Testa di cazzo

Confini parole che chiami poesie
In una cerchia ristretta
E queste non oltrepassano
Il cuscino – o la stanza – l’appartamento
Riapriamo le cose chiuse, dico
E sul confino dei sentimenti
Non tergiversare lacrime.
Piangi. Mingi. Spingi.
La Front.iera è già passata
Tra passato e remoto
Tu: Trapassa. Effondi!
Non lasciare affondare
Né le parole né le persone
Fendi, ma senza offendere
Diffondi – fondi – meltinpotta
Mischia le parole alle mani
Tocca con le virgole
evita i punti, se puoi:
Lascia sempre un intervallo ]Aperto[
E se non capisci, aspetta, prenditi una pausa
E poi regalala a chi ne avrà bisogno
E se proprio devi – scrivi
Ma prima devi esserci
Come un uomo che vive
E non come un’idea di cosa scritta…
Sii la carne che ti hanno imposto
E se proprio ti frollano cose per il cervello
Sii tenero. Passa sulla terra leggero
Come Sergio Atzeni, come questa
Frescura di vento dopo un’estate rovente
E fa che anche la tua ombra
Abbia sei mani ed usale se puoi
Come una madre che vive
E non come una idea di
O di una poesia di
O di una virgola rotta.
Testa di cazzo.

Vieqquà.

Dov’è la poesia quando
Si torcono le budella
Per morte o per l’amore?
Chi dice – cognizione: scrivi questo
E passano paura e il dolore
Dice: solo il poeta sa.
Solo il poeta sopravvive e
Con un cazzo di bellezza
Spazza virilmente l’orizzonte
Cazzate. Cazzate primordiali.
Quando hai da morire
Sei là che muori male
e se soffri – soffri peggio
La vecchia storia di voler essere
Aria _ uragano _ e spettatore.
Sogni. Vi dico. Sogni poco lucidi.
Poi la terribile mannaia della solitudine
Si apre un varco alle quattro del mattino
E cerchi quella voce che ti evita come la peste
E non hai più nessuno o almeno così pare
Fai pari col silenzio cerchi nel letto
Un pensiero a effetto per soprendere
Il sonno alle spalle, ma la veglia ha occhi grandi
Che ti guardano fino al fondo delle palle
Dove tutti i desideri della pubertà ristagnano da secoli
E diventi per esclusione il compagno delle assenze
Delle porte che sbattono nella corrente
Della luna che filtra dalla fessura – una crepa
È la premorte. È la bellezza che ti sussurra
Facilonerie all’orecchio perché poi _tanto_ morirai
E ti innamori di qualsiasi cosa non ricambi
Tipo anche i muri o due scalini
E gli scrivi una poesia perché lo sai fare
E poi ti chiamano per fare delle cose
Che prevedono viaggi e non hai voglia
Ma hai doveri. e una coscienza. E la poesia resta diffusa come il magnetismo
nell’aria come certi gesti
Di poesie trapassate. Ma vai.
Imbestiato di precipizi per la strada
Come un senza cuore. Un senza nome.
Vieni qua. Portami una buona poesia.
Una sedia. E tre parole buone.

Andiamo

Andiamo

Di che parlare
Se tutto è tacere
Cosa dire
Quando le migliori
Menti della mia generazione
Sono sulla stella X
A filare la lana
Come tanti telai meccanizzati?
Studi per produrre o per capire?
Così, Chiedo per un amico…
Dai, facciamo così:
Dai. Voce del verbo dare
Ieri potevo essere morto
In un incidente tra lamiere
Trattore VS Volvo
Una secca. Senza rivincita.
Invece oggi sono qui
Che vuol dire? Mi chiedi?
Niente. Non lo so
Hai un’idea migliore?
Dice: che vuoi?
Voglio la luna nel pozzo
E poi la voglio regalare
A chi? E che ne so.
A chi ne ha bisogno?
Ne hai bisogno?
Non lo so. E tu?
Nemmeno.
Andiamo?
Dai, Andiamo.
Dai, diamo. Andiamo

Grazia

Se sono in buona
E c’è con me una donna
Che può giocarsi a dadi
Le sorti della mia stessa sorte
Sento la vita scorrere
Come un condannato:
Cioè così: come davvero è –
E persino le luci
Che attraversano le foglie
Lasciano un segno
Indelebile nel petto
E la gioia forte
Per il fatto solo di esistere
Mi costringe al pianto
lucido come un sasso di fiume
E soltanto la parola Grazie
Spunta dalla bocca
Come un orizzonte di pietra
Senza mai diventare ridicola.

