Frammento del giorno

Quando.
La notte è durata poco, ma è stata accogliente e serena. Come quando un pomeriggio mi addormentai, d’estate, all’ombra dei faggi in riva al lago.
Come quando chiudi un buon contratto che ti farà mangiare per diversi anni.
Al risveglio avevo ancora tutte le cose più care: le voci della vita stipate nei libri, il mio naso tappato, modellato dai dai cazzotti e dai muri, e una certa tenerezza per il genere umano che si fa sempre feroce, quando.

quando ti diranno che non vali niente

quando ti diranno che non vali niente
e tu invece stai facendo il tuo meglio
stai dando il massimo
il massimo della sincerità
quando ti ritroverai da solo
a commentare le tue cose
che ormai non saranno più le tue cose
ma solamente le cose
e se queste, benedette
ti daranno una pacca sulla spalla
e ti offriranno conforto e calore
e ti strapperanno un sorriso nonostante tutto
come fossi uno sconosciuto qualsiasi
è allora che capirai di essere sulla strada giusta
l’unica percorribile, mai accomodante, mai facile
piena di pietre e di paure e di amore e di sconfitte e di rinascite
e che tutte le altre erano soltanto rigagnoli
miraggi tracciati nella polvere
dalla paura di non avere un nome

Bel tempo…

​Canto alla finestra

una canzone antica

Al ritmo delle lavandare

Al ritmo del blues

Prima che la musica diventasse blues

La mia gente già cantava canzoni tristi

Da prima che nascessero

i nonni dei nonni dei miei nonni

Adesso che abbiamo relegato la musica

ad un altoparlante polveroso

Molto lontano dagli occhi

& Agli scampoli di attenzione

Tra un nulla e l’altro da raggiungere velocemente

Le nostre anime hanno cominciato a marcire

Più velocemente

Col bene placido dei farmacisti e dei medici di famiglia.

E forse è per questo che la vicina mi fissa con quell’aria da zombie sorridente

e non reagisce al mio complice occhiolino :

Che poi vorrebbe significare:

Buongiorno, visto che meraviglioso tempo di merda anche per oggi?

Piove

Piove
e in questo fatto si stringono le cose
i muri del centro si fanno fitti e bassi
i palazzi dormitorio eretti a cazzo in periferia
tra una speculazione e un paternoster
adesso sono come denti senza smalto
tenuti insieme da fili di acciaio
e sentimenti sempreverdi
il cemento che si è armato da più di mezzo secolo
oggi ha le polveri bagnate
è la sopravvivenza!
pare dire questa pioggia
alle buste della spesa piene di parole
conformi alle regole stabilite dal dio della fretta
e dalle cose dimenticate al prontospesa
è la sopravvivenza!
mi ha detto quel signore che chiede l’elemosina
con una dignità da capitano d’industria inizio secolo
cappello da cowboy, armonica e chitarra
e coi piedi diabetici poco adatti ormai per una corsa in salita
ma abbastanza solidi da reggere una conversazione
sulle uniche cose che contano veramente nella vita di un uomo

“non è bellissima?”
cosa?
“quella donna bionda col bambino in braccio”
ma quale?
“là, dietro le biciclette”
sì, è bellissima!
“te l’avevo detto!”
(non c’era alcuna donna bionda col bambino in braccio,
ma forse ho visto male, ché come sempre, ero senza occhiali)

poi sono tornato a casa dimenticando di aprire l’ombrello e
il resto della storia è scritta nello scontrino della farmacia.

