Ho sognato un poeta albanese
Che come me non è mai esistito
E che scriveva sulla pietra bagnata
Con del sangue di capra:
“Le tue labbra sono tue
Le mie mani sono mie
Le ginocchia di tua zia
Non fermeranno la polizia”
Poi siamo fuggiti sui tetti
Il pennello fra i denti e
Un grimaldello nelle mutande
Freddo come le ossa dei morti.
E per le strade impazzava una musica:
“Come un lago ghiacciato
che ha la voce di cascata”.
Ho gridato a mezza bocca
Mentre zompettavo sui tetti
Con la salvezza in un pugno
E nella testa una canzone
calda e appiccicosa
come la morte.
Commento SUL DDL ZAN E.
Commento SUL DDL ZAN E una sedia bucata male e un albero di tungsteno che ha smesso di fare luce per mancanza di acqua corrente. Quella volta che il marcapiede cantava “spazzole e motorini di avviamento” non fece alcuna serenata alla duna, ma piangeva, come un bullero pentito, senza drappi stesi ad ascoltare. Un flebile, di aspetto un poco mobile, sdiceva: Dimmi: voláno delle mie brame, chi è il piú prepuzio del tegame? E poi gli itteri scesero dai colli ad ingiallire i cuori e i denti e i sementi, mentre gli smog stretti come fulmini, stridevano come fiocchi di merda congelata a primavera. Apocalettici si ingorgavano sulla gradinata ad osservarsi come specchi elettrici di frenuli. Mentre i tornaconti sgautteravano per corridoi come fiori spenti di armistizio.
La poesia dei divieti di sosta
La poesia dei divieti di sosta
Quando piovono avverbi
Alla sera, d’autunno,
È una centrifuga di suoni e di vento
Mentre pioggerella sui bicchieri
E sui dimenticatoi di ogni primavera
Un’ Ape truccata scava una tana nell’aria
Con il calore dell’adolescenza di provincia
E fuori stridono dilemmi
E parole irrisolte fanno gelatina del cervello.
Ecco. L’edera di carta. Fa sterlizie nella notte.
Tanto forte che i lampioni paiono guardare
Come chi appende una chiamata e resta muto
Come un aratro spaventato dalla secca.
L’AMICO CHE SCRIVE POESIE
l’amico ********* che scrive poesie
un giorno venne alla porta di casa
con la moto da corsa senza casco e patente
dice :eravamo ragazzi. eravamo più belli:
superammo i duecento senza battere ciglio.
l’ultima volta ci incontrammo in ospedale
ci sedemmo vicini come fossimo in moto
ci promettemmo dei libri che mai ci scambiammo
:avevamo trent’anni: eravamo più belli:
Psichiatria. Disse: Michè, c’è qualcosa di storto…
Io non seppi che dire, gli misi una mano sulla spalla
Oggi che i pensieri cagano come topi nel passato
mi pare limpida quella risata larga
che già annunciava tempeste
Oggi leggo che è sorvegliato in qualche clinica dopo il fattaccio
ed io a scrivere inutility di notte avanti a una tastiera.
Questa è la vita.
Ottobre. Il mese dell’eternità. Se potessi scegliere
morirei di Ottobre. Come la mia amica.
e mentre lo scrivo sovrappensiero mi tocco le palle.
non sono certo scaramantico ma…
Mi manca molto la mia amica. Non sono stato un buon amico.
Né un buon amante o amore. Ancora le faccio domande.
Oggi sono triste come solo gli amici sanno asserlo.
Con immotivata becera allegria.
Quando morirò, prendetemi per il culo, sgambettatemi la bara
Vedrete, vi tormenterò durante i vostri rarissimi amplessi.
Da altre dimensioni vi invierò foto sconce
che neanche capirete. Ci sarà da crepare dal ridere. Vedrete.
O forse no.
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liberi il desiderio di .
con un gesto di scrittura
caduti i mattoni del pensiero
l’inviolabile nulla ruggisce
come un dodici cilindri d’altri tempi
alimentato a scazzo universale
cosa vuol dire vivere di sogni?
cosa vuol dire vivere?
oggi la tegola crepata sul tetto dirimpetto
ha subito molta acqua
chissà che infiltrazioni dentro il petto
il gatto ha miagolato tutto il tempo
sotto la finestra delle quattro del mattino – ero
sveglio come una baionetta piantata nel cuscino
in ordine sparso nella veglia
ho risolto la fame nel mondo, il problema energetico,
l’annoso fatto dei tumori e della depressione
peccato non avere preso appunti.
dice coglionazza la voce del mattino.
