hai carta
un foglio e sex parole
spestiche slisegni menafrito
che vogliono dire:
analgespie e tiri di rupi picche
a sfrizzo sul palamo assaj verde
perciò dico. sei ricco
e popò rinco, Enrico Taro:
fumepprista giannonese.
che nel mentre del diterbio
slacci d’olio la canzone
Fremiti d’impanto- slanguidi!
Hai segni turgidi sbrinati
ricco come un freppile d’orata
trace entro spallilo framato, allisatta.
Ma che non sas. non sas. che non sas!
7 APRILE. QUASI MILLECCINQUE.
Penso al mio compleanno
Quello dei 33
Ch’ era un numero a due labbra
E di terra che tremava.
Immota manent. Porto scritto nello sguardo.
Sono passati dieci anni fra tre giorni
e ora
dico:
Vecchia scarpa. Tappo di bottiglia e suoni.
Hai lo stesso cuore sporco
dei tre anni. Lo stesso disonesto.
Tu pisciavi nelle scarpe della bidella.
Tentasti la fuga dall’asilo
Sfondando a calci la vecchia recinzione.
Spiavi con destrezza sotto le gonnelle e poi ti innamoravi come pera cotta di ogni tiramento.
Bambine, che miracolo. Pensavi incuriosito. Adesso lo sai che
la vita è donna
Pensi. alle tue cose come a delle cose
E che quello che ora è tuo non ha alcun significato.
E che la vita è solo una scoperta
E che sei un uomo Fortunato
Senza averne alcuna colpa
O viceversa o stai mentendo o altre cose.
Però sai anche che non capirai forse
molto più di quello che non sai.
E.
Ogni giorno pianti un chiodo nella pelle.
E poi ci passi sopra una carezza
E poi sbraiti e poi ti contraddici
E minacci una invasione. urli calci al vento
Ma poi ti fai accogliente
perché adesso ti sai arrendere e poi
In dieci anni hai scritto qualche cosa
Hai stretto molte mani
Hai cantato molte volte
E adesso hai tanti spilli
Allegri, che vagano nel cuore
Come morti certi
di non poter morire.
RaTiosveglia
Stamattina una nota
Forse un mi minore 7
Forse uno spillo
Il ricordo di un albero
un precispizio
Forse ero io
Certo che ero io
La luce che ha
Strizzato gli occhi
Dalla porta finestra
In mezzo alla neve
Come uno scherzo
Ma con piú malinconia
E poi quelle voci
Dalle altre dimensioni
Che dicevano:
“Frastelligum ancora tavolasti
Inezie spenti sliffera farcese
Spetti loculi apresti
Andia liberfica temperti!”
Che poi vorrebbe dire:
Alzati coglione alla finestra
Smetti di scrivere stonzate
Il sole è alto e ‘nevica la frasca’
È scaduto anche l’abbonamento
a questo podcast del 7 Dopo Vega!
Aprile
Aprile:
Tutti i gerundi stanno per fiorire.
La pioggia sfrizza sui gradini
E il sole scherza coi calzini
Nel mentre tu sferragli come un mulo
Ché dall’ imbrunire vuoi salvarti il culo
A questo e ad altri interrogativi non risponderemo mai.
Oggi correvo con il sole negli occhi
E tutti gli amori sono venuti a bussare
Ho pianto per la mancanza di parole
Per la mancanza di persone e di buone idee
Mi sono fermato sul finire della strada
E mi sono voltato indietro con aria rintronata
C’era un cane fulvo di paura
Che si fingeva indifferente
Come fosse già un pezzo di futuro
(Certo che lo era)
e gli ho sorriso come un fratello maggiore
ma non mi ha detto niente.
Neanche un “buonasera” o un “cosa bevi?”
Niente. Solo sana, circostanziale, indifferenza. Poi la strada è rifiorita e le scarpe di carbonio hanno fatto un buon lavoro
Il peso della luce ha inchiodato lo sguardo
Sopra lo sterrato. E le pietre bianche hanno brillato per un tot come sodio metallico
esploso dentro le pozzanghere
Dove siete amori miei? E perché tutti dentro il petto? A questi e ad altri interrogativi,
Non risponderemo mai. Perché dovremmo mai
Spostare le asticelle dentro l’esistenza
Di questa apparenza ferma come un lago?
Necrologio
il torrente indisturbato
abbraccia la terra divelta con
occhi di curve strette e frappose
la primavera tanto cantata
si è spenta nei soliti odori
rose frattali passite con vecchio
una codifica scende dal cielo
come un graticcio di fango e
polveri di punti e asterischi
polveri di pixel e di merda
polveri di polveri morte
il pensiero è fresco
come una puntarella salata
scrocchiano tra i denti le ossa
fioriscono di ratei bollette e
dentro il portone caduto
fa primavera il piccione-
Da dove venivEno?
