Cistus

Giorni in cui mi aggrappo
alla parola
come ultimo appiglio,
tra le nostre bocche
un mattone di vetro
ti dissi, e
un tempo il sorgere del sole
non portava il fuoco
tra le mie parole
tra i tuoi muri bassi e fitti
tra i vicoli bianchi e quadrati
della tua città antica
tra denti e murate
fossette e fossati
dove la mia poesia
si infrange e si rompe
mucchi di cistus e bellis perennis
ad ognI mandata
di un fesso scirocco

Avevo uno zio un tempo

Avevo uno zio un tempo
Che viveva in un garage
Di una delle sue palazzine.
gli ripetevo spesso di vendere tutto
E di darsi alla bella vita
Ché prima o poi si muore
di palazzi
Ma si uccise di diabete
E di carezze di birra
“Zio, sei una testa di cazzo!”
Gli ripetevo quando ne combinava troppe
Lui voleva intestarmi case
Io ripetevo che non era cosa
Ché con i notai non avevo mai avuto un gran rapporto.
” Tu sì strunz! Ribatteva”
E Io ridevo…
E poi ad un tratto fu zoppo e cieco
a soli 60 anni…
Adesso ne avrei tante da raccontare
Ma il fatto è questo:
Solo le donne possono usare certe grazie
Sul fondo dell’abisso
Lo vidi solo una volta tentare di uscire dall’abbrutimento dell’autodistruzione
Quando si accompagnava ad una povera donna
che gli feceva anche da badante.
piuttosto grassoccia, ma gentile
Si ingentilì anche lui per un poco
come un ragazzo alla fine dei suoi giorni.
Brillantina e occhiali da Sole
Scintillarono ancora per qualche tempo
Tra i vapori di mignotte e
Piedi diabetici. Durò poco.
Il fatto è che la solitudine la si sopporta bene solo da ragazzi.
Sia inteso, conosco ragazzi di quasi novant’anni.
Casi eccezionali.
Grandi artisti della vita.
Ma non era questo in caso.
Alcuni muoiono di solitudine
difesa a spada tratta.
Come disgraziati.
Senza il minimo accenno di grazia
Con una bestemmia spezzata
Nel morso della vita.
Se ne vanno come un petardo
esploso in un asilo nido.

la condizione umana

Questa condizione
che ci diciamo umana
questa legatura
che ci unisce
come note dissonanti
questo accordo sbagliato
questa miseria
nata come muschio
sulla punta delle dita
che odorano di fango
e di sangue e di sesso
chiamala jazz se vuoi
questa pepita grezza
questo inno alla notte
questo spartito di vita
mentre raccolgo due pensieri
e li mischio alle mutande
dentro il fosso dei panni sporchi
e poi dimmi
se non è così che accade
quando ci togliamo i vestiti
accecati dal sonno
in cerca di purezza
nella maglietta pulita
che odora di bucato
che ci ricorda il sole
che ha bruciato il pomeriggio
col suo grido di luce
come una benedizione
e che adesso giace
come una lapide di assenza
colata sulla pelle
E fissiamo il letto
Come una salvezza.

Poesia al mattino

Ho delle difficoltà, al mattino,
a leggere dei veri libri di poesie
(che quasi mai sono considerati tali dalla collettività),
perché, prima
ti pare di entrare
nell’intimità di un amico
Poi in quella di chiunque altro
E Infine, nella tua…
E non sempre ci piace sapere
Quello che siamo
Alle otto del mattino
Quando quasi tutti gli alibi
Dormono pigri ancora
Sogni tranquilli
E il sole rende difficile la fuga
Del passare del tempo,
scrivendo, magari
Una poesia d’amore che
Arriverà al cuore di tutti
Senza scalfire neanche l’unghia
Dell’alluce dell’interessata.

Ragazzo

Un tempo
me ne andavo,
ragazzo,
cercando per le strade
le risposte
e il sole mi ha scaldato
più di quelle braccia
Adesso
me ne vado
come per mare
senza chiedere
al vento
di portare calore
né al sole
la carezza dell’ombra
adesso
me ne vado ancora,
ragazzo,
e questo è tutto.

