Le persone sono come persone
Aprono la bocca e le braccia
E ti chiedono chi sei
Da dove vieni
A chi appartieni.
Quale stirpe generò il tuo argomentare
Ti incastrano in una nicchia ancora vuota
Del cimitero dei ricordi.
Ti archiviano con un sorriso e
Ti pagano il caffè e
Intravedono, i vecchi-
Quella storia che non ti hanno raccontato
Scritta con il sangue in mezzo ai lineamenti
Si ricordano tuo nonno
Che una volta accompagnò loro padre ubriaco
Oppure che una volta in mezzo ad una vigna
Si tolse gli stivali per regalarli a un passante
O quella volta che sollevò da terra
Un tale traffichino dalla mano troppo lesta…
I paesi sono famiglie in cui si litiga in continuazione
Ma c’è un amore latente tra la gente
Che poi diventa nostalgia generazionale
Talvolta paroloni, bevute memorabili
Racconti di epopee dimenticate
Amplessi tra nipoti, scoperte-cose-tardi
Cose che non riconoscevi-
nei paesi esistono più spesso
Giornate che sono come nudi stesi al sole
dove ogni piega della pelle
È una generazione
e i corpi illuminati cantano alla storia
Un pezzo di universo
Così grande se lo ascolti
Eppure infinitesimo
come il passo di un secondo, un palpito di cazzo, il bagliore di uno specchio sulla montagna che scompare appena gira il polso, l’ombra di un granello tra granelli.
L’uomo è ossessionato dalla misurazione
Delle cose che sono già altre cose:
Adesso un gatto miagola feroce sotto la finestra per la prima ed ultima volta:
Tutto è irripetibile e questo mi rallegra
Come un ragazzino avanti ad una giostra.
la città è culla del sapere
la città è culla del sapere
datemi una libreria con libri mai visti.
senza lettura l’uomo è novizio
avanti alla luna
perde capelli, forza e parola
ed il tempo pensato scorre più solo.
adesso non hai che la natura
da leggere al buio
e il ricordo di una voce
che ruppe montagne
dimmi, non era un amore?
forse una finestra dove scopare
sul sagrato? Spargere il seme
sulle pietre del tempo
non è che una resa?
dammi una poesia che tolga la sete
che faccia dormire anche le pulci
quando la notte monta
le burrasche chiodine –
Dai, una libreria di fratelli maggiori
con voci più ferme
più spinte e profonde
del mio frescheggiare
dove una cosa è anche una cosa
e poi l’universo e il profumo del giorno
mischiato col vino.
Spingere o Aspettare
Una casa
Quattro mura
Ipotetiche come un’idea
Poi esci
Vai a lavorare: vai
Ad apportare il contributo
Vai ad assemblare
Il tozzo di pane e poi
Rientri nella stessa casa
Con le stesse mura
ma eterozigote
Qualcosa qui è cambiato
:Ti dici sottovoce
Confermi l’idiozia
Nell’idea di uno Stato
Vorresti una Repubblica
Fondata sull’amore
E questa sì ch’è un’Utopia
- ridacchia comodino
Che ha retto tomi
Di maleducatissima letteratura
. Fuori il sole è gentile
Un computer aspetta sulla scrivania
Che la nuova idea ci porti un po’ di pace
Ma chi ci porterà la nuova idea?
Forse il vento ma
Di certo non il convento!
Vorremmo non ridicolizzare
Un’idea d’amore almeno mezza volta:
Ridacchia adesso anche la finestra. Punto.
Solo stando solo
in un ufficio in costruzione
Potevano arrivare pensieri
Come questi. O forse no.
Forse è un’altra storia.
La montagna si è fatta grimaldello
Fa fronte sopra il cielo basso
Si vuole qualche cosa
Che non so raccontare
Si duole di un malgrado
Sempre in divenire
:Spingere o aspettare…
di cos’è che hai bisogno?
Esci da un ospedale
O da un pomeriggio
Entri in una canzone sempreverde
Con Qualcuno che dice che è dura
Tirare avanti dopo la clausura
Qualcun altro che ti ha fatto complimenti
Per quello che scrivi
Per quello che dici
Che poi è quello che sei
E vorresti abbracciare tutti
Come a dire: siamo vivi
E riempire un discorso
Con dell’allegria
Senza forzature
E parlare di tragedie
Inenarrabili come la morte
Praticando l’ottimismo
Dividendo mezza birra
E poi parlare di politica
Senza nominare i conosciuti
Che per me sarebbe:
Aiutiamoci tutti
Nessuno escluso
Partendo dai più deboli
E domandarsi ogni giorno
Chi è più debole di me? E
Dimenticare il proprio nome
Come una necessità e
Poi senti a un tavolino snocciolare
Poltronese spicciolo e
Fare la conta dei seggi
E dei giorni che mancano
A fantomatiche elezioni
Cose di uomini e di donne
Con la paura di sparire
Incisa con lo sguardo
In ogni sentimento.
