Qualcuno tenta di abbellire il minuto
Di fare grande un secondo
Epico almeno uno sguardo
Dove la tenerezza?
Lo sguardo che accarezza?
La parola che abbraccia?
Forse andando per strada
Si è perduto qualcosa
Ricordo che un giorno
Ci parlammo d’amore
Voglio darti un granello di sole|
Ti dissi
Ma tu non lo hai un granello di sole| dicesti.
Appunto. Risposi
All’amica conversazione mai avvenuta
Forse amare non è
Provare a donare
Ciò che si ha
Ma ciò che più si desidera
E che non si possiede
E che forse mai si…
Ecco il motivo
Di tanto tremare
Di tanto tacere
Ha forse suono l’universo?
Forse la cricca
È tra le parole
In un gioco di sguardi
Senza padroni
E se non desiderassi? Ti dico.
Forse farfugli di cose sbagliate
Ma è giusta la vita?
Forse in amore bisogna tacere.
Forse nemmeno l’esistere
Ci porta vantaggio
Se non esistessi, magari ameressi –
Verrebbe da scriverlo sopra una chiesa.
Forse l’amore è una cosa dei libri
Come un odore di muffa stecchita
Ma che sciocchezze!
Che inesattezze.
Forse un amore è una voce sbagliata
Una mano negata per non saper fare
La parola taciuta del non saper dire
Una porta socchiusa che puoi sempre aprire
Quante facezie. Quante straziose.
Vieni, siediti. Dice la conversazione immaginata all’esistente che scrive
Piega le ginocchia sui vetri spaccati
Lascia la vita alle cose che esistono
E torna nell’immaginato colletivo.
Fatti una vita nell’universo dei rutti
Semina a grappoli nei solchi di rame
Vedrai, cresceranno parole.
Forse anche un amore
Un po’ di stupore, tre rose e un languore.
Ma la smetti? Farlocchi parole
So’ passate due ore:
Mi hai stracciato l’umore.
Lamore
Seduti sulla panchina scorticandosi
Gli occhi – le voci –
tra le amate cicale in levare
Anziché mettere –
Con la luna che pareva _ a Granada
Di Fiorire tra i campi e gli ulivi…
C’è Il mio amore che si doccia arruffato
Sperando che resti o che muoia
Sotto forma di accettabile umano
Tutto quello che penso è un motivo:
Che bella è la notte
tra i campi
Se fossi
una pietra di fiume!
il rumore del fiume vicino
È rimasto là fino al mattino
Sono stanco come un filo di grano
Canto forte come un lago lontano
Nuvole del cazzo…
Nuvole…
E si perde il tempo
Per le cose serie
Che poi sarebbero la poesia
Che poi sarrebro tracce vivide di amore
Dico – Quel piacere di farfugliare luce
Senza indovinare un cazzo
O fare domande
O cercare risposte
Solo godersi la solitudine tra la gente
E accorgersi quindi nel frastuono
Quanto sia gentile
La foglia di betulla
La mano sulla spalla
Un cane libero
che spartisce un po’ di strada
Ma invece no.
Una voce ti strattona
Passando tra le nuvole
E non è certo il Principale
Che quello non esiste
Ma poi chi sono io per dire…
Chi sono?
Sono voci di cose inanimate
il rumore di un bancomat
Una spillatrice difettosa
La ventola di un processore sferragliante
A rubarti scampoli di vita
A mezzo nuvole: nuvole:
Muro di vapore steso male
Nuvole del cazzo
In mezzo al mare.
Indifferentemente
Di gente che fa l’arte
Ne sono pieni i libri di.
Di gente che fa gente
Ne sono piene
le galere E i ristoranti
E le discariche
E i cantieri in costruzione
le stazioni I tram le autostrade i bus
I pensieri le bocche le vagine
Le pance e gli altri posti
dove c’è gente che fa gente che fa l’arte.
Poi _ ciascuno -solo- legge d’arte
quando si sente disumano –
Oppure è chiuso in uno studio
Da tre secoli a pensare a certe cose
Che fanno rizzare i sensi
Ed anche il cazzo
Come una cosa disumana
E legge d’arte e scrive cose
Che vorrebbero essere gente
Ma che no:
Al massimo gentili
Ma nemmeno
E poi si si scorda per fortuna
E Perde un filo e c’è per esempio un nibbio
Fuori la fenestra che sfrutta le correnti
E si spaventa quando i fuochi d’artificio
Annunciano una festa con tre colpi
Ben piazzati e questo scappa
Ad ali spiegate tanto bene
Che lo capisco pure io che è ora di tornare
Ma poi rimango e penso che
quando vive – vive
pure lui
Inconsapevolmente
Ventuno grammi (l’ultima cena)
Il silenzio
dopo lo schianto
Di un piccione
Sul marciapiede
Mi dicesti:
Fu il mio cuore
Dopo averti baciato
L’ultima volta –
Il fragore
Di un bastimento
Che infrange il porto
Di Venezia
Tii dissi: fece
Il mio culetto
Dopo aver mangiato
Ventuno grammi
Del tuo tonno
andato a male
L’ultima volta
che mi invitasti a cena
True love will find you in the end.