I sogni che faccio (perdavvero) quando la sera mangio troppo Habanero.

I sogni che faccio (perdavvero) quando la sera mangio troppo Habanero.

Stanotte ti ho sognata
ero in un paese vicino Belluno, con un amico…
Poi lui ad un certo punto mi ha detto che doveva andare a sbrigare delle faccende, che sarebbe andato da solo,
e di aspettarlo là, ché sarebbe ritornato, a breve con tanto di macchina
Allora mi sono ritrovato accomodato in dormiveglia
su di una brandina
di quelle pieghevoli, col telaio di ferro tubolare rosso,
il materasso sottile e cigolante
e con addosso una copertina a quadri scozzesi
anch’essa sul rosso andante…
Ero nel mezzo di una officina, forse una piccola fabbrica.
intorno c’era gente che si muoveva come se non fossi esistito,
poi ,un signore coi capelli bianchi si è avvicinato
e mi ha chiesto qualcosa che non ricordo, ma
Devo aver soddisfatto la sua curiosità
poiché si è allontanato con un sorriso paterno
che tradiva soddisfazione e intesa…
Ho prenso il telefono
era già impostato su Google Maps
ho visto il mio puntino blu ed il tuo puntino rosso
là dove ero sicuro di trovarti
nel mentre, però, mi arriva un tuo SMS:
“Lo so che mi stai pensando. Anche io…”
Complotto! Ho pensato.
Spengo il telefono maledicendo Google.
Mi giro, felice e turbato,
leggiadro, come una porchetta in un girarrosto
e ti ritrovo addormentata al mio fianco.
eri sempre stata là
ma prima non ero in grado di vederti
nonostante tuo pigiama di pile rosa
mezzo sbottonato
la bocca semi aperta
il capezzolo spuntava riposato…
ti ho fatto una carezza
tolto i capelli dalle labbra
baciato l’occhio destro
infine ho sistemato la coperta
e mi sono ritrovato in auto
direziona casa
di nuovo google maps che lampeggiava
e il tuo puntino rosso adesso su Belluno
era meno minaccioso, non destava più preoccupazioni…
stamattina, al risveglio, nonostante l’allergia
c’era il tuo odore nel mio letto.
E prima di toccare il telefono ho esitato più di un poco…

fino a quando

Finché ci sarà
Il fiore
A catturare i pensieri
Finché nel mezzo dell’orrore
Si incroceranno i nostri occhi
Come seduti su di un prato
al pomeriggio
Finché continuerò
Questa lucida allegria
Nell’ombra degli incontri casuali
Finché parlerò di te
Dimenticando chi sono
Ed ogni desiderio di urgenza
Finché le zozzerie da osteria
A cui sono spontaneamente votato
Saranno coperte
Da questa purezza di ragazzo
Varrà sempre la pena
Di imbrattare due righe
Spezzare una penna
Cercarti di notte
E raccontarti una storia.

Le riflessioni che mi vengono, seduto sulla tazza

Le riflessioni che mi vengono, seduto sulla tazza.

