sera ha bussarlto alla mia porta chiedendomi un -PIN puck bam- qualsiasi e al quale però con un moto di lucida luccicanza ho risposto: picche! – ma anche – Immigrato – vergognoso povero – ma anche fiori e cuori e perplessi animaletti ma invece quadri No. Ché non so dipingere. Stranamente io che so e posso tutto ciò che non comprendo per manifesti e repubblichi limiti e tarature. Strano, vero, ma quadri, no.

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