Quella volta Hassan Lorenzo

Quella volta Hassan Lorenzo

Hassan Lorenzo
Uscimmo quindi a rimirar le stelle
E quelle piú brillarelle friggevano di colore
E non cadevano mai.
Cara nun fa la stupida stasera-
Ti canticchiai mentre ballavamo
E mentre facevamo l’amore
mi chiedesti di non farti male
Ed io ti riposi che magari solo un poco
Mordendoti le labbra
Passiamo sulla vita leggeri –
veniva da pensare a Sergio Atzeni
Mentre intorno cominciava a bruciare a mucchi di secondi molto minuti – il futuro
Le parole cominciarono ad uscire
Come sutra destinati a perdersi
nella tradizione orale – echeggiavano a lungo –
Tu eri santa come una sorgente
Ed io venni a te come un randagio di lungo corso
E trovai pace E trovai vita in mezzo ai tuoi capelli
E mi donasti un seme che custodisco intatto
Nel mezzo del mio centro
Dove anche io sono stato santo
Il santo che ho ucciso con le mie stesse mani
Alla prima notte senza luna
Adesso sono tuo come le chiavi di casa
Una matita – un vecchio libro – il mazzolin di fiori – il rossetto – l’ accendino perduto nella borsa – La multa pagata sempre tardi – le rane dal cielo – la carestia- le cavallette – LE CAVALLETTEE

Chissà checcazzo voglio dire

“Picasso ballava la quadriglia
E con lui anche Monet?”
Questa è la frase intelligente
Che mi viene da pensare
Per scherzare un poco con la sera
Con le musiche folk che entrano
Allegrotte dalla portafinestra spalancata
Sarà che ieri ho bevuto troppo vino
O è solo che son solo
A pensare al multiverso
A scomporre il nulliverso
A languire il capoverso
Che poi chissà che voglio dire
Chissà cosa sento e che dovrei sentire
Allora tornano i Picasso
A far quadrare l’universo
A scherzare un po’ diverso
E penso ai tori che caricano di sbieco
Ai vecchi cani che hanno combattuto bene
A Celine e Hamsun e a Chet Baker
Che mi parla quasi ogni sera ormai
Di cose molto tristi e di drappi rosa
Di vini troppo caldi e mani troppo fredde
Ma poi chissà che voglio dire…
Chissà se stai a sentire
Forse dovrei gioire o smettere
– forse partire?

Scrivilo

Scrivilo

Scrivi del caldo che non dà tregua allo sguardo di chi vede lontano
E scrivi dei piedi rotti e dei cuori spezzati
Come spighe giovani di luglio
Scrivi di un uomo che non può tornare a casa
E per questo straparla dentro i bar
Scrivi di Giubbino che imbestiato dal vino
Esce di notte a fare il verso agli animali
Scrivi di quella ragazza che sai tu e falle il passo piú leggero se ne hai la forza
Scrivi cosí dell’amore, amando.
Scrivi di queste montagne e di queste madri
Che ci guardano attraversare le piazze come petali di carne alla mercè del vento
Scrivi di questa cosa che chiamiamo mondo
Ma poi punta verso l’altro come un’idea di dio ma senza dio e con piú sentimento
Scrivi di quella volta che hai detto di aver pianto senza motivo
E scrivi di quando hai riso fino a crepare dal ridere e di quando poi sei morto
E scrivi di come sei resuscitato
E Di come resusciti ogni giorno
Di questo devi scrivere.
Se non sei utile a te stesso, siilo per i tuoi fratelli e per le tue sorelle
Fa vedere quanta bellezza si cela nel dolore
E di quanto dolore insiste in certe persone
Che si pensano padroni.
Scrivi di come non hai capito, ma hai lottato lo stesso, pe la bellezza, per la gentilezza, per la meraviglia che ci commuove ogni volta
Scrivilo, cazzo! Datti da fare con quelle mani, spremi quel poco di animo che ti resta
E consumalo. Sei qui per questo.
Oppure hai un’idea migliore?
Nel caso, scrivi pure quella.