I pensieri della notte sono robe universali
quando anche il cazzo si è autotumulato
apri una finestra dentro il tempo
e l’inviolabile nulla ruggisce minaccioso
come un frugolino. roooaaarrrrhh!
Sorridi se hai capito di morire…
la Soluzione:
da qualche parte c’è un frughetto
su di un peVo, che arralda nespo
sul viselllo del rughino
ah! le fraspe vette di lavvì mughetto
astra pigoletta, fin lavvì diretto.
( Evitate i vani gesti apotropaici – lo dico in rima ché ci stiamo più simpatici)
Like an uncinett’
Giorni che le parole lapislazzano
Su vetri di mestizia
Non hai letto una virgola per intero
Da chissà quanto tempo e
la sindrome del frazionamento
Imperversa nelle strade della mente
Come ovuli di bamba nello stomaco
Da che estetica siamo stati generati?
Sembriamo merde profumate di violetta
Nei sabati sera tremarelli dei lampioni
Adesso Il giovedì è venuto giù dal pero
A pieni nuvoloni e cazzi da pelare
Com’è fulgido che sia dopo una certa
E gli alberi smerigli genuflettono le foglie al vento della sera
Non è certo riverenza! Fischia una grondaia
Mentre l’ultimo grillo mostra le chiappe a dio e alla luna
Da qualche parte dietro la montagna
Nel mentre che i ricordi di ciò che è sempre stato
Ci tengono ben saldi a questa cosa scintillante
Come un lampo – Come un uncinetto.
SCOPARE CREMA CHANTILLY
Roma e Lazio giocano a pallone
Dallo stereo è partito Piero Ciampi
Non si sa per che motivo
Mi viene in mente Victor Cavallo
Mi viene spesso in mente Victor Cavallo
Se si parla di pallone, di mimose o di Hamburg
O di amore universale. Poi la lettura si infittisce
La luce diventa una virgola e la narrazione
Uno zigomo, la situazione un ginepro.
Certo che un ombrello non fa l’autunno
Né una rondine primavera
Ma sono le diciotto e 51
E tutte le cose che sembravano ostili
Sono distese come uno strato di crema chantilly
Sopra la coscienza. C’è una strana pace da quando
Il sole se n’è andato a fare in culo dietro la montagna
Che significa la rabbia? Che significa la vita?
Per che cosa vale la pena fare questo o quello?
La Crema prende il sopravvento. Comincia a scendere dai tetti
Fino riempire lo spazio come quando sale la marea fino alle palle
E ci viene un brivido di freddo che vuol dire che sei vivo-
Che significa? Niente. Una telefonata si è schiantata sulla carta
Prendo questo corpo con la mano
E lo porto naturalmente a camminare e poi
“la sera scende come uno squalo tra due margherite”
Ma con più crema e pezzi di trascorsi masticati già nell’aria
Ognuno è solo sul pavimento dell’allegria – recita una mosca
Io lavoro per diventare nessuno io nessuno per lavorare qualcuno
E spirlazza la voce che sdentra dal cuore:
la vita non scherza fin quando si muore
e poi dopo c’è il buio a fare il verso al mattino
e non lo sai, ma lo hai capito
da quando sei diventato bambino.
(TITOLO CLICKBAIT)
Tette.
Giorni che sono lucidi e bagnati come scarichi dei cessi
Pensi che: Le finestre erano chiuse mentre fuori accadevano
alberi da cui sono caduti i frutti
santi senza martirio – memorie e predicozzi stretti nelle tasche
veglie funebri incise col pirografo sopra mirtilli maturi
adesso hai le mani sporche di fichi
sarebbe meglio usare il femminile
ma siete solo tu – lo sguardo sulla valle –
ed il vecchio albero di fichi
che anche quest’anno è stato generoso:
quindi ti accontenti –
spesso sei contento di accontentarti e di questo ne vai fiero –
te lo riconosco.
