Pusher

Mi piace l’ironia della sorte
quando la sorte ci è avversa
mi piace canzonare il grottesco
quando mi chiudo nella grotta
per mesi e non esco
mi piace ridere
delle piccole tragedie quotidiane
e dei grandi drammi
una volta che sono passati
mi piace scherzare con la morte
e fare il saltimbanco con l’amore
mi piacciono le spore di allegria
che aspettano come l’ acqua
una scintilla tra le polveri della nostalgia
mi piace dare vita al sommerso
mi piace mettermi a nudo
e sentire il brivido lungo la schiena
quando mi espongo volontariamente
al giudizio della gente
mi piace stare sul palco
in questa maniera poco professionale
con le mie vocali aperte
tappate dal raffreddore
e spartire quello che vedo
che poi è quello che sono
e spacciare la vita
come se fosse illegale.

una donna che mi piace

quando penso a una donna che mi piace
penso alle poesia di Lorca
e ai miei dodici anni
quando le cose le trovavo belle
senza fare domande
ogni volta che ti vedo
ho sempre dodici anni
e tu con gli occhi hai scritto
ben più di un libro di poesie
e perfino adesso che ti penso
a te o a un’altra col tuo stesso peso
ho addosso quella sensazione di avventura
questa grammatica essenziale
che lascia tanto spazio
all’indeterminato
Un ragazzino in balia dell’infinito.
Dodici anni, un pallone, il mare
e un libro di poesie di Lorca
tu sei uno specchio troppo grande
per non perdersi nel mondo.

Poesia delle cose che mi accadono alla stazione di Napoli.

 

Alla stazione di Napoli
ne ho combinate tante

già a sedici anni

col mio fidato amico AngiolinA

sfoggiavamo lui capello lungo e unto

da unguento miracoloso contro la caduta

a base di uova e maionese

ed io il pizzetto verde

seduti per terra

avanti all’entrata con uno stereo a batterie

che suonava Walk dei Pantera
Ci passavo spesso di notte,

ai tempi dell’università napoletana

di ritorno da Gianturco

dall’ Officina 99

dopo aver fatto lo zig zag

tra puttane che scopavano

sui cartoni sotto ai ponti

e le siringhe usate

ammucchiate di fianco ai marciapiedi

Più tardi nel 2001
scrissi una poesia di abbandono

su di una pagina bianca

di un libro di Pessoa

e la segnai con la stagnola di un bacio

quel giorno nevicava
un giorno perfetto per andarsene

E poi, ultimamente,

avanti alle scale della metropolitana

dove sei? Recita un messaggio

-Qui, rispondo e invio una foto

dei tabelloni luminosi
nello stesso istante in cui

una mano mi afferra

per il braccio

e una voce sottile mi dice:
a chi la stai inviando?

Mi volto, e due occhi verdi

un tantino emozionati
a te, in effetti!

l’uomo depresso

l’uomo depresso
dice di essere depresso
si avvicina alla fermata del bus
mi racconta vecchi lavori
vecchi salvataggi
di una vita spesa sull’auto
dei figli lontani
di un sogno premonitore
degli amici perduti
della paura che spezza le gambe
del cuore capriccioso
dei betabloccanti
dice tre colpi avanti
uno idietro
tre colpi avanti
uno indietro
dice
il pronto soccorso mi farebbe morire
ci scherzo, lui ride
l’uomo depresso accarezza la morte
lei si accarezza i capelli
noi altri partiamo
lui aspetta una lettera dalla Svizzera
ci parla dei figli con orgoglio di padre
ma ormai nelle vene sento il suo sangue
tre colpi avanti
uno indietro
tre colpi avanti
uno indietro
tre colpi avanti
uno indietro
così suona
ho pensato
anche la mia vita

ricami di birra

I nomi nuovi
aprono estati
mentre gli antichi
come inverni
ristagnano
nella memoria
ed ogni piede
batte un tonfo
sul cuore di ieri
sui vecchi buchi
lasciati dall’acqua.
Né Primavera
Né Autunno
Né Nostalgia
possono nulla
sul nuovo sorriso
sull’antico abbandono
che mi tendono l’animo
come un lenzuolo
due mani sinistre
una piena di voce
l’altra di assenza
e i pensieri di notte
a pascolare le strade
fanno ricami di birra
e scarabocchiano fogli
mentre ascolti al telefono
la mia vita che urla
le storie di un altro
con il mio stesso nome.

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