Nient’altro che pietre
e sangue
e la vita passa
come l’ombra
da una feritoia all’altra
da un fremito all’altro
come una guerra muta
storta
solitaria, y fatal.
Nient’altro che pietre
e sangue
e la vita passa
come l’ombra
da una feritoia all’altra
da un fremito all’altro
come una guerra muta
storta
solitaria, y fatal.
cosa lacisciamo se non
una scia di abbracci dopo le meschinerie?
se non amore dopo i tradimenti – di chi? cosa?
se non la qualcosa nonostante le dipartite del buonsenso.
io mi vanto solo di volervi bene. nonostante tutto.
tutto è la vita che non so capire.
Ma non importa. non trovi?
finché parole che non sono parole
ma stersici, liberi e recite
e fiumi di piombo e Giuliette
e spiriti che vivono senza chiedere
o domandare alcuncosa… dice:
La fine di un anno non vuol dire che struttura.
testuggine di sentimenti a protezione del capitale.
Perché allora non morire come un piccione
sul suolo dell’egocentrismo? Non lo so.
a che pro? scrivere per farsi dimenticare?
lascio i treni della vita e gli indimenticabili
per esistere toro coi i dimenticati.
madri che non sanno più dei figli –
ci ammucchiamo come polvere ai lati delle strade
dove imbecilli in parata credono di esistere
come entità tronfie di materia tra parole incomprensibili.
e poi il vento che fa stringere gli occhi
e poi il sole fa brillare i metalli
Come Anna avanti alla prigione
a noi non serve la poesia. ma la vita – forse –
e un’idea di Modigliani.
Sei del mattino.
Dicembre è solo
una parola. Come
Feldspato. Sei
Quello che sei
Non il risveglio
Non l’abilità.
Prima di ritagliare
Del tempo
C’è il taglio.
Si fotta lo stile
Delle prime luci
Noi eravamo qui
Prima del bigbang
A cantare
la nostra assenza.
Tra i vicoli di Napoli
La calce rovinaspra
Scortica la pomice
Con il graffio rugginespolo
Di unghie spezzavoce
Frutti cadono dal cielo
Come per errore
Come pioggia su friarièlli
negli occhi un pianefforte
Nella voce altre due voci
Con mani sporche stereofatte
di luoghi assai comuni
È ancora tempo di sterlizie
È sempre tempo di profumi.
Domenica.
Campane suonano a festa
Per motivi ancora sconosciuti
Stamattina il vento che stanotte
È stato tempesta, ha spazzato le nuvole
E ha portato un odore di deserto.
C’è aria di resa sui prati –
Mentre dalle montagne
Lo scoppio delle polveri da sparo:
Uno due tre quattro cincque sei colpi
Ritmati come uno spartito
E poi i cinghiali che fiutano la morte
E corrono come i lupi di Vysotskij
Ma più spacciati e con meno romanticismo
Cadono da ultimi. Come fratelli
Come dolcetti di zucchero e cioccolato
Occhi di marasca sotto spirito
Si accasciano agonizzanti
Al profumo della polvere da sparo
All’allegria delle campane
All’orrore dell’esistenza che è così dolce
E tragica e finita e contata per difetto
E approssimata
-così come noi desideriamo
La serenità la immagino
Così come la effettuo
Al mattino dopo sveglio
Leggendo ad alta voce
Per esempio: dieci poesie di Brodskij
Sulla tazza del cesso.
Fuori dalle urgenze della vita
Esiste un tempo, Mattone su pensiero su mattone, in cui esiste solo una voce
Fatta di carne. Certo.
Un tempo Fuori dal tuo tempo.
Dove nelle cellule, e nell’infinitamente piccolo
Le distanze sono incommensurabili
E dove la velocità ha il sapore del fuoco
E della spiga che si slancia verso il grido
Dove tutto è cominciato senza fretta.
Mantieni la calma
dice. respira.
lascia cadere le polveri
e che i tempi tempano.
non toccare l’involucro
né il nucleo. abdica.
dimettiti. licenziati
leggi queste parole quindici volte
e adesso fa’ una giravolta.
bene. falla un’altra volta.
lascia perdere i desideri
e tutte quelle robe là-
guarda il muro di quella casa vecchia
osserva il gatto come sa ignorare i passanti
impara dai morti- non quando erano vivi-
proprio da morti. dico. il silenzio.
il vuoto. l’assenza. l’inutile.
come quella volta che te ne andasti senza salutare
e nessuno mai venne a cercarti. rifallo.
fallo un’altra volta… dai,
fa’ una giravolta…
cominciavo a leggere poesie
Pasternak Brodskij
datteri e kebab
e una luce rifugio
di ultimo pomeriggio:
– siaccomodi: detto fatto.
Novembre. undici undici.
piedi nudi al sole
sul camminatoio
appunto nomi sulla lingua e
sbattezzo gli occhi sopra il tetto:
lingua che batte dove cuore muore
da te rinascono parole sempre nuove –
e se oggi sommo poeta e giorno e mese
mi ricavo l’anno e parlo solo nel maggese.
