forse siamo destinati a fissarci a lungo

forse siamo destinati a fissarci a lungo
io e la luna e gli alberi e i cassonetti dell’immondizia avanti casa
che mi aspettano svegli e gelosi come plotoni di mogli a retrocarica
forse ho un cuore da poeta senza essere poeta
anche se i poeti non esistono
ed anche io vado scomparendo nella notte
come un bastimento zeppo di abbracci e di parole

Il giorno è un cane nero

​Nell’eco dei palazzi

Quando intorno è silenzio

C’è il significato della vita

Nelle musiche confuse

Col motore sulla strada

Nello scaldabagno che attacca

A ciucciare dal contatore

Come un cucciolo elettrico di elefante

Le voci accupate dalla tromba delle scale

Le urla del bambino intramezzate dall’abbaiare del cane

Sempre piccolo e sempre rabbioso

Nell’arrotolare faticoso delle tapparelle

Della vecchina al piano di sopra

Nello scatto Bolt delle lavatrici

Che picchiano contro il muro

Nei frullatori alle sei del mattino

Ci sono i pianti degli angeli

Della frutta fuori stagione

Nelle sedie trascinate

Senza feltrini

Nel rumore dei passi

Sempre sinceri

che raccontano tutto

Di una persona

O nei tacchi che sfidano

Il riposo delle cinque del mattino

Qui risiede il mistero della vita

E a seconda che il giorno sia

Buono o cattivo

Il mistero è un abbraccio

Oppure un attentato oscuro

Ai cuori portapacchi dei corrieri

Il giorno è un cane nero

alla catena

E svela il suo carattere

Solo a chi ha il coraggio

Di fargli una carezza.

Che c’hai? ( a Victor Cavallo )

Che c’hai? ( a Victor Cavallo )

dice: che c’hai stasera sei triste?
sei cupo
eh sì e pure vestito di lino e ho un CX da formula uno
non indifferente
un cupolino
faccio cupolino dal monte
spunto come la luna di un parruchhiere
che faccio lascio ? spunto?
so tre centimetri, lascia lascia.
dice: aperitiviamo?
dico un americano
dice uno spritz
dice: oh! stasera non parli? che c’hai?
sei ombroso.
dico che essere ombroso
alla luce dei lampioni
è meno faticoso che esse ombroso al sole
o aprire un museo con becere intuizioni ombrosiane
o magari guidare un coro ombrosiano
immagina che nenie…
dice: vedi però come sei?
non si può mai fare un discorso serio ché subito la butti in caciara!
dico: che ci vorrebbe una caciara sopra na bella amatricianara
ché terremoti a parte è davvero una squisitezza
dico che ho letto il libro di Victor Cavallo
e mo so triste, come quando ti appare in sogno un parente morto
che poi somigliava a mio zio ma solo nel viso e nella caduta
e mo mi sento come se mi avessero portato via un parente capito
so’ triste. Mi manca Victor, so dispiaciuto
che gli americani finiscono e che gli spritz si annacquano
come i giorni, capisci? so triste
che i giorni passino e noi che pure siamo ogni cosa
ci perdiamo sia noi che ogni cosa
dice: Vabbè stasera non ti capisco
dico: vabbè c’hai ragione è che so triste e so cupolino
ho letto il libro di Victor Cavallo e avrei potuto farlo assai tempo prima
e invece no
capì?

Lode alla sala da bagno E alle librerie

Lode alla sala da bagno
E alle librerie

Condividono l’intimità della lettura
Nessuno pensa che sei strano
Quando resti immobile
a fissare una copertina
Per una decina di minuti
Nessuno ti disturba
Sanno che hai la mente
E il corpo impegnati
Che sei in uno stato contemplativo
Che ti prendi cura della tua persona
E le voci se arrivano
Passano attraverso i laghi
Della contemplazione
Arrivano con gentilezza:
Scusa il disturbo
fai con comodo
Volevo soltanto dirti che
Scusa ancora il disturbo
Ritornano soltanto
se chiudi un libro
Se tiri uno sciacquone
Se apri un rubinetto
O riprendi a camminare
Sogno un pianeta disseminato
Di cessi e di librerie
Immaginate il primo appuntamento
In un bagno:
Cara, tu siedi pure sulla tazza
Io mi accomodo sul bidet, tranquilla.
Ah! La cavalleria da gabinetto!
E lei, sorriso largo, pensa:
fiuuu menomale! È pratico del bidet.
E sniiff! una nuvola di chilly mentolato
Riempie i polmoni
e fa lacrimare gli occhi
come cipolla fresca.
Così dovrebbe essere un primo appuntamento:
Intimo_garbato-vero_fisiologico
Magari poi per le prime palpatine
Andiamo in libreria…
Ti va?