Camminano i nervi scoperti
Camminano. Cammminano
Come garzoni con i vassoi
Che sudano caffè molto ristretti
Strade come rampe di lancio
Come tubi e siluri – come a dire
Cose dense di significanti
Ma senza parlare o muoversi o alludere a.
Come cose posate in un angolo
Come un angolo posato in un angolo
Come posate dimenticate in Angòla
Come lingue di cenere e asterischi
Che si capiscono solo tra loro
E forse si incazzano. Forse si amano
Forse digeriscono il mattino
Come una foglia verde e lucente
Resta un’ idea. Quqlcosa è nascosto
Il molto è taciuto. Tutto è scuro e luminoso
E ha gambe di lettere mai viste.
Terribilmente attraenti come
Una morte supermassiccia come la metafora della fica e della vita e della caducità interrotta
ma comunque a prescindere dagli occhi
Piú o meno colorati. C’è qualcosa
Che preme sui piedi come un fermento
Che frizza nell’aria. Che significa poco
Ma fa scrivere cose, incontrare persone
Che non si conosceranno mai e forse
Inesistono e pure si incontrano
Come due mosche che si lavano il viso
Dallo sporco del tempo e poi vanno
Dove erano sempre state c
Ma con piú stile o amore o consistenza
Ma senza esistere. E. Questo è un mistero.
E. Pergiunta carino.
Ma che vuoi?
Qualcosa sulla guerra
e sul pane e sugli uomini
e sulle candele e su tutto ciò che
per fortuna ancora non conosci
come un passo dentro un lavandino pieno di mestizia
scrivi come un ricordo di feriti in Africa
Albania Grecia di piroscafi affondati
come i nonni che bevono flussi di incoscienza
o I prozii morti o dispersi
o famiglie divise da oceani
o come certi scritti di pelle lasca
di Malaparte di cose che si arrangiano
di cose che sono persone
che hanno tutte le stesse facce
gli stessi fratelli o madri o ciabatte
gli stessi pensieri o occhi o fette di culocambiali
scrivi di quello che non sai – mi dico
ma senza scrivere veramente
o alludere a…
scrivi come per sentire il suono
o l’odore
delle dita profumare
di igienizzante
di tastiera sterile. Calda. Comoda retroilluminata
frontespizio tecnologique. Scrivi della vergogna
che conosci bene
del peccato originale
del fatto che sei – chissà che voglio dire- qui per caso
comodo come un pompino seduto
sulla poltrona del tempo
mentre il resto è sconosciuto
come una colpa acuta. Come una ignoranza
scrivi di niente scrivi di dolori simulati
della noia dell’inazione del giubbotto di piume calde
della donna che ti guardava poco fa come fossi una mela matura
della strada senza buchi dei sedili di pelle
delle bollette pagate e dell’incertezza del lavoro
scrivi di ciò che non conosci
che poi significa scrivi di qualsiasi cosa
ma senza retorica o buoni sentimenti o sentimenti
scrivi come una cazzo di raffica di vento o di piombo
che parte senza un vero motivo valido
scrivi – ma nemmeno di lacrime e di empatia
scrivi che sei morto da una vita
scrivi che il sapore della polvere da sparo
a dieci anni la ricordi come uno scugnizzo settepuntozero
come un brigante con gli scarponcini nuovi e le palle in goretex
scrivi per ingannare il tempo e te stesso
come se avesse un senso farlo
o vivere o impegnarsi per o una sega
o per una morte a credito o la vita in cash
o qualche altra cosa che ti passa per le mani o la testa
o per i colori per Celine per Qualche altro cane sciolto
o per le montagne o per qualcosa che non sai ancora descrivere
con le parole e senza le parole e senza lingua fra i denti
senza schiocchi di dita
scrivi perché le dita vanno veloci come un ditalino
come uno scoiattolo da competizione
su questa cosa scivolosa che si chiama sera
la prima sera della vita la prima volta che
è venerdì quattrofebbraioduemilaventidue
e che non vuol dire niente. Davvero dico. Niente
come una bagliore prima del prossimo
che forse arriva o forse no
di questo niente che si fa spazio in altro niente
che smuove le dita come una fica
e le vecchia storia della pariglia di buoi
l’ho già detto? Forse sì, ma che voi?
Io non lo so.
Che ne so….