La Nona

ti alzi dalla sedia
apri la finestra
guardi fuori – respiri
e poi ritorni a scrivere
come se avessi davvero
capito qualche cosa
e quella voce che chiede
perché esisti? e venere?
e la fica? e l’amore?
è sempre alle spalle
e talvolta ti fa una treccia
o come nel mio caso
prima una extension
e poi l’intreccia
con tutto l’universo
mentre la mia vicina urla
di non essere una troia
qui in casa – si suona
la nona di Behetoven
là si scannano
a colpi di minchia
e di rancore
e sul tavolo sei arance
ancora nella plastica
una di fianco all’altra
come un bel ricordo
di quando a scuola
in fila per dure
andava tutto bene.

forse siamo destinati a fissarci a lungo

forse siamo destinati a fissarci a lungo
io e la luna e gli alberi e i cassonetti dell’immondizia avanti casa
che mi aspettano svegli e gelosi come plotoni di mogli a retrocarica
forse ho un cuore da poeta senza essere poeta
anche se i poeti non esistono
ed anche io vado scomparendo nella notte
come un bastimento zeppo di abbracci e di parole

Il giorno è un cane nero

​Nell’eco dei palazzi

Quando intorno è silenzio

C’è il significato della vita

Nelle musiche confuse

Col motore sulla strada

Nello scaldabagno che attacca

A ciucciare dal contatore

Come un cucciolo elettrico di elefante

Le voci accupate dalla tromba delle scale

Le urla del bambino intramezzate dall’abbaiare del cane

Sempre piccolo e sempre rabbioso

Nell’arrotolare faticoso delle tapparelle

Della vecchina al piano di sopra

Nello scatto Bolt delle lavatrici

Che picchiano contro il muro

Nei frullatori alle sei del mattino

Ci sono i pianti degli angeli

Della frutta fuori stagione

Nelle sedie trascinate

Senza feltrini

Nel rumore dei passi

Sempre sinceri

che raccontano tutto

Di una persona

O nei tacchi che sfidano

Il riposo delle cinque del mattino

Qui risiede il mistero della vita

E a seconda che il giorno sia

Buono o cattivo

Il mistero è un abbraccio

Oppure un attentato oscuro

Ai cuori portapacchi dei corrieri

Il giorno è un cane nero

alla catena

E svela il suo carattere

Solo a chi ha il coraggio

Di fargli una carezza.

Che c’hai? ( a Victor Cavallo )

Che c’hai? ( a Victor Cavallo )

dice: che c’hai stasera sei triste?
sei cupo
eh sì e pure vestito di lino e ho un CX da formula uno
non indifferente
un cupolino
faccio cupolino dal monte
spunto come la luna di un parruchhiere
che faccio lascio ? spunto?
so tre centimetri, lascia lascia.
dice: aperitiviamo?
dico un americano
dice uno spritz
dice: oh! stasera non parli? che c’hai?
sei ombroso.
dico che essere ombroso
alla luce dei lampioni
è meno faticoso che esse ombroso al sole
o aprire un museo con becere intuizioni ombrosiane
o magari guidare un coro ombrosiano
immagina che nenie…
dice: vedi però come sei?
non si può mai fare un discorso serio ché subito la butti in caciara!
dico: che ci vorrebbe una caciara sopra na bella amatricianara
ché terremoti a parte è davvero una squisitezza
dico che ho letto il libro di Victor Cavallo
e mo so triste, come quando ti appare in sogno un parente morto
che poi somigliava a mio zio ma solo nel viso e nella caduta
e mo mi sento come se mi avessero portato via un parente capito
so’ triste. Mi manca Victor, so dispiaciuto
che gli americani finiscono e che gli spritz si annacquano
come i giorni, capisci? so triste
che i giorni passino e noi che pure siamo ogni cosa
ci perdiamo sia noi che ogni cosa
dice: Vabbè stasera non ti capisco
dico: vabbè c’hai ragione è che so triste e so cupolino
ho letto il libro di Victor Cavallo e avrei potuto farlo assai tempo prima
e invece no
capì?