Adesso: il sole spinge la coda oltre la montagna
i fotoni lungo la cima dell’estate
sembrano gridare: ultima tappa – cronometro!
Lo Speaker: Siete caldi??? [Il coro dei Fotoni: Siii!]
Questa è la sera che riporta l’ordine ai pensieri
Questa è la sera che mette i demoni nell’angolo
E picchia sul costato come L’ Hurricane Carter dei tempi migliori
Da dietro ai pensieri un profumo di sterlizie e more e fichi
E quella bocca che tremava come una bara appena chiusa
E da Là la contentezza arriva e dice:
Dove sei? Sei vivo? Perché non sei contento?
Così arriva l’allegrezza che pare immotivata e invece no
Invece ( altre cose) – Invece Grazie.
( Il titolo Tette era per catturare la vostra attenzione)
cosa sono le cose?
Agosto abbracciato ai pensieri
come la puzza di olio bruciato
E guarda i suoi resti l’estate
e poi scrive canzoni –
così, meschino, ritorno alle domande – alla poesia –
come la vergine violata dal sole –
cosa sono le cose?
domanda la voce. Nessuna idea pare degna di nota –
Non voglio niente, né desidero un cazzo
solo c’è urgenza di vita.
Ho detto grazie al mattino per essermi alzato
e sono stato allegro nel dire…
Come chi incerto continua a morire.
Ditate di merda
“Pesa come il suono del mare”
Viene da pensare senza un motivo
Nel mezzo della virata autunnale
Quando i boschi si coprono
Di un verde piú scuro
Sotto al sole ancore rovente
Mentre le sere diradano prima
Con un senso di urgenza
una ragazza mi parlava di futuro
Con le solite ansie di noi “fortunati”
Seduti come monaci spogliati
A trangugiare beveraggi
Annacquati di noia
A quarant’anni la distrazione
È un lusso da godere pian piano
“Pesa come il suono del mare”
Chissà che significa davvero
Questo sovrappensiero
Mentre “passiamo sulla terra leggeri”
Come ditate di merda
sopra vetri appannati.
LA POLPETTA
Una finestra socchiusa
La cima di un balcone e
il cielo acceso di Agosto
Ed io so davvero che è bellissimo
E che sono vivo in qualche modo
Lontano e vicino a qualche cosa
Che ha a che fare con la morte
E dico col pensiero alla formica
Alla vespa ed all’antibosone
Y alle campane delle undici
Che siamo senza dubbio
… forse una polpetta
Magari avvelenata
ma sempre una polpetta
Tenuta insieme da incertezze
Rese memorabili, lampi di stagione
Acuti a ciel sereno, splendide sconfitte.
Una tègola sorella, una tègola frisella.
Scritto che vorrebbe essere poesia ma che invece è fantasia
di una finestra portavia che sbuffa calda come la marmitta della polizia da cui interrogo la tegola che di mestiere regge il cielo con tutti i tiramenti che di pressioni ne ha subite in vongole atmosfere;
e questa, tu, diplomatica virossi senza una risposta!
Aqquale domanda? quale curiosità? Quale supplica o estro curiosaggio estivo? ti mi chiederebbi.
Niente personale. Solo un quèsito domando incuriosito:
Quante cagate di piccione sopportasti durante la migrazione dei pigeòni l’anno che le locuste sficcicavano i sederi delle civette cinerine? uno
E come può una terracotta reggere da sola una colonna di cielo
e rimanere umile come un laterizio sempre ai margini
dell’immaginazione e che mai rifulcra i ragionamenti alto-architettati?
Due mute fucilate.
Sora tegola, figlia di famiglia, colonna potenziale di tutto l’universo sconosciuto,
più ti vedo e più ringiovinisco fuori dalla calotta normovilipesa cranica dove tutto è definito, ma qui, dentro dove io e te siamo ( o forse ci sbagliamo) come due sorelli eterozigoti, ed ogni tua cagata sopportata sopra il ruvidone, sorda come neve preimballata,
dentro di me, risuona il fatto come una coltellata.
E di questa brezza fine che non ci porta mare,
ma sabbia nuda e vetri di poiane, ne spartisco il fresco, l’attimo sorpreso, il pensiero fuoritesto, il m’è dolce crepitare.