Che scoramento e che sconforto
Se ascolto dall’alto delle quattro ore di sonno
Spese a far le fusa con la notte
Dove tutto era una carezza
Una lunga poesia di qualcun altro
Scritta in un momento come questo
Dove l’epoca si tinge di epopea
E la morale muore
Seppellita sottoterra.
Ma dimmi, di cos’è che hai bisogno?
E perché di una carezza?
Di un albero turchese
E di giorni ancora freschi
Dove addormentarsi
Senza più pensieri
Al fianco di qualcuno
Che ti parla senza dire
QUALCOSA DA CUI PRENDERE MA ANCHE UN’ ALTRA COSA
certo un albero non fa primavera
ma forse neanche mezzo autunno, mentre
due alberi se si impegnano molto
nel modo di alberare
potrebbero pur sfilare la coda dal lupo
e farne spolverino o due ore di sonno perduto
oppure il rumore di un fiume prosciugato
qualche era prima che accadesse…
dici che il tempo è quel che è
dici di essere questo o quella cosa
dai tratti ben definiti – come una lucertola
che ha appena rotto una matita
per aver dimenticato gli angoli del fiore –
mi pare fosse giallo o volevo dire azzurro, dico:
chi ci salverà dalla sindrome della biro?
questa malinconia dello scrivere davvero?
poi dici una cosa che non rinneghi mai
e chiami coerenza ciò che non è stato
e affermi sfaccendato di vivere rampando e
di non inventare alcunché che sia pensato – cose da pazzi.
arrivi persino a scrivere sciocchezze
che diremo: frasi di senso compiuto!
poi cerchi la salvezza nella verticale senza ami
e il cielo che pareva un aliscafo
schizzava qualche nuvola sul viso di qualcuno
che un giorno predispose una giravolta sul fornello
a cui avrebbe dato fuoco una di quelle mattine
che non arriveranno prima di domani o forse prima per il semplice disgusto dell’esistere
come controsenso –
forse salveremo il penultimo caffè
dall’alba e dal buongiorno
e ne faremo un fuoco, un albero da fresco
qualcosa da cui prendere
senza domandare.
Meglio della vite americana.
Tu dici scrivere…
Dici come camminare
Come vivere
Due birrette e una gitarella fuori mondo
Una scopata all’ombra di un lampione
Il serbatoio pieno
E una strada d’avanti
Con poche indicazioni
Tu dici è tardi…
Chiudi la portiera
Saluti gli amici
Ti arrampichi nel viottolo
E la vita ti pare essere
Con-ci-liante
Come accade quando
hai la salute
E le pietre ti parlano da compari
E incalzano:
Che bel polpaccio
E che respiro!
Sei pieno di Bosoni!
E questo ti rasserena
Come una carezza…
… E Dici che il mondo
È pieno di ingiustizie
Becero razzismo radicato
Come ginestra sulla pietra
É cosí! Scuoti il capo un po’ ubriaco
Dici, l’ignoranza…
Che poi vuol dire paura
Che poi vuol dire Esci!
Altrimenti resterai tutta la vita
Senza un insegnamento
E la vita ti ridurrà
Alla fetta di pane
Al bicchiere di vino
Al centro commerciale
Al sogno di una casa cum cane
E non potrai mai sognare
Come ho fatto io
Anche questa notte
Di far l’amore piangendo
Sopra un fiume di una città assai bella
Canticchiando una canzone inestistente
Ad un edera parlante
A cui dicevo: sei bellissima!
Anche come pianta,
E non sai neanche piú arrossire!
A CRACO
Una lucertola viva
Può ballare a sei zampe
Su una stella comune
Tra l’odore del fieno
Una frusta di grilli
Aggrappata alle pietre
Spara nei fossi
Un verdetto di morte
Il paese è un teatro
Di maschere rotte
E la voce commuove
Senza l’ombra di un fiume
Qui anche un papavero
Può far piangere un uomo.
Consuma, produci, hardy.
Scrivere come un musicista
Stanco della musica
O Come uno scrittore
Che non sa suonare
Ma che sa alludere
a un pianeta sconosciuto
Senza manco nominarlo
Se fossi una lucertola
Mi innamorerei perdutamente
di una mosca, dissi al canicorno
E questo mi porterebbe all’upperdistruzione
Come una nana bianca o
Una Supernova certo,
ma di seconda mano
Grandissima occasione!