La poesia è la vita
Quando non sei distratto
Da facezie inezie sterlizie
Quando il sole non è
E sei tu. Il Sole
A non conoscere alcunché
E non ne sei turbato
Ossessionato spaventato e
Anche la morte regala il sorriso
Et ciò che chiami corpo
Vibra e si scuote
come filo di tungsteno
In un prato di voci
La poesia che poi è l’amore
Che poi che ne so…
. È quando non ci siamo noi .
Come diceva Victor Cavallo
Seduto sui gradi della Garbatella
Come siede una carezza
Sopra i chiodi
E poi il resto di quello che diciamo tempo
È tutto un rincorrersi col pensiero
Con le ossessioni
Per mettere a fuoco le poche cose
Che nella vita contano
Che vale la pena di
Che non sapremo mai
Fino a quando ci saremo
Come corpi e verbi difettivi
E tiramenti tesi di sensi
Con piú o meno colpe e
In culo anche alle avanguardie.
Le cosiddette cose
è bello vedersi passare
attraversare la vita
come un container arrugginito
salutare gli amici gli amori
i cani i gatti i triangoli scaleni
e attraversare le cosiddette cose
come una luce
come un rutto o un piroscafo e
dire ciao alle pareti e ai soprammobili
agli anziani che ancora lavorano i campi
alle mani nodose che non hai mai avuto
ed è bello entrare nelle vite degli altri
ma anche dei cani e dei gatti – come sopra .
finché qualcosa non tolga il mattone
su cui si reggono i discorsi – i rutti –
le luci – i baci . i pensieri e i triangoli
e allora riattraversi l’ iperspazio vettoriale
alla rovescia – come punti non più affini
di sghimbescio – tagliare il superfluo –
e credi perfino di cambiare dimensioni ad ogni sussulto
quello dici indietro ti guarda con aria indifferente
e quelle che chiami spalle si divertono a tua insaputa
ma non importa. ci sono i cosiddetti giorni
e i cosiddetti fatti. e un certo affollamento dentro la tua testa
da poter fare un festival, un movimento. Perché no, un partito
con cui aggredire lo status quo dell’esistenza con colpi immaginari…
e proclamare la liberazione di questa o quella punta di violino-
Per fare cosa? Questo non lo so. Ma si può dividere ogni cosa e renderla
infinitamente piccola senza mai finire. non è una cosa bella?
TU NON SEI BILL EVANS
Tu non sei Bill Evans
che sa accarezzare le nuvole
come fosse un deltaplano
certo, tu sai rompere le porte
o fissarle fino a quando non si aprono
perché poi si aprono…
( e se pure non si aprono ce ne inventiamo un’altra)
e tu non sei Troisi
che sa parlare senza dire
tu, hai bisogno dell’interprete
e che sia anche perspicace!
ma d’altra parte tu sei nato fortunato
puoi ascoltare Evans e godere di Troisi
o Jarret e la Nina o qualsiasi meraviglia
e tu sai pensare a molte cose inesistenti
tipo un frebito che è un debito contratto durante l’influenza
oppure a un lapisrazzolo: preziosa matita errante dei bei tempi andati.
sai perderti in iperboli e irrompere grottesco
e senti l’odore della morte
anche nella corteccia degli alberi
e sai gioirne come fosse una rinascita
e poi sai ridere per cose senza senso
e sai anche di non avere molto senso
ma questa cosa non ti abbatte
ci sai ridere di questa nullità
e sai provare quella solitudine estrema
che è molto vicina a chissà che cosa
che però lo senti che è qualcosa
o almeno ci sai ricamare sopra come tua nonna faceva coi vestiti
o forse è solo l’illusione di.
ma tu, aspelgido slagato,
sai di essere soprattutto un uomo fortunato
eche sei ancora vivo e sai ascoltare anche la musica
qualsiasi cosa questo voglia significare.
quanto spazio hai dentro quel monolocale?
a me sembra un una fisarmonica
che stona e perde fiato
ma chi lo sa poi davvero
che cosa voglio dire…
Di certo è che tu non sei Bill Evans
Così e basta.
Scrivi che la sera è scesa
senza che te accorgessi
e che tutto parte ed è parte
e che le cose infiammano il respiro
e le luci all’orizzonte
paiono navi che
galleggiano tutta la notte
scrivi senza pensare
batti sui tasti con coraggio
non dire la verità
non dire niente
vedrai che capiranno
come chi? loro, no?
cosa? e che te ne fotte!
capiranno qualcosa di sé
o forse inventeranno. è lo stesso-
smuoveremo le acque in ogni caso
e l’intestino anche. potrebbe.
perché? Questo non lo so.
forse perché è così e basta.
come quando vuoi fare l’amore con lei
capisci? non serve un motivo.
almeno non solo uno.
è così è basta.