C’è sempre un accordo aperto
Che ci invita al viaggio-
Cosí parte la musica degli Alburni che
-duri, quasi — il san michele
Sono indifferenti alle europee
Alle sdruciole scommesse
E alle pale eoliche selvagge
Che si accordano invece benissimo
alla striscia bianca tratteggiata
Che separa corsie e uomini
nello spazio nel tempo e nelle dipendenze :
Sarà l’anno settemilaottantadue
Ché tanto sono numeri…
Qui di fianco a me ho Daniel johnston italiano
E forse non ha il pallino della musica:
Straparla, sbava, suda, trema e sorride
ma con grazia
Occupa lo spazio con amore e dolore
La sua enorme polo nera mi inghiotte
In una visione di pace e di sudore
Nella macchia di sudore fondo nero
Ci vedo il volto di un povero cristo. Stop.
Gli occhi cercano la costa, a ovest
L’autostrada fa il rumore vento
Il tirreno pare sbattersi a fatica
contro i viadotti in cerca di grazie
E tutti: da Coleridge a Melville a Conrad a Fajardo a Chatwin sembrano seduti come corvi sopra un filo della luce dentro la mia testa torbida di antistaminici di birra di ieri
di antipiretici e di canzoni: una:
True love will find you in the end…
ASINOV
ASINOV
certe volte immagino di scrivere un romanzo
seduto al tavolo, all’ombra, appena sotto la veranda
della masseria che non ho ancora ricostruito
là dove c’è un cane che ogni tanto gironzola
scodinzolando per il parco
dove il sole fa il perimetro
senza mai troppo bruciare
e dove c’è il rumore della sorgente
che fa da tappeto al vento che a qualsiasi ora
scombina le fronde degli alberi –
ebbene oggi ero sulla cima di un montagna
e mi è venuto questo pensiero
come una cosa da fare urgentemente
il titolo sarà ASINOV – ho pensato
e ci sarà poesia e della fantascienza
e degli animali parlanti poco scolarizzati
così, proprio come immagino
certi sentimenti: metà bestie – metà alieni
e per metà immaginati.
Prima o poi
Stanne certo. Accadrà.
Ti lasceranno solo con la tua visione…
Penseranno che non vali niente, rideranno delle tue manie e delle tue ossessioni…
E sarà allora che gli vorrai più bene.
Che li amerai di più.
Perché il tuo tempo sarà fermo e ci saranno i fiori, e le piogge e le voci sconosciute e tutto l’universo a tenderti la mano. Fratello.
A fare luce nella solitudine, la visione, abbagliante come il fallimento.
Oh, sí!
Esploderemo come una risata dentro al cimitero. Sarà la nostra danza a spese delle morte. Non temere. Ci divertiremo.
Apposto
Oltre
Sedimentazione – questa
La parola con cui parlo alle cose
Senza aspettarmi risposte
Mentre dal cielo viene giú l’olimpo
Che crolla con tutti i finis – dei.
Dice: sei un pazzo
Dice: sei un perdigiorno
Dice: voi poeti
Dico: sono stanco ma recupero in fretta
Dico: sono un cercatore
Dico: un sacco di fregnacce
Se mi metto dissertare sull’essere e il non essere. Taccio.
Come potrei sapere davvero chi sono?
Il mio nome è una domanda
Ma è anche un monito
Ma è soprattutto un caso spinoso
Questa cosa al netto di dio
Mi lascia molto pensare
Soprattutto quando mi dicono
Che non so amare nemeno un criceto
Soprattutto quando penso alla retorica
Della parola amore. E della birra.
E alle vie di fRuga delle tasche bucate
E del superuomo. EbBene:
(Ricorre spesso la parola bene)
Oggi è il maggio piú freddo degli ultimi 50anni – proprio oggi – e gli occhi lacrimano
Di allergia e di fuliggine – di fumo controvento
Paiono colonne di spiritelli benevoli
Che s’alzano come pilastri dalle vecchie case
A reggere il pensiero unico del cielo
Dai comignoli evaporano acque antiche
Che hanno conosciuto i nostri nonni
La stessa che ha formato gli spermatozoi
Qua si brucia legname come un tempo
Qua si brucia legname come il tempo
Noi lo sappiamo che per cercare calore
anche una mano fredda va bene
Se posta con la giusta grazia
A guardia di qualcosa
Che non ha difese
Se non gli occhi
Per guardare oltre
Ci sai fare
prato sfiorito
Maggio spreme il temporale
Come un mozzo di bordo
Fa con i cenci
Talvolta – il nibbio – squarcia qualcosa
Una poiana che raspa la roccia
A strapiombo sul cielo
nasconde un passato feroce
Le strade lontane dalle stazioni
Hanno il passo del mulo – qui –
Sui fianchi la primavera
Comunque sputa i colori nel fango
L’altro giorno ho incontrato per sentieri
Un vecchio tenore bastone_trasportato
-In cerca di funghi o di asparagi
…di un altro soffio di vita
Ma io non dissi che un cenno
Un pudore di terra
ci riduce alla pietra…
Si cammina sul mondo
per essere mondo
Non per godere dei fiori –
Per essere un fiore:
e tra i fiori
sfiorire.