Vedi, caro albero di birra
Che oscilli ad ogni sguardo
Come fosse un cuore
Di cartone anni sessanta
La vita è un fatto misterioso
Ed io non cerco di capire
ormai da molti megaparsec
Tu mi dici di viaggiare
Ed io ti chiedo ancora tempo
E qualche soldo
Per comprare il tuo silenzio
Nelle notti nientesonno
Fatte di ombre e di
strani penicotteri
E parole scritte male
E Di cose dette in fretta
Con la voce di un lapillo
Ché tanto è una caduta
Verso l’altro,
Si brucerà qualcosa
Comunque tu la metta.
Ciao Amico Calabrone.
(sull’amicizia naturale)
Eclipse de luna
La strada màcina polvere
Marte è così lontana
Da quando non sento più i vicini
Ho fatto crescere un geragno
Nel vaso sul balcone
E questo la notte
Si spinge zamperosa
Al cuor della questione:
la solitudine è un fatto emozionale
cammina per trasonne addormentate
e adopera le lingue mai forgiate
così se dici per esempio : Andiamo al mare
io penso a un elefante senza più compare
intento toro toro a galleggiare.
prima passeggiando per via rupi
è atterrato sopra un sasso
un calabrone
ho provato a dirgli cose assai normali
del tipo: Ehi Ragazzo!
Sono usciti già i giornali?
E questi mi ha guardato un po’ zanzato
Sculettando appena appena il culo alato
Poi prima che incalzassi col parlato
Ha alzato il dito medio e se n’è andato.
*trasonna. Dal dialetto lucano: strettoia/vicolo stretto.
Preghiera di Primavera (Lode antistaminica)
Aerius
Che giuoie hai donato
Alla mia mucosa
in passato
e adesso mi riduci
come serpe
Schiacciato dall’aratro
Ti lascio come amante
Come amico e conoscente:
Va’ a illudere più in là
Qualche altro sventurato
Con il sonno del mainato
Con occhio immacolato.
Adesso aspetto Rupafin
Che mi entri nelle vene
E con un amore nuovo
Sulla porta della farma
Mi frizza a pacchi il cuore
In naso ed anco il culo
Per questo amore nuovo
Che non mi tolghi il fiato
Ma tosto una carezza
Di ossigeno e di sposa
che rinnovi languida
La trista – profanata
Fulgida mucosa.
Una casa
Casa, come dire poeta
Come dire amore
Oppure Porta.
Dire per esempio:
sullo sgabello
C’è il tuo ricordo
È come dire che sei andato
Sulla luna in compagnia di Yuri
E poi sei atterrato
Sopra un tappeto di mosche
Cantando il valzer del moscerino.
Finestra piccola del bagno piccolo
Tra il muro ed il telaio
La schiuma consumata
Dai giorni
Ha lasciato posto
Ai nidi di vespe
che un giorno sterminai
Esercitando la legge dei vigliacchi:
Sciolsi con una base debole
La loro fragile natura
E ancora adesso a parlarne
ne sento addosso la colpa
Come una ferita.
Casa è una finestra aperta
Sui cui confini
La salute mentale vacilla
Ad ogni ingresso
Ad ogni uscita
Si parla di orizzonti
Negli angoli hai messo dei fiori
Per non guardare le pareti
Adesso il bianco ha sofferto l’inverno
Il fumo ha ingiallito lo sguardo ma
Col caldo torneremo ai pennelli
Copriremo le colpe
Lavorando di polso
Poche ossa a guidare la mano
A cancellare ogni segno
Dei fallimenti passati.
Fortuna; ricorderemo tutto.
Casa
come asfaltare una fossa
Di sentimenti comuni
Per giocarci sopra a pallone:
Così deve essere. Così è:
Aggiustare la vita vivendo
Possibilmente ridendo.
Casa come dire calce che
Disinfetta la peste degli occhi:
Dove ogni colpo ci parla di inizio
E solo ai vecchi ricorda il passato
Con i calzoni corti e le scarpe bucate:
Si tratta comunqie di un inizio passato.
Lascia perdere i telefoni
<<Lascia perdere i telefoni ti ho detto!>>
La voce incalza come se fosse
un fuori campo siderale
la poesia si nega come una cagna
gravida di risentimento
in un attimo il vento
ha spalancato la finestra e
mi è tornata in mente
quella vecchia storia
che parla di un proiettile
che attraversa la stanza
come un destino imperscrutabile –
qualcosa si posa sul fondo della coscienza
forse un petalo seccato al sole
forse una foglia di burro inacidito
non ci è dato di sapere…
la poesia si nega
come un barista svizzero
all’orario di chiusura –
è ora di cenare –
me ne accorgo dalle luci accese
nelle cucine dei vicini
mentre la gente è chiusa in casa
a spadellare sentimenti
nelle strade vuote
fa scandalo d’orgia
la polvere e
intorno alla piante
c’è aria di festa
e funerale.
