Per strada

ho imparato a camminare
come un pensiero
che non può essere detto
e tento il record di lentezza
sull’ovale delle labbra

parlo col solito muro
che dispensa consigli
più saggi dei miei e
so bene che:

se chiudessi a chiave la porta
la serratura farebbe un rumore
di frattaglie e di ossa, così:

lascio anche i muri socchiusi

e vado verso campagna
che naturalmente
si è fatta strada
da quando mi hai guardato
con la tenerezza di una madre e
come una mimosa che è fiorita
troppo presto.

Per strada cammina la gente.
Sul cemento camminano i fiori.

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Uranio

l’impeto certe volte
spaccherebbe la luna
come fosse un’ostia
Sei ariete! : mi scherzò una volta il destino
e rieccoci con la luna
e con le cose che sbiancano
e che si lanciano nel buio
oppure nella luce
forse verso la salvezza
ma comunque molto lontano da…
Cadono piedi pari nel dimenticatoio
gentilezze marcite
carezze perdute
tenerezze scadute
ciò che non accetto
sono le incomprensioni
non si può non capirsi all’infinito
ci sarà pure un giorno in cui
il giallo sarà giallo e basta
e il rosso, rosso
e “stocazzo” non vorrà dire soltanto
che ti amo…
Ci sarà questo giorno
e non avrà alcuna importanza
Come una porta lasciata aperta una volta
prima di evacuare la città
è così che accade con l’uranio.

Sabato catastofico

la poesia è la miglior consolazione
quando fuori c’è un sole mannaro
e le strade profumano
della ragazza che avevi a sedici anni
e il vento ha cominciato a perdere le unghie
e le macchine sono tutte fuori porta
e tu sei dentro una stanza
faccia al monitor a preparare scalette e
a visionare visure che sarebbero semplici
se l’ufficio del catasto
non fosse una tetra emanazione
dei più intellegibili sentimenti amorosi
dove già hai smarrito buona parte
della tua giovinezza

il bisogno di far ridere (non va mai niente secondo i piani)

il bisogno di far ridere
sottotitolo: (non va mai niente secondo i piani)

voglio essere triste
come il ricordo di un aquilone
come un parcheggiatore abusivo
a cui hanno verniciato le strisce di giallo
come Batman in Batman XXV
quando integralisti cattolici gli chiusero la batcaverna
con la pietra del sepolcro di Cristo V
come quando le dissi che era bella da morire
e lei mi rispose sussurrando: SPERIAMO
e invece all’improvviso
il bisogno di far ridere
ti fa inciampare sul marciapiede
nei due bassotti che corrono di fianco al padrone
legati insieme da una solidissima catena
come un’antica arma medioevale
e ti ritrovi a terra con due wurstell pelosi
che ti leccano il viso
e quando il padrone ti chiede scusa
tu rispondi senza motivi apparenti: grazie!
e poi continuate a ridere
per la durata di tutta la voglia
che avevi di essere triste.

Ammiccamenti (dialogo parecchio notturno iniziato chissà quando a quattro mani e quattro mura, occhi NP)

Ammiccamenti (dialogo parecchio notturno iniziato chissà quando a quattro mani e quattro mura, occhi NP)

…ho letto
e già queste due parole
dovrebbero farti capire ,
ragazza: ho letto!
ho-detto avere-cammelli
tu venire o non venire?
ma meglio se tu venire
sul rivenire invece non garantisco
su, vieni, ragazza
ragazza: sei scemo?
io ho letto, ti sto dicendo
ragazza: ma cosa hai letto?
per scaldarti meglio
pieno di prati freschi se è caldo
e caldi se è fresco
e cuscini e libri di parole soffiate
di parole audaci e accoglienti
non guardarmi così, ragazza
dicevo: ho letto
casa scrivania tavoli vari
diverse lampade
sedie quattro e
non meravigliarti
se mi invento un inventario
coi simboli del nostro immaginario
pur di focalizzare poi l’attenzione
sul fatto che : ho (un) letto
pieno di parole
e vuoto di te
ma che se adesso dicessi sì
allora anche no
non sarebbe vuoto di te
ma pieno anche delle tue parole
e capelli e rossetto
non so se mi capisci
No, che non ammicco,

lo giuro che allungo le mani
è che ho let to!
Capiscimi
letto!
volevo solo dirti
che ti amo
prendendola
un po’ larga…
che fai mi mandi un messaggino?
Che dolce che sei
ok, leggo… leggo…

ragazza: hai letto?
Ma come? vaffanculo?
sì, ok, ho letto.

Mancanza per Andrea Parodi

lo capiranno anche i muri
Andrea
che quella voce spaziale
uscì dall’ombra di un corpo
una sera
e che in quell’ultima estate
aprì una breccia nel tempo
e la vita ci cambiò per sempre

fu come se dalla cruna di un ago
scrosciasse l’universo
e tu fosti la chiave
per la quantistica
e per il soprannaturale
e noi restammo soli
ancora una volta
con questo grande amore

 

Andrea Parodi, cantautore (Porto Torres, 18 luglio 1955 – Quartu Sant’Elena, 17 ottobre 2006)

Dejavù

Sono già stato qui

in un altro momento
a scorrere lentamente
la home di un social
come se sul fondo si nascondesse
una notizia del tipo:
ti amo anche io
oppure:
il mondo è finalmente un posto giusto!
o ancora altre cose a queste equipollenti
e sono già stato in altri posti
altre volte
prima di ritrovarmici
tempo dopo
ma mai con la faccia inebetita
di adesso :
di me che scrivo una specie di poesia
con questa sensazione da
criceto cosmico
del girare intorno al nulla
per l’eternità
dentro una ruota di parole
che non mi porteranno in nessun altro posto
se non qui, adesso in questo luogo
in cui sarò già stato
in una eternità precedente

A te che mi domandi

A te che mi domandi
non ho voglia di dire niente
al netto di questa visione:
non so più dove cominciano le parole
non so dove raccogliere i pensieri
il giorno mi ha preso per mano
e mischiato col niente
non ho opinioni che non siano le opinioni di tutti
i sogni e i desideri sono andati deserti
all’ultima asta giudiziaria
non aspiro a niente ( e dovrei esserne felice)
ho i sentimenti tutt’uno col cielo
e non so più se è la mia solitudine
o soltanto la sera che si è fatta mesta
come una bestia stanca
per aver tanto rincorso
la sua stessa coda
e adesso riposa
come una musica
ai confini del cosmo