Gente cura gente. (Ovvero:scrivere in autobus di cose successe in autobus)

Capitano giorni in cui sei triste:
La vita dopotutto è un continuo divenire
Per divenire bisogna trasformarsi
Per trasformarsi bisogna abbandonare:
Persone care, altri te, pensieri, luoghi, momenti vissuti eccetera eccetera…
Questi continui distacchi che chiameremo abbandoni solo per drammatizzazione sceMica, esercitano una frizione sui sentimenti. È nella nostra natura soffrire.
Questo fatto l’ho accettato da tempo
E riesco, a volte a fatica, a nutrirmi anche di questa bellezza.
Quello che ho compreso negli anni è che:
La gente cura la gente.
Esempio minore (senza scomodare direttamente il tema della morte):
Tempo fa me ne andavo verso casa assai triste. Avevo accompagnato in aeroporto una ragazza. E solo quando la lasciai all’imbarco, dopo circa dieci passi verso il ritorno, mi prese un’angoscia di quelle terribili. A metà tra un attacco di panico e di pane.
Quando ti si crea un vuoto spinterrimo nello stomaco che tu vorresti riempire con un succulento panino ma che invece non ce la fai proprio a buttare giù manco un filo d’aria. Anche respirare diventa un affare da centomilionididollari. Ci siamo capiti. Ansia da cuore spremuto e di cane abbandonato al palo su quelle autostrade nel mezzo del deserto. Dicevo: me ne andavo triste coi due biglietti dell’autobus ancora caldi, che vuol dire altra corsa disponibile.
Salito sullo stesso autobus da cui ero sceso, un tedesco di mezza età un poco strafalciato, un uomo di affari andati male, cercava di convincere l’autista, in inClese, che il biglietto che brandiva come un passpartout, anche se riportava la dicitura FIRENZE, fosse valido anche per Pisa.
L’autista diversamente poliglotta: deh! ma ‘un lo vedi che sce scritto Firenze, Dioane!
Con quella empatia che si ha solo tra superstiti, metto una mano sulla spalla del tedesco e mentre si sta per voltare, con l’altra mano gli allungo il secondo bigliettoancoracaldo che avevo stretto fino al quel momento, sotto il naso: this is valid. Have a good day. Gli faccio.
Il tedesco smette di parlare con l’autista che tanto si capiva pure in tedesco che non capiva un cazzo e comincia a frugare in un portamonete di pelle nera. Che pensavo osse prerogativa dei marchi svizzeri.
-no please! Gli dico
e con la mano gli faccio il gesto dello stop a mano aperta verso il portamonete.
Allora mi sorride e in tedesco mi dice qualcosa a metà tra: sei proprio un coglione e il: sei molto gentile. Chi lo sa.
Però il fatto è che ho cominciato a sentirmi meglio. La gentilezza spontanea, questa forma di amore primordiale, fatta di abbracci e mani sulle spalle e di sorrisi, è il più potente anti depressivo naturale. Persino più del sesso, ché pure quello ha il suo periodo naturalmente refrattario.
L’unica religione a cui mi sento di appartenere è questa. Dei, santi, semidei, li ho sempre trovati volgari e grotteschi per non parlare delle loro varie rappresentazioni.
Per dire che: la gente cura la gente. Siate gentili, non rompete troppo i coglioni al prossimo. Affidatevi alla natura, uomini compresi e cercate di stare sereni, il più possibile.
Se qualcuno se lo stesse chiedendo: NO.
La gentilezza non ha fatto ritornare quell’aereo ma adesso comunque ci penso con il sorriso e col calendario e col casco ben allacciato e le luci accese anche di giorno, sempre.

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Un piccolo giro nel mio mondo spelacchiato.

Riccardo Fracassi

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