Una tègola sorella, una tègola frisella.

Scritto che vorrebbe essere poesia ma che invece è fantasia

di una finestra portavia che sbuffa calda come la marmitta della polizia da cui interrogo la tegola che di mestiere regge il cielo con tutti i tiramenti che di pressioni ne ha subite in vongole atmosfere;

e questa, tu, diplomatica virossi senza una risposta!

Aqquale domanda? quale curiosità? Quale supplica o estro curiosaggio estivo? ti mi chiederebbi.

Niente personale. Solo un quèsito domando incuriosito:

Quante cagate di piccione sopportasti durante la migrazione dei pigeòni l’anno che le locuste sficcicavano i sederi delle civette cinerine? uno

E come può una terracotta reggere da sola una colonna di cielo

e rimanere umile come un laterizio sempre ai margini                                                                                  

dell’immaginazione e che mai rifulcra i ragionamenti alto-architettati?

Due mute fucilate.

Sora tegola, figlia di famiglia, colonna potenziale di tutto l’universo sconosciuto,

più ti vedo e più ringiovinisco fuori dalla calotta normovilipesa cranica dove tutto è definito, ma qui, dentro dove io e te siamo ( o forse ci sbagliamo) come due sorelli eterozigoti, ed ogni tua cagata sopportata sopra il ruvidone, sorda come neve preimballata,

dentro di me, risuona il fatto come una coltellata.

E di questa brezza fine che non ci porta mare,

ma sabbia nuda e vetri di poiane, ne spartisco il fresco, l’attimo sorpreso, il pensiero fuoritesto, il m’è dolce crepitare.

OGNI COSA È ILLUMISMATICA

Concluso il mio settimo libro quasi inesistente
La luce filtra dalla feritoia del bagno
Al pian terreno
Il caldo spinge come la lingua di una tigre
Sopra un vetro di zucchero
Ciò che sono.stato.fino.ad.un.attimo.fa
È acqua passata: mi dico:
La tristezza oggi è come una corda di violino
Lo stesso che ho lasciato a bagno nella polvere
Sullo scaffale della camera da letto.
Non so bene perché bisogna essere allegri
Ma tant’è.
Detto fatto!
C’è un orso nel mio libro
Con le palle penzoloni in una pozzanghera
Di matrici di ordine due che ristagnano
Sull’equazione della vita
Ebbene, quest’ orso parla come come un Gassman e volteggia come un Bolle
E sa scrivere come un Erofeev ma senza
Mai essere ubriaco
Dice che l’amore … E dice che la vita…
e significa.che la morte…
E dice che fa caldo mentre stappa una bottiglia.come.un qualsiasi orso inesistente
Mentre la.verticale che colpisce il gravicentro
Di tutti i droppi in gola si è fatta blu smeraldo
Di un suono nuvoletto e sgombro.come quella.volta.che me.ne.sono andato
E poi tornato come ogni cosa ancora viva
Perlomeno nell’immaginario.

La poesia che non significa

la poesia che non significa
prende corpo per cosìddire
come una canzone che dice
e non significherebbe
ma che alle 22 29 invece dice:
c’è una musica del duecento
che trapassa il timpano
e si appella come angeli arrapati
come un coro di demoni salvifici
come lavandare del Vomero e
questa vibra che prende
sostanza dentro al seno
parla di fazzoletti e numeri.
di fazzoletti! dico: -22 57-
e come numeri e fazzoletti
metafisici trapassano il cuore
come un’autostrada deserta
come un righello da trapasso
come un verbo che accarezza i sentimenti
e poi ci lascia sgambeverso
e va a svuotare
la vescica dentro un vicolo
e dentro al vicolo quindi
senza una ragione
senza nemmeno esistere
nasce una poesia
che non vuol dire nulla
e non significa qualcosa
eppure… eppure…