Lode alla sala da bagno E alle librerie

Lode alla sala da bagno
E alle librerie

Condividono l’intimità della lettura
Nessuno pensa che sei strano
Quando resti immobile
a fissare una copertina
Per una decina di minuti
Nessuno ti disturba
Sanno che hai la mente
E il corpo impegnati
Che sei in uno stato contemplativo
Che ti prendi cura della tua persona
E le voci se arrivano
Passano attraverso i laghi
Della contemplazione
Arrivano con gentilezza:
Scusa il disturbo
fai con comodo
Volevo soltanto dirti che
Scusa ancora il disturbo
Ritornano soltanto
se chiudi un libro
Se tiri uno sciacquone
Se apri un rubinetto
O riprendi a camminare
Sogno un pianeta disseminato
Di cessi e di librerie
Immaginate il primo appuntamento
In un bagno:
Cara, tu siedi pure sulla tazza
Io mi accomodo sul bidet, tranquilla.
Ah! La cavalleria da gabinetto!
E lei, sorriso largo, pensa:
fiuuu menomale! È pratico del bidet.
E sniiff! una nuvola di chilly mentolato
Riempie i polmoni
e fa lacrimare gli occhi
come cipolla fresca.
Così dovrebbe essere un primo appuntamento:
Intimo_garbato-vero_fisiologico
Magari poi per le prime palpatine
Andiamo in libreria…
Ti va?

Domenica pomeriggio.

 

vorrei un caffè corto
ma col profumo lungo un film di Kusurica
ché mi scoccio di prepararlo
e se solo questo raggio di sole
fosse meno accomodante
e questa poltrona più scomoda
oppure se soltanto avessi la forza
di scostare la tenda
e di vedere quel muro
di cemento grigio e peccaminoso
che so che esiste ma che non vedo
e quindi potrebbe esserci
una qualsiasi spiaggia tropicale
al di là del vetro
uscirei da questo stato
di inebetita meraviglia
e rifugerei nella moka
scavando una trincea
nel barattolo del caffè
armato di buona volontà
ma si sta così bene
occhi chiusi in poltrona
come un gatto-pelocaldo-luce sugli occhi
e questa voglia surreale
di imitare il sole e di:
bruciare e lasciare che il resto giri
intorno a questa atavica voglia
di non fare un cazzo.

Vai

Stranezze. stramazzi. starnazzi.
Dare fuoco alle parole
seguire il flusso il fiuto il frutto
triplicare i sensi – dargli ogni significato
vedere la parola in senso epistolare
impacchettare le vocali
e spedirle
e poi via con le consonanti
al di là del tempo
e poi andarle a ritirare
con una ricevuta scritta in nostalgese
e poi ritirarsi per le strade
col bottino in pugno
come una marea
che ha riportato un corpo
di te stesso estinto
sulla riva verso casa
vai sempre verso casa
con un amore da raccontare
sempre lo stesso
ad un amico che sa già tutto
o a una pagina che ha già tutto il necessario
per passare un qualsiasi inverno
compresi i nomi scorticati in calce
del secolo prima o dopo
poi devi scorgere nel rumore generato
una certa pace
una certa carezza
che sia la sera o il mattino
o il gradino freddo di una chiesa
una lapide o una poltrona
poco importa:
scorgi quel filo che non osiamo dire
che lega le nostre paure alla grazia
come un’intuizione che non puoi raccontare
vale il tempo di un sorriso, lo so
il passaggio del check point:
sii vivo, ti dicono:
ricomincia la solita tempesta.
E tu vai.

911

 

A vent’ anni ero un ragazzo cretino
Incarnavo il dolore dell’amore
L’esercito mi reclamava
Tra ospedali e notti bravissime
Lucidità pauca
Raccolsi le mie cose e partii
Senza riuscire mai ad andare
Nel viaggio
Due fratelli mi insegnarondo
A farmi beffe della carne
Federico e Fernando
Garcia Lorca e Pessoa
Da quei giorni
Persino la morte
Mi è familiare già dal mattino
Come l’odore del caffè
Ho creato persino la mia polizia poetica personale:
Le “effe effe”
A cui faccio quotidianamente una chiamata
Quando le cose girano male.

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