La febbre fa pari col sole
La testa è pesante come una vocale
Che ci fai sepolto nel piumone?
Fuori la terra pulsa come una carotide
Qualcuno sistema una buca
Con poca maestria. Reggerà due o tre piogge.
Alle prime gelate, l’acqua gonfierà il petto
E farà polvere del cemento e di ogni poesia
Scritta per placare la noia.
Ieri trstimoni di geova cercavano contatti
Con parole prefritte. Molta tenerezza. Ma
Io Poca voglia di fare discorsi.
Cercare dio solo per dire addio
Mi pare uno spreco di neuroni:
Meglio una sega, una poesia sulla chimica organica, come quando non ti dissi
ch’eravamo due stereoisomeri e tu non capisti
Perché io non parlavo
E tu già non c’eri
Eppure mi convinsi che il non accaduto
Il non detto, il non pensato
Fosse più reale di ciò che diciamo vissuto.
Certo la quantistica potrebbe venirci incontro
Con una miriade di incertezze
Buone a farmi cantare:
Abbracciami. Accarezzami
Mentre ti abbraccio
mentre ti accarezzo
Mentre la febbre mi coglie come una benedizione
Ed io sul letto divento argomento d’indiscussione
Mentre leggo un vecchio libro sul carbonio
E i gatti da sotto al balcone
mi parlano di shrödingher
E della vita e della morte e di tutto ciò che non conosco ma con fare domestico, saggio, quasi familiare. Eppure le parole si fanno carnali
Con ul loro odore ben definito: Accarezzameeeehhh. Abbracciami.
Cantiamola nostra indeterminatezza al mattino
Soli io, te e qualche pugno di infinito.
Nessuna parola metafora nel mentre che
Un cestino di un bagno in affitto
Con una busta rosa
Ti fissa bocca chiusa.
L’asciugacapelli per terra
E nessun segno di battaglia
Sopra il letto rifatto.
Soltanto cose appoggiate
Come parole lasciate nei campi
A dar fastidio agli aratri
A benedire la terra
Come cadute dal cielo.
E invece no…
È la mano dell’uomo
Che stamberga emozioni.
Bussa la signora delle pulizie
Con la sua santa
rivoluzione utilitaristica.
Sradica il sogno dal letto
apre una crepa nel giorno
Da cui la bella proprietaria
Forse per pigrizia mi dà
il suo bagnoschiuma
Con le felci rosa Mentre
In giardino la nebbia
Lascia il posto alla luce
Che pare gelare il prato
Con una scorreggia.
Un forte odore di melograno
Si mischia col sonno mancato
E con la gente che arriva
E con quella che parte.
Mattino di pioggia
Inesprimibile nulla
Quaglia spaziale
Tra casse d’acqua all’addiaccio
Esplosa la stella
Il rinculo del tempo
Ha sterminato sorrisi
Hai lasciato l’allegria
sotto al tappeto
Prima di uscire
Hai detto
Prima di entrare
Hai ripetuto
Prima di prima.
Hai sorriso
Discorsi rubati alla noia
Chiusi nel qualcosa
Per qualcosa che non è cosa
La fantasia sgambetta la pioggia
E questa cade come ridendo
Anche se è triste talvolta
Come il teatro quando diventa…
Chiara mi ha chiamato dopo tanto tempo
Chiara è un nome di fantasia
Come tutto il resto. Come i due euro e 47
Spesi al Conad per comprare due sterlizie fondenti usate ma tenute bene.
Poi il signore con la ritmo azzurra
Mi ha fatto La domanda:
Sai chi ti cercava proprio due minuti fa?
Chi? – ho risposto… Incuriosito.
-Il Cazzo!
E giù forte di risate!
A cosa servono i signori con le ritmo azzurre
Ti starai chiedendo… A far poesia.
A fare della vita questa inutile bellissima poesia…
E a ricordare, una anonima mattina nel parcheggio di un supermercato.
Scanno rosso sgangherato
Dormi nel cesso all’ultimo piano
Seme di albero semprerosso
Acero acerbo e smagliatura del tempo:
Cosa piangi per un amore andato?
Se dici amore, è donato. Allegro!
Tenerezza infinita della solitudine
Triste è chi domanda carezze
Ma triste anagramma stirte
E non significa niente.
Almeno a parole.
Tenta d’esserti d’esempio
Nessuno mai merita davvero.
La meritocrazia è la vigliaccheria
Del nostro tempo.
Accarezza chi non sa accarezzare
Sii la baia che vorresti incontrare
Quando fuori è burrasca
Anche quando tu sei l’uragano
E l’albero maestro E il filo d’erba.
Impara se puoi a non chiedere altro.
(Grazie al cazzo, dici, ci volevi tu a…)
Spingi chi vuole partire
E accogli chi vuole tornare.
Sarai un disastro ancora molte volte
Non c’è sconfitta nel cuore di chi è scemo
E tu modestamente…
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
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