I murti sfraddevano
Slappi arrovazzavano nell’atta
Sradavano i froffi olle suddana
Ivi lassafano i rubbi strali
Desse allumi ai tessi crappi
Oh! mariga sraffa immuni
Il frizzo s’adessa da fappano
E addo nappa graffa, stassi,
l’ irrupano sfaddo.
Milano a Natale
Milano a Natale
È una cosa
molto vicina all’amore
Gli occhi in galleria
I cappotti caldi
I miei capelli rasati
Ero grezzo come una selce
E tu eri morbida
come una marshmallow
Sapevamo entrambi
Tra i libri dei navigli
Che il mio non era amore
Ma la figlia di una antica disperazione.
Quando trovai una vecchia edizione di Pavese
E ti dissi:
menomale che tu non sei una ballerina
Francesco avrebbe capito, ti dissi.
E poi tu mi abbracciasti forte
E quasi tremavi e
Mentre fuori le luci si riflettevano sul canale
Sul piccolo molo mi sembrò di avere il cuore
Gonfio e innamorato y final come un arrivederci
Che non sarebbe più tornato.
Forse è per questo che quando provo amore
È per la gente, le strade, le carte sporche e
Per le foglie che mai nessuno ha reclamato
O per le donne indaffarate a cui devo spiegare sempre
che non puoi mettere il cielo in una borsa.
Artisti
Pronunciano la parola “artista”
Come se avesse davvero del senso
Si radudano in cenacoli
Indicomo conclavi periodici
nei locali di maggior tiro
Oppure nel vecchio magazzino
Che hanno eletto a metafisico ombelico
Artisti, non li disprezzo, certo, li compatisco
Si criticano e si lodano e si incazzano
Come se la parola avesse davvero un valore
Io che vado solo camminando per le strade
A parlare con la gente
E mi offro alle persone
Come un sorso di acqua calda sporca
quando intorno è deserto
Come Abelardo baratto il mio respiro
In cambio di un respiro
E se pure difronte avessi un morto
Userei la stessa gentilezza
Risevata agli storpi, a Cristo, alle belle donne
Piene di grazie, al ragazzino tossico che domanda due lire…
E poi la solitudine
di uomo tra gli uomini
Questa distanza
tra la punta delle dita
E il pensiero che
Fa nascere parole nuove
Quando la mano si allontana
Per troppo tempo dal corpo.
Quello che resta
mi chiedo spesso
che cosa resterà
di queste quattro cose:
del foglio accartocciato nel cassetto
del nome scritto a penna sopra il muro della scuola
del paio di scarpe vecchie ripudiate dalla strada
dei balconi scavalcati a tarda notte
cosa resterà di me?
domando al marciapiede
se non un po’ di tenerezza
le braccia tese verso il giorno
il seme sparso in ogni dove
e poesie di poco conto
da cui non sono nate meraviglie
ma voci mute, albe storpie
arrivederci sotto falso nome
porte chiuse senza inganni
e nostalgie nemmeno troppo grandi
Una sera di dicembre
sera di un dicembre qualsiasi
dove non ho conosciuto ospedali
dove non ho conosciuto morti
una sera di un qualsiasi dicembre
il balcone è socchiuso
come una feritoia
da cui entrano le lame del gelo
in correnti ordinate e fitte
come legioni in cammino
un dicembre qualsiasi dicevo:
dove l’amore scopa nei soliti letti
dove la sera cade
sul copriletto rosso
come un mantello
come a dimenticare
come quella volta
che ti lasciai sola al bancone
ad ordinare da bere
e al mio ritorno
il tuo sguardo
mi piombò addosso
pieno d’amore
per chissà chi