Ma Sì

in quei giorni le giornate
al lavoro trascorrevano
guardando video di gente
che costruiva rifugi nei boschi
la terra mi pareva sempre più marrone
e le foglie più verdi il tempo scorreva
su quella riga rossa che puoi spostare a piacimento
ti andava di riguardare la parte dove si cucinava
uno gnu al cartoccio ripassato nel burro di roccia viva?
nessun problema. Un colpetto col dito ed il gioco era fatto.
fuori in piazza Longari Battistelli il panettiere panificava come da rullino di marcia, sapeste che conforto lo sbattere delle teglie sul piano di marmo bianco!
Se dovessi attribuire un suono soltanto alla vita, oggi sarebbe quello. La teglia rovente che sbatte e sfrega e sfarina sul marmo. Penso al profumo della focaccia appena munta dal forno e la salivazione aumenta del 57 % senza nemmeno pensare ad una tetta.
Un vero miracolo dell’esistenza.
Chissà cosa avrebbe detto l’amico norvegese del video, al mio posto.
Sarebbe mai stato al mio posto? Verrebbe voglia di andare nei boschi a cercarlo
anche soltanto per fargli qualche domanda.
Scrivo senza il supporto tecnologico degli occhiali
ed anche i suoni li immagino un poco ovattati. adesso. mentre i comignoli
si spogliano della fuliggine per l’arrivo delle buona stagione e
la vita si impolvera di quella polvere antica, impossibile da evitare.
si infiltra negli spazi interdentali fino a prendere il posto della placca
del tartaro
perfino dell’osso e del cemento. avessi dell’acciaio nel culo, anche quello sarebbe soppiantato dalla polvere.
Così il sapore si fa sempre un poco bitter mentre il tempo curva
come una prostituta a fine turno
e le campane suonano le 17 15 di una giornata che pare un solco
nella foresta pluviale prima del monsone. come la vita del resto.
…e lo schermo mi chiede, sulla riga rossa, se voglio RePlaiare non fa sorridere anche voi? no? che faccio clicco?

Ma sì, ma vaffanculo vai.

Scrivere di scrivere

Scrivere di scrivere

È come non scrivere

Come essere felici

Pensando di essere felici

Per scrivere davvero

Bisogna non saperlo

(questa è una semicitazione)

Immaginare l’inimmaginabile

Fare senza pensare

Entrare in una stanza

E salutare senza chiedersi

Se ci conosciamo

Saremmondavveronellastanza?

Ridere per niente

Non è affatto una cosa stupida

È un punto verso sé stessi

Lasciare il pensiero

Alle spalle

Ammesso che la parola spalle

Abbia davvero senso

È cosa necessaria.

La chiesa di chi scrive

È il corpo

E il corpo può bruciare

Senza pentimenti

Non interessa nemmeno troppo il fuoco

Ma il silenzio che lascia la fiamma

Quando siamo distratti

Da qualcosa che non sappiamo dire.

Quindi dico: Io non sto scrivendo.

Passo il tempo. Sposto un poco l’aria.

Vieni qua, Coglione!

giorni passati a squadrare le tegole
certo le piante fremono al vento
certo le labbra intonano il canto


giorni passati rivangare il futuro
certo che il passo si fa di velluto
certo che il suono è quello di sempre


la solita auto risale la china
riporta l’odore di frizione bruciata
che sentimento l’ autista ha nascosto in baule?
quale universo condividi in silenzio?


l’abuso di antistaminici addormenta anche il cazzo
niente di nuovo per il mese di maggio
che forza mi spinge a rincorrere i fogli?
consegno i pensieri ad un cane cazzone
ci vorrebbe una birra un atlante e un timone
o una frase ad effetto che faccia almeno stupore:


se la porta sbatte
dove il dente muore
quando il sangue
allegro fa trombosi al cuore
e la vita brilla
come mummie al sole
tu leggi queste righe
con convinto ardore
e vedrai che qualcheduno
di gentile cuore
ti dirà benevolente
vieni qua, coglione!

Ricreazione


faccio un aero
con la grondaia
non vola non vira ma saltella e mi abbaia.

faccio un criceto
con un sasso di fiume
non corre non ruota ma declina il latino

una mano mi prese
per farmi bellino
non brillo straparlo rompo il cazzo un casino.