Domenica pomeriggio.

 

vorrei un caffè corto
ma col profumo lungo un film di Kusurica
ché mi scoccio di prepararlo
e se solo questo raggio di sole
fosse meno accomodante
e questa poltrona più scomoda
oppure se soltanto avessi la forza
di scostare la tenda
e di vedere quel muro
di cemento grigio e peccaminoso
che so che esiste ma che non vedo
e quindi potrebbe esserci
una qualsiasi spiaggia tropicale
al di là del vetro
uscirei da questo stato
di inebetita meraviglia
e rifugerei nella moka
scavando una trincea
nel barattolo del caffè
armato di buona volontà
ma si sta così bene
occhi chiusi in poltrona
come un gatto-pelocaldo-luce sugli occhi
e questa voglia surreale
di imitare il sole e di:
bruciare e lasciare che il resto giri
intorno a questa atavica voglia
di non fare un cazzo.

Vai

Stranezze. stramazzi. starnazzi.
Dare fuoco alle parole
seguire il flusso il fiuto il frutto
triplicare i sensi – dargli ogni significato
vedere la parola in senso epistolare
impacchettare le vocali
e spedirle
e poi via con le consonanti
al di là del tempo
e poi andarle a ritirare
con una ricevuta scritta in nostalgese
e poi ritirarsi per le strade
col bottino in pugno
come una marea
che ha riportato un corpo
di te stesso estinto
sulla riva verso casa
vai sempre verso casa
con un amore da raccontare
sempre lo stesso
ad un amico che sa già tutto
o a una pagina che ha già tutto il necessario
per passare un qualsiasi inverno
compresi i nomi scorticati in calce
del secolo prima o dopo
poi devi scorgere nel rumore generato
una certa pace
una certa carezza
che sia la sera o il mattino
o il gradino freddo di una chiesa
una lapide o una poltrona
poco importa:
scorgi quel filo che non osiamo dire
che lega le nostre paure alla grazia
come un’intuizione che non puoi raccontare
vale il tempo di un sorriso, lo so
il passaggio del check point:
sii vivo, ti dicono:
ricomincia la solita tempesta.
E tu vai.

911

 

A vent’ anni ero un ragazzo cretino
Incarnavo il dolore dell’amore
L’esercito mi reclamava
Tra ospedali e notti bravissime
Lucidità pauca
Raccolsi le mie cose e partii
Senza riuscire mai ad andare
Nel viaggio
Due fratelli mi insegnarondo
A farmi beffe della carne
Federico e Fernando
Garcia Lorca e Pessoa
Da quei giorni
Persino la morte
Mi è familiare già dal mattino
Come l’odore del caffè
Ho creato persino la mia polizia poetica personale:
Le “effe effe”
A cui faccio quotidianamente una chiamata
Quando le cose girano male.

Polvere

la polvere è
diventata neve
dal cielo
come la manna
come le bombe
come una bestemmia
sulle bocche spaventate
hanno tremato i denti dei bambini
come colibrì infreddoliti
come le mura di un recinto stanco
come le foglie di una pianta
rossa e carnosa
il nastro mutilato stride
al vento delle transenne
la neve spegne ogni rimbombo
solo i pensieri rimbalzano tra le macerie
come spettri arsi vivi
le risate dei ragazzi resistono
hanno fatto una palla
al centro della piazza
di Sumatra di Amatrice di Kabul
di dove cazzo vi pare
resistete ragazzi

Quasimodo. Museo

Il palazzo è di un barocco onesto
Il cuore lo ha rapito al pian terreno
la sede della Società Operaia
Una tv a tubo un biliardo e un pianoforte
Adesso sedimentano in un salone
Assieme con i secoli di chiacchiere
Faldoni e registri testimoniano
Tra inchiostro e memoria
La scintilla socialista
Mi sarei aspettato processioni per le scale
Gente scalza coi chiodi negli occhi
Ex voto inchiodati alle pareti
Ed altre facili liturgiche ironie
E non questa solitudine
Questa assenza di calca
Un’impiegata gentile preme sul play
Si spengono le luci si accendono schermi
Si sente un rumore di fogli
E la voce di Quasimodo
Che legge con il tono di quel tempo
Di quando la parola resisteva alla predica
E si faceva muro o lapide o trincea
Una delle sue poesie
In un freddo palazzo dell’apparato
Tra uffici comunali e preziosi reperti
Resiste per sempre la scintilla dell’uomo
Il cuore sempre risponde alla voce
Ho ricevuto un’altra assoluzione
Non è suggestiva la voce del poeta
Ma l’umanità immortale del codice genetico
La poesia è una rappresentazione del cosmo
Il poeta commuove sempre perché sa
Che è tanto grande quanto trascurabile.
Salvatore è un uomo che
tenta di abbracciare l’universo
E ce la fa perché può
non perché ci crede.

