I posti

I posti sono posti

E io amo la gente

Che abita i posti e

Non amo i confini

Che chiudono i posti

In piccoli posti

I posti sono posti che

Senza gente sarebbero

Ancora dei posti ma

con più nostalgia

io sto bene ovunque

ma non amo i posti

Ché amo la gente

Che abita i posti

la nostalgia ha dei posti

Dove c’è stata gente

In fila per due

Per entrare in un posto

Che aveva confini

Senza ritorno

Poesia del mio compleanno o di oggi, che poi fa lo stesso.

gli anni passano come guardate distratte
tipo: Hai visto la macchinina di ieri?
e passano trent’anni!
e quella vernice rossa la ritrovi sulle labbra della sconosciuta
o sulle unghie di una mano amica
nooo non alludevo a Federica
o di un’amante di una notte o di una vita
così succedono le cose
stopicciando il tempo come occhi assonnati
fino a friggere il passato in una bolla di tempura
siamo vivi oggi qui adesso
come dici? gli anni? La felicità? Le nuvole?
sono cose sopravvalutate.
Ma comunque resto umile…
aperto come un carciofo fritto e rifritto
braccia larghe e sguardo all’universo
regalo perle al cane sotto casa
ai muri e ai marciapiedi
ogni tanto un’eco
un grazie e per piacere, poi
cerco l’infinito nella cassa delle pere.

Calzoncini gialli ( La questione amorale)

avevo calzoncini gialli
e calze al ginocchio
di filo bianco, ero
spesso come un acciuga
come i pensieri che si hanno
a sei o sette anni
sempre verticali
senza scorciatoie
come una lancia nel costato di cristo
ogni domanda
bianco e nero
era il giornale porno
bianco e nero
il vestito della suora
entrambe le cose ai tempi
non mi erano molto chiare
trovai la pergamena proibita:
il porno vangelo apocrifo
nelle mura terremoltate della cattedrale
ricordo ancora la tensione della suora
(non ricordo il suo viso)
che mi bandì dal sagrato della chiesa
urbi e torbidi
fu la prima volta che uscii fuori
dal seminato e dal seminario
in maniera del tutto inconsapevole
i miei amici rimasero dentro
a tirare calci al pallone
fu il primo schiaffo morale della vita
fu allora che capii che la morale
non era sta gran cosa
fu la prima volta che me ne andai
con la ragione nel taschino.

M&m’s

Ammucchiatele le immagini

Dei corpi dei bambini

Come una pila scarica

Sulle nostre coscienze spente

Non è colpa vostra se siete inerti

I nostri nonni sapevano

E tacevano la guerra

Di notte si svegliavano e piangevano

Quando dormivano

Il vero dolore è sordo e muto

Come la compassione

Che si nutre di polvere e accoglienza

Quello che vediamo oggi

È l’incapacità totale di provare amore

Per i corpi ammucchiati gli uni sugli altri

Vestiti come M&M’s colorati dove

Da quelli rotti scheggiati

fuoriesce cioccolato

Alla nocciola.

Non piango i corpi mutilati

Piango l’incapacita di amare

La mia.

E nemmeno piango.

Marciapiede

mi è sempre più caro il marciapiede
a tarda sera fa le veci delle stelle
io confesso a lui il mio amore
ed egli lancia sassi e sgambetti
come una donna che hai ferito
come l’universo
ma con meno domande
e più discese
e qua e là
l’odore della vita
e delle cose cadute

Aprile

qui adesso ti penso
bocca di vino e mirtillo
col sole alto a spaccare
a grappoli la luce sul fiume
dove chiudono gli occhi i palazzi
chinati sull’acqua
come in attesa di un bacio

Aprile per fortuna
tradisce le attese
passa un vento nuovo
che sovverte i pensieri
e io so di che parlo:

nacqui una mattina di queste
e mi volevano femmina
e garbata e mansueta
e invece…

Il Richiamo ( Dichiarazione d’amore alla mia terra)

Il trifoglio che mi vide crescere
è morto, è vero
il quadrifoglio lo trovai una volta soltanto
lo lasciai là dov’era
a fare una lunghissima ombra
poco al di sopra del cimitero
i cani che ho nutrito
sono tutti sepolti ma ancora
scodinzolano docili i ricordi
perdute le lattine
a cui tirammo i calci
per poi nasconderci ere
dentro gusci di pietra senza tempo
perduti per strada alcuni amici
messi da parte gli amori
asfaltate le carraie pietrose
dove andavamo
saltellando per raccogliere more
e scansare serpenti
i castagni in paese hanno fatto posto
ad orridi palazzi e
molto di quello che ero
è andato perduto
con l’arrivo dei semi
ma non il ricordo
che hanno di me
i muri ed i figli
i padri e le figlie
le madri e gli ulivi
sanno ancora chi sono :
a quale razza appartengo
e la mia ombra ancora resiste
non è del tutto perduta
non mi importa certo scomparire
né dai luoghi né dalla memoria
un giorno l’oblio che custodisco
come una morte annunciata
come la malinconia dei giorni trascorsi felici
prenderà il sopravvento come è giusto che sia
ma ancora è forte la voce
del grido che lasciai nella valle
mi interessa ancora esserci
per sorreggere la calce
crepata dal muro che
mi vide più selvatico di adesso
e per respirare quei luoghi
dove chiunque può dirmi
con cadenza precisa:
Michè, Sei tornato?
e dove io posso rispondere
col sorriso brandendo una birra
che no, ché non me n’ero mai andato.

Groove

alla sera franano le cose

prive di fondamenta

e di notte piccole dita

nel sonno ci sfiorano il viso

piccoli vermetti verdi

carezze che annunciano disastri

e nuvole di cose sbiadire dal tempo

ci sfiorano appena il cuore

che rallenta fino a battere

quaranta volte in un minuto

e talvolta penso

tra un colpo e l’altro

al non-luogo

dove le cose accadute

continueranno a cadere

al di sopra del ritmo

per sempre e

con un certo groove.

Il coraggio

da tanto tempo penso
di essere troppo giovane
per avere dentro di me
tutte queste malinconie e
adesso che sono un vecchio giovane
comincio a capire più cose
di quante ne vorrei capire

da tempo ho perso ogni pudore
forse perché non ho niente da perdere e
posso sedermi in uno qualsiasi dei tramonti
e spergiurare fedeltà all’alba
ai fenicotteri rosa e agli arrotini e
nessuno si stupirebbe se