Simplex

Le mani odorano di limone
I capelli sono accesi
Dalla brezza del mattino
I suoi capezzoli
Sono le vere
sentinelle inpiedi
E la pelle che odora
di sale e bergamotto
Qui Poche altre semplici idee
Quattro parole avvicinate
Come una guardata
Come mettere i confini al muro
Sparino pure i colpi le ciglia
Alla penombra di una stanza
Scorticata dal sole
Dove frigge freddo
il pavimento Sotto i piedi
Dove i rumori che ronzano
Dalla cucina dei vicini – dicono
Che c’è ancora una speranza
Che c’è vita oltre la vita
E anche oggi potrei affermare
Di morir contento
Di crepar cantando
Di seccar vivendo
Ma è ancora troppo presto
Dico, Ho altre pietre
A cui donare amore follemente
E un paio di sguardi
Da far brillare ancora
Sotto le basi solide
Sopra cui prospera goloso
Un infaticabile nulla.

meglio al cimitero

Si sta meglio al cimitero

Avanti al cancello del cimitero
Dove le prime tombe sono quelle dei miei bisnonni
Ho in contrato un uomo con i baffi
Dall’aria mesta un poco bastonata
Ci salutiamo, ci annusiamo, ci presentiamo.
Io riprendo fiato e bevo acqua
Dopo una corsa sofferta piú del necessario
E poi mi chiede se dovessi salire in paese
Ché gli servirebbe un passaggio
Dice di vivere a Milano e che non ama i bar
Né le carte e che beve due litri di vino al giorno Ma il medico glie lo ha vietato
E che ieri ha fatto le quattro del mattino
E che qui in paese non ha piú parenti
E che avrebbe voglia di una birra fresca
Poi mi fa un paio di domande
Ed io gli rispondo con sincerità
E gli dico cose che già sa da molto prima di me
Ma che comunque gli danno conforto
Almeno cosí sembra.
Parcheggio davantinal bar
grondo ancora sudore – lui si è un poco rallegrato
Scendiamo e gli chiedo di smezzarci una Nastro
e lui acconsente a malincuore
* Cosí non si riscalda, incalzo.
Hai ragione, dice.
“addò vaije” “dove va’, va’.” (la salute)
Brindiamo. Poi non diciamo niente.
Solo il chiacchiericcio e la birra nel bicchiere
Che si svuota delicatamente
Guardiamo la strada, il paninaro che prepara la griglia, il sole che sta per tramontare, un passeggino con due bimbi che gicano
Antonio che sta sparanzato sulla panchina
Con almeno quattro giubbini
Due ragazzine che prendono accordi per un appuntamento e poi sempre il resto della collina con i campanili di pietra e le case vuote e i platani che stanno là da prima che nascessi.
Poi rompe il silenzio per dirmi grazie.
Rispondo che è stato un piacere
E che ci vedremo in giro
E poi si avvicina ridendo per dirmi a bassa voce: si stava meglio al cimitero!
Rido e annuisco. Poso il bicchiere vuoto sul bancone. E torno a casa, canticchiando…

Io sono la mia terra

io sono la mia terra
la valle accogliente
dove sibila il fiume
la montagna più aspra
che si è fatta collina
il campo abbandonato
che ha ingoiato l’aratro

io sono la mia terra
mi guardo allo specchio
e vedo alberi _ fiumi
Cose che aspettano
Partenze e ritorni
Mani da stringere
Occhi che vedono storie
di nostalgie antiche

E cose che partono
E sempre ritornano.

Cose lasciate per strada

Certo che non puoi scrivere
Della tempresta durante la tempesta
Certo che sei chiuso in una stanza
Con le pareti di pelle
A leggere Petrolio
Certo che il mattone di terra rossa
Non dura nel monsone
Il gorgo ritorna a fare vistita e
Porta pacchi di caffè _ zucchero _ pacchidipasta
Il cielo pende dal terrazzo E viceversa
Me ne sto all’ombra come un vecchio sipario
Impolverato – chi suonerà per me stasera?
Ci sono giorni in cui non c’è allegria
E la vita è tutta marrone
La gente pungola senza volerlo
Anche con la tenerezza o con l’amore
E la strada è troppo scoscesa
O troppo piana o troppo qualcosa
C’è chi si rifugia tra le rocce
Dove il calore del fuoco vuole dire salvezza
La voce amica qualcosa di umano
In un deserto di silicio e scarpe rotte
E cose lasciate brillare per strada

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