Tra l’attimo prima e l’attimo dopo

la sensazione che preme sui monti
e sulle mani e quel peso sul petto e
l’ansia di dire qualcosa che ancora non ha forma
tutto è nell’aria da sempre – dicono le colline
eppur questo non basta – dice la voce
restare ad aspettare è impossibile:
tormento del passato che si tuffa nel presente
e annuncia un futuro ancora senza forma:
in questa incomunicabilità animalesca
hanno senso soltanto i fiori – dice l’umano –
e le cose che non dicono
e le espressioni che portiamo sul viso che
cambiano con il vento e con i passi
i pensieri si fanno più densi e più leggeri
e qualcuno troverebbe la cosa inspiegabile –
questa solitudine assoluta-puntuale-ultraterrena
è lo slancio verso gli altri che a loro volta…
l’attimo in cui stacco dal trampolino
dei dieci miliardi di metri
il salto quantico del corpo e del pensiero
in quel silenzio di sala operatoria
nell’attesa che non conosce attese
nel vuoto del gioco di prestigio
nel cuore in gola del cosmo
crescono i semi della vita
che spargeremo inconsapevolmente
per le strade di asfalto e pietriccio
sui cui si conumano le ginocchia
in fila per quattro e col resto di due

Con metodo scientifico

​Alcuni si lamentano ultimamente

di letture poco divertenti

Durante i miei reading.

Il vecchio diceva che: la gente ride

Quando incontra un poeta…

Non che io sia un poeta ma:

Oggi mi sento buono

E vi voglio accontentare.

Potrei scrivere scenette divertenti

E Ceare paradossi ridicoli

Attingendo alla parte grottesca

Della mia breve esistenza

Che ne è pregna al di là

Di ogni ragionevole dubbio

Potrei raccontare del cinque di gennaio 2017

Quando sbronzo al mio paese

Dopo aver rovesciato un vodka tonic

Al bancone del Pub del cinese

Con aria di spavalda sufficienza

Mi appoggiavo al bancone di spalle

Sulle punte dei gomiti

In un incrocio tra Alain Delon e Mel Brooks

(Ma più mel brooks)

Mentre la donna con la quale me la intendo

Era andata via con i suoi amici

E tutte le donne con le quali

me la sono metaforicamente intesa

cantavano molto male

A quattro passi dal mio naso

canzoni d’amore

contro uno schermo luminoso

Ed io ignorando le regole della statica

E i consigli di Guglielmo Tell

(Che diceva che la precisione del tiro dipende dalla stabilità del piede)

ho appoggiato il mio peso

Al di fuori della base di appoggio

La verticale passante per il mio baricentro

É caduta ancora una volta al di là o al di qua

Delle regole stabilite

Scivolando così rovinosamente con la

Testa-spalla sul poggiapiedi in ferro

Del bancone

che manco il Don Lurio dei tempi migliori.

Testa spalla baby testa spalla baby one two …

Una volta a terra abbiamo cominciato a ridere come se fosse riscoccata la mezzanotte del secolo xxxv

E ho cominciato urlare di non toccarmi

Ché stavo cercando le risposte

che non si trovano all’altezza delle parole

Ma a quella del culo e di certi apparati…

Ché il corpo ha il suo linguaggio

Ed io volevo capire…

Ch’ero lontano megaparsec

Da un briciolo di verità.

E non avevo manco una cazzo di luce

Datemi una cazzo di torcia

Come il buon Diogene…

Lasciatemi essere cinico

Lasciate che prenda la residenza

A Cinecittà! Ho urlato o ho creduto di urlare.

Poi mi sono rialzato

E abbiamo continuato a cantare male

Allegramente

Canzoni d’amore tristi

Contro uno schermo luminoso…

É tutto vero…

Adesso potete cominciare a ridere.

Grazie.

chi scrive cose sa ascoltare

Chi scrive cose sa
che deve essere orgoglioso soltanto
Di ciò che non ha scritto
Chi scrive cose sa
Che Il colpo di scena è inutile come il giudizio
E Che le aspettative sono fatte per essere
tradite
E Che il linguaggio è come il vento:
sposta le cose ma non i colori
Chi scrive cose sa
Che l’unica cosa necessaria è
la lettura del mondo e del metamondo
E che scrivere è soltanto un debole tentativo
Di sopravvivenza
Chi scrive cose sa
Che la parola di chi sa parlare
apre sempre una crepa
Nella tenebra di chi sa ascoltare.
Chi scrive cose sa ascoltare.

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