la polvere è
diventata neve
dal cielo
come la manna
come le bombe
come una bestemmia
sulle bocche spaventate
hanno tremato i denti dei bambini
come colibrì infreddoliti
come le mura di un recinto stanco
come le foglie di una pianta
rossa e carnosa
il nastro mutilato stride
al vento delle transenne
la neve spegne ogni rimbombo
solo i pensieri rimbalzano tra le macerie
come spettri arsi vivi
le risate dei ragazzi resistono
hanno fatto una palla
al centro della piazza
di Sumatra di Amatrice di Kabul
di dove cazzo vi pare
resistete ragazzi
Quasimodo. Museo
Il palazzo è di un barocco onesto
Il cuore lo ha rapito al pian terreno
la sede della Società Operaia
Una tv a tubo un biliardo e un pianoforte
Adesso sedimentano in un salone
Assieme con i secoli di chiacchiere
Faldoni e registri testimoniano
Tra inchiostro e memoria
La scintilla socialista
Mi sarei aspettato processioni per le scale
Gente scalza coi chiodi negli occhi
Ex voto inchiodati alle pareti
Ed altre facili liturgiche ironie
E non questa solitudine
Questa assenza di calca
Un’impiegata gentile preme sul play
Si spengono le luci si accendono schermi
Si sente un rumore di fogli
E la voce di Quasimodo
Che legge con il tono di quel tempo
Di quando la parola resisteva alla predica
E si faceva muro o lapide o trincea
Una delle sue poesie
In un freddo palazzo dell’apparato
Tra uffici comunali e preziosi reperti
Resiste per sempre la scintilla dell’uomo
Il cuore sempre risponde alla voce
Ho ricevuto un’altra assoluzione
Non è suggestiva la voce del poeta
Ma l’umanità immortale del codice genetico
La poesia è una rappresentazione del cosmo
Il poeta commuove sempre perché sa
Che è tanto grande quanto trascurabile.
Salvatore è un uomo che
tenta di abbracciare l’universo
E ce la fa perché può
non perché ci crede.
Tra l’attimo prima e l’attimo dopo
la sensazione che preme sui monti
e sulle mani e quel peso sul petto e
l’ansia di dire qualcosa che ancora non ha forma
tutto è nell’aria da sempre – dicono le colline
eppur questo non basta – dice la voce
restare ad aspettare è impossibile:
tormento del passato che si tuffa nel presente
e annuncia un futuro ancora senza forma:
in questa incomunicabilità animalesca
hanno senso soltanto i fiori – dice l’umano –
e le cose che non dicono
e le espressioni che portiamo sul viso che
cambiano con il vento e con i passi
i pensieri si fanno più densi e più leggeri
e qualcuno troverebbe la cosa inspiegabile –
questa solitudine assoluta-puntuale-ultraterrena
è lo slancio verso gli altri che a loro volta…
l’attimo in cui stacco dal trampolino
dei dieci miliardi di metri
il salto quantico del corpo e del pensiero
in quel silenzio di sala operatoria
nell’attesa che non conosce attese
nel vuoto del gioco di prestigio
nel cuore in gola del cosmo
crescono i semi della vita
che spargeremo inconsapevolmente
per le strade di asfalto e pietriccio
sui cui si conumano le ginocchia
in fila per quattro e col resto di due
Con metodo scientifico
Alcuni si lamentano ultimamente
di letture poco divertenti
Durante i miei reading.
Il vecchio diceva che: la gente ride
Quando incontra un poeta…
Non che io sia un poeta ma:
Oggi mi sento buono
E vi voglio accontentare.
