La solita storia della poesia

Per scrivere poesie
Bisogna stare tranquilli, mi dice.
Ed io infatti
me ne sto tranquillo
e bevo la mia birra
E penso a non parlare
Tantomeno a scrivere
– Poi bisogna avere la mente sgombra, incalza:
Vero no? Ci vuole pace, campagna, amore…
Annuisco per educazione e non parlo-
Butto giù un sorso con le gambe troppo lunghe
E questo si fa bolla nella gola
Quasi soffoco. Poi spingo la deglutination. Lacrimo gas dal naso. Sospiro. Occhi al cielo
– Il fatto è che pochi capiscono la poesia. Mi dice.
Pausa. Fuoco che sale dal culo e dal petto.
Con la lacrima ancora fresca lo guardo dritto negli occhi e mi pare di sparargli un raggio laser dritto nell’ippocampo.
Raccolgo l’aria necessaria dal profondo del buonsenso: capisce. Vedo che gli si incrina il sorriso. Come certi cocci quando toccano terra troppo velocemente ma non abbastanza da andare in frantumi.
Non me ne frega un cazzo. Abbi pazienza.
Di come si fa poesia.
Che poi la poesia non si fa.
Si vive e si racconta. Oppure chi lo sa…
Parlare di poesia è come parlare di calcio.
Di rigori negati e campionati ingiusti.
Capisci l’inutilità della cosa?
Davvero. Hai voglia di scrivere? Scrivi.
Hai voglia di mangiare? Mangia.
Chi se ne fotte della poesia
Della pessima prosa e delle aspettative.
La vedrò? Non la vedrò? Ci ameremo?
Tornerà la voglia?
Le cose sono più semplici:
Ama -se puoi- e fa’ ciò che vuoi
Diceva Agostino
Altrimenti, comprati un’auto veloce
Cerca di non ammazzarti
E non rompere troppo i coglioni
Con la storia della poesia.

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