Qualcosa vorrà dire…

qualcosa vorrà dire
se sei qui a quarant’anni
a scrivere poesie come un sedicenne
al posto di fare l’amore con qualcuno o con qualcosa
certo che forse lo stai facendo!
ovvio! Altrimenti non avresti questo piglio
nel battere sui tasti, sdrucioli, la vita
come se fosse la sola cosa possibile da fare
in una domenica di Maggio dove il sole urla già vendetta all’inverno
e per le strade la gente sbava parole azzurre e indemoniate
e l’urgenza si fa carne avanti ai bar e sulle montagne
dove la morte ci rincorre flemmatica e inesorabile
come il vento che limona dolcemente coi petali primifiori
e tu, amico, sei qui a fare la cosa giusta. l’unica possibile
senza chiedere troppo al tuo dio del buon umore
ti accontenti di questo tutto che è pugnidimosche per qualcun altro
ma tu lo sai quanta grazia e meraviglia ti ha regalato una sola mosca
che danzava nella luce del mattino la sua danza del poligono
solo per te e per l’universo qualche minuto dopo aver aperto gli occhi.
Qualcosa vorrà dire…

MICA SO’ MANDRAKE

la gente piangerebbe di gioia a scoprire
quanta poesia (leggasi “çàùç°§ç+è” ndr)
si nasconda in un cesso mentre stai cacando
e la vita entra dalla finestra sottovoci di bambini
che giocano a pallone ai primi veri caldi di Maggio
la gente piangerebbe a scoprire
quanto sia vicina la salvezza
ad ogni reale sfioramento
e invece poi passa come una mano che ci saluta
dal finestrino dell’auto scassata
che rientra dalle vacanze degli anni 90
la gente piangerebbe a stare
ammassata atomo su atomo in quella mano
o nel petto di quella bambina
che da grande sarebbe diventata Sara
o Carlotta e Gemma o una delle tante Rose
del secolo già andato o…
… e allora perché non piange la gente, mi domandi?
E che ne so io? Mica so’ Mandrake!
sono il sasso posato da qualcuno sul selciato
in una rovente primavera qualche suono fa –
sei sicuro? No, ma cerco di convincermi

(omissis – omissis – omissilis)

Fuori dai tramonti
nella resa, nella sconfitta
la vita si fa tempio
il gesto preghiera
e le braccia aperte
ci dicono chi siamo.


Solo polvere di sperma
verticale e cose astratte
tipo amore – poesia


frespito di occhi
scalpito di ferro
sui fili d’erba di Saturno


e molto oltre, alla destra del prato
il moto inconcludente
e morto altro ancora…


(omissis – omissis – omissilis)

Grazie Al Dazio!


Ogni giorno un fiore
si strugge nel mattino.
uh! la bellezza di andare
lontano – come una terra
che si allontana per tornare.


Tornavo a casa una sera
che il mondo era in fin di vita
ma anche quella volta
ringraziai per la bellezza
e per il dolore fermo
di questo eterno dazio.


Grazie al dazio!

CROB (RIPARAZIONI)

Il giorno è bianco come un vecchio fiore
Saranno le nuvole
Più morbide del gres porcellanato
A parlare di luccicanza allo sguardo
L’edificio è una nave per sempre zoppa
… E Certo che bisogna spingere in salita!
Fuori c’è un contrasto frescolino
Poco spazio insiste tra gli spigoli e il sole
Non vi entra un che il Foglio di carta refertato
Stamattina sono partito presto
Era tutto così calmo sull’albero in giardino
Ancora Il sonno sobbolliva sulle foglie
Ora Assapora ogni pilastro
Ogni faccia è tesa come un panno
Ogni sorriso tirato con le pinze
La signora dell’accettazione
mi ha detto che ho gli occhi di sua figlia
E che adesso, dice, è dottoressa.
Sarà che qui siamo tutti quanti figli
E dopo mi correggo sorridendo:
Dopotutto siamo sempre tutti figli
Le ho risposto come fosse una mia madre
(E Perché non dovrebbe esserlo?)
Ha annuito sorridendo.
Due ragazze aspettano la madre
Che è ancora sotto i ferri
Un cirrotico borbotta per un’ attesa troppo lunga
Mi viene da sorridere e sorrido.
Che faccio, lascio?
Mentre esco dal quadro del giorno
Un solo pensiero soffrigge sul silenzio
Mentre infilo i passi verso casa
Dove potremmo andare se non qui?
Se non incontro gli uni agli altri?
Quando tutte le strade portano agli altri.

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