Potrei scrivere scenette divertenti
E Ceare paradossi ridicoli
Attingendo alla parte grottesca
Della mia breve esistenza
Che ne è pregna al di là
Di ogni ragionevole dubbio
Potrei raccontare del cinque di gennaio 2017
Quando sbronzo al mio paese
Dopo aver rovesciato un vodka tonic
Al bancone del Pub del cinese
Con aria di spavalda sufficienza
Mi appoggiavo al bancone di spalle
Sulle punte dei gomiti
In un incrocio tra Alain Delon e Mel Brooks
(Ma più mel brooks)
Mentre la donna con la quale me la intendo
Era andata via con i suoi amici
E tutte le donne con le quali
me la sono metaforicamente intesa
cantavano molto male
A quattro passi dal mio naso
canzoni d’amore
contro uno schermo luminoso
Ed io ignorando le regole della statica
E i consigli di Guglielmo Tell
(Che diceva che la precisione del tiro dipende dalla stabilità del piede)
ho appoggiato il mio peso
Al di fuori della base di appoggio
La verticale passante per il mio baricentro
É caduta ancora una volta al di là o al di qua
Delle regole stabilite
Scivolando così rovinosamente con la
Testa-spalla sul poggiapiedi in ferro
Del bancone
che manco il Don Lurio dei tempi migliori.
Testa spalla baby testa spalla baby one two …
Una volta a terra abbiamo cominciato a ridere come se fosse riscoccata la mezzanotte del secolo xxxv
E ho cominciato urlare di non toccarmi
Ché stavo cercando le risposte
che non si trovano all’altezza delle parole
Ma a quella del culo e di certi apparati…
Ché il corpo ha il suo linguaggio
Ed io volevo capire…
Ch’ero lontano megaparsec
Da un briciolo di verità.
E non avevo manco una cazzo di luce
Datemi una cazzo di torcia
Come il buon Diogene…
Lasciatemi essere cinico
Lasciate che prenda la residenza
A Cinecittà! Ho urlato o ho creduto di urlare.
Poi mi sono rialzato
E abbiamo continuato a cantare male
Allegramente
Canzoni d’amore tristi
Contro uno schermo luminoso…
É tutto vero…
Adesso potete cominciare a ridere.
Grazie.
chi scrive cose sa ascoltare
Chi scrive cose sa
che deve essere orgoglioso soltanto
Di ciò che non ha scritto
Chi scrive cose sa
Che Il colpo di scena è inutile come il giudizio
E Che le aspettative sono fatte per essere
tradite
E Che il linguaggio è come il vento:
sposta le cose ma non i colori
Chi scrive cose sa
Che l’unica cosa necessaria è
la lettura del mondo e del metamondo
E che scrivere è soltanto un debole tentativo
Di sopravvivenza
Chi scrive cose sa
Che la parola di chi sa parlare
apre sempre una crepa
Nella tenebra di chi sa ascoltare.
Chi scrive cose sa ascoltare.
Si meravigliano anche le pietre
A cosa servono le parole se non creano legami?
A niente,
meglio le pugnette, dice la voce
Meglio le seghe!
I maestri, i santi, i martiri del linguaggio
Creano braccia di inchiostro
Dicono ne che il nulla è tutto
E viceversa
E accendono fuochi
E stringono abbracci e
Con un filo divoce legano
L’unverso come un palloncino
Al polso di un bambino e
Anche le pietre si meravigliano
Mentre il cane si arrende al freddo
Sul marciapiede
A rincorrere le auto
e ad abbaiare un amore
Costruire
Costruire una strada o
Un pupazzo di neve
Come due pazzi
Che non sanno parlare
Braccia a braccia
Bocca a bocca
Abisso contro abisso
Sentimento per sentimento
Un attrito e una luce
Una spinta e un abbraccio
Un silenzio e due grida
Un cervo si scrolla
di dosso il passato
sul crinale del tempo
La neve che non sa raccontare
Le esplosioni del giorno
È un invito alla calma…
Senza fretta il rumore
È diventato universo
A cosa serve la poesia
A cosa serve la poesia
se non ad essere sinceri?
