Quasimodo. Museo

Il palazzo è di un barocco onesto
Il cuore lo ha rapito al pian terreno
la sede della Società Operaia
Una tv a tubo un biliardo e un pianoforte
Adesso sedimentano in un salone
Assieme con i secoli di chiacchiere
Faldoni e registri testimoniano
Tra inchiostro e memoria
La scintilla socialista
Mi sarei aspettato processioni per le scale
Gente scalza coi chiodi negli occhi
Ex voto inchiodati alle pareti
Ed altre facili liturgiche ironie
E non questa solitudine
Questa assenza di calca
Un’impiegata gentile preme sul play
Si spengono le luci si accendono schermi
Si sente un rumore di fogli
E la voce di Quasimodo
Che legge con il tono di quel tempo
Di quando la parola resisteva alla predica
E si faceva muro o lapide o trincea
Una delle sue poesie
In un freddo palazzo dell’apparato
Tra uffici comunali e preziosi reperti
Resiste per sempre la scintilla dell’uomo
Il cuore sempre risponde alla voce
Ho ricevuto un’altra assoluzione
Non è suggestiva la voce del poeta
Ma l’umanità immortale del codice genetico
La poesia è una rappresentazione del cosmo
Il poeta commuove sempre perché sa
Che è tanto grande quanto trascurabile.
Salvatore è un uomo che
tenta di abbracciare l’universo
E ce la fa perché può
non perché ci crede.

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