La mia patologia consiste nella convinzione dell’esistenza della bellezza in ogni cosa, in ogni persona. (Non credo che la cosa sia curabile)
Mi lancio in rapporti dissanguanti, solo per disseppellirla dalla coltre di paura sotto la quale spesso si nasconde, con l’intima certezza di spuntarla, nell’eternità.
Tutto tende alla bellezza, nell’eternità delle cose.
Così come, viceversa, quello chiamiamo amore carnale verso un nostro simile, tende ad esaurirsi per come lo abbiamo conosciuto e a trasformarsi in un altro sentimento più universale. Meno personale.
Abbiamo bisogno del concetto di relatività per giustificare le dimensioni in cui sentiamo di esistere. Se pensassimo in infiniti sapremmo tendere meglio alla bellezza. Alla sacralità del bene. Non. abbiamo bisogno di filosofie diverse dalla nostra. Talvolta agisco come se fossi immortale, perché lo sono. Quando sembro aspettare, esercito il mio diritto di veto sul tempo. Così posso vedere, talvolta, quando non sono distratto dal mio ego, quanto sia meraviglioso il tutto.
Alcuni la chiamano incoscienza, soltanto perché fuggo alla nefasta legge della domanda e dell’ offerta. Fuggo il profitto. Per qualcuno è persino un atto rivoluzionario. Così, io posso affermare di amarti avanti all’eternità, senza aspettare alcuna risposta dalla vita e godere di questa libertà che a volte terrifica e atterrisce ogni voce che porto dentro. Parla per bocca di mostri senza dimensioni, la vita, incomprensibili e meravigliosi. Parla d’ amore, la libertà, spaventa col verso dell’universo, la vita.
Questo dualismo tra corpo e mente è una frizione continua su quello che chiamiamo cuore. Sul sentimento che pone radici nell’ indeterminato e al contempo muove braccia e gambe e lingue e sessi.
Ogni colpo di vanga si conficca nella terra e nel cuore. Nel mio cuore di sconfinato d’universo. Nel tuo.

Finché primavera non ci separi.

Quanti sono? …Trentasette?
Sì, trentasette…
Cazzo, sembri più piccolo!
Avvicinati, leggimi bene tra le rughe…
Vedi che poi ritratti…
Io prendo un vodka tonic, tu?
Gin e tonica per me, grazie.
Sei già abbastanza amara di tuo
Passa alla vodka anche tu…
Cretino!
Sai che non mi sei mancata manco un minuto?
Sì, ho sentito che ti sei dato da fare con tizia…
La gente non si fa mai i fatti suoi eh?
Mai! È una certezza…
Tu invece? Io ho lavorato troppo per darmi da fare…
Sì, vabbè, miss cilicio 2016…
Che dici, ce ne andiamo di qua?
Dove vuoi andare?
Tranquilla, in un posto dove non sono costretto a parlare coi fantasmi.
Ok, andiamo.
Il fiume mi pare una buona misura del tempo
Anche a me.
E stiamo abbracciati senza baciarci?
Come quella volta a xxxxxxx?
Proviamo, vediamo che succede
Sì, come allora…
Andiamo… Okey!
Finché primavera non ci separi?
Haahah. Proviamo…
Finché primavera non ci separi.
Già mi manchi un poco
Anche tu.
Vieni, andiamo.

le tre metà

è per metà un aborto

per metà pensiero

per metà sconosciuta

porta con sé ogni cosa
questa poesia

nella lingua acerba del mattino

questo blocco di marmo

la notte che ha mano fine

gli darà una forma

senza che me ne accorga

come ogni volta

come quella volta, d’Estate

mentre mi parlavi del futuro

mentre abbracciavo tua sorella

Mi stai ascoltando? Mi chiedesti

con quel sorriso di

mandorle bianche e di pesca

certo, ti risposi, ma non con le orecchie
ti risposi, indicando i miei calzoni
cresceva la felicità nei pantaloni
ridesti e arrossisti rassegnata

mentre la notte sotto ai vestiti

scolpiva parole

con mano più ferma del mattino
quando certe parole

paiono sempre

un poco irraggiungibili
come adesso che stento

a chiamare poesia

il sentimento del passato.

Circolini

Esistono circoli di poeti
di gente avvezza alla penna
che sembrano filari
di viti mezze morte
chiuse in cerchio
nel mezzo c’è un pastore
qualche ciuffo d’erba
il libro sempre aperto
e quando l’acino declama
trema tutto il filare
riceve i complimenti del pastore
appresso lodi, lodi in controcanto
cade così un altro filo d’erba
teme la solitudine
il cerchio
sfoglia la pagina del caso
il vento
un presunto maestro
prende per la mano il discepolo
mi chiedo sempre più spesso
a cosa servono i consensi?

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