ho detto che il sangue è rosso
e la merda marrone
Che lei era bellissima
e che avevamo paura
Che le colline non hanno sentimenti
Ma albe e tramonti
E che i campi non hanno freddo la notte
Ma pietre bianche e taglienti
Come stelle morte
E che io cammino come un fantasma innamorato
Su questo mondo di pietra
Dura e fredda come una lapide
Oppure calda e viscosa come lava
Di certi occhi perduti
Di certi occhi
Invece io…
arrivo tardi
da tremila anni
In anticipo
solo agli appuntamenti
sarebbe meglio il contrario
Mi dico
Mentre le malattie
e le parole di disamore
Mi ricordano che tutto passa
O si trasforma
Ho provato a spiegarmi:
Siamo due pozzi
Le ho detto.
Hai il muso troppo duro
Ha risposto
Nel mentre che mi chiarivo le idee
Sono arrivato tardi
Qualcosa è andato perduto
Ho pensato
E non era il cane
Ero io
Distratto dall’ amore
Che sí era bellissimo
E non era il mio
Non era di nessuno…
Adesso il marciapiede
Mi pare madreperla
E ho paura a camminare
Senza più niente
Da dire
Lascio impronte scure
E non vanno più via
Con due dita di pioggia
Che invece è puntuale
Perché non fa domande
Cade perché lo sa fare
Invece io…
Fuori dal tempo
Si scrive sempre con ció che si era
Perciò ho bisogno di incontrarti
Se pure ho scritto che t’amo
Era un altro me che ti amava
Se ho usato parole feroci
Era un altro me ad essere feroce
Trscorso il tempo
l’amore è rimasto
E La rabbia è svanita
Non tutto è immortale
Al cospetto dei giorni
Poche cose conosco
Al di fuori dal tempo:
La digestione di certi stracotti
Dei giorni di festa
Una certa retorica sopra il bene comune
In periodo di elezioni
L’amore sincero che hai provato una volta:
Hai amato
E lo hai fatto per sempre.
Non è la solitudine
Non è la solitudine
Né la noia
È questa imitazione
Di una larga gioia
Che mi inchioda alla carta.
Questo impacchettare la gente
Per regalarla al destino
Che mi induce alla veglia
E a cantare di notte
La bellezza del nulla.
Ho mosso un braccio
Nel buio della stanza
Ha tremato il palazzo
E qualcosa si è mosso
nel petto.
I gatti lo sanno
Sogno il profilo di un lago
Una piccola panca
Tra i rami di ulivo
L’eternità è una questione
Di sguardi
le dico
Mentre i suoi occhi
Diventano le ultime feritoie
A difesa della notte
Il mattino è alle porte
La fiducia è un duello tra amanti
Tu hai perso
mi dice
Mentre facciamo l’amore
Si capovolge il destino
Fanno capriole
corsie d’ospedale
Cantano inni
i tergicristalli…
L’eternità scorre
Lungo i suoi fianchi
La morte sulla mia schiena
Scrive a penna
Una scadenza imminente
Lassù c’è Venere
Con un nuovo pippone
Di parole fitte e piccine
Fitte e piccine
L’amore si schianta
Contro un’autocisterna
E fa il rumore del fiume
Quando cade dall’alto
Sei bellissima
un filo di voce
Sei bellissima, ripeto
Ecco qualcosa di vero
È molto povera la mia vita
È molto povera la mia vita
Quando non ti ho tra le mani
La strada mi chiama alle mischie
al buio dei lampioni
E il mio cuore è come una terra
Che ha venduto l’aratro
Fuggiti i buoi
Morto il pastore
Da basso ho cantato il tuo nome
E presto è venuta la neve
La mia solitudine
ha radici profonde
resistono al gelo
Sono allegre mi dici
Te la caverai mi dici
Nessuno qui ha dubbi
Tranne il gatto di strada
Che conosce la vita
Dà fiducia alla sorte
Senza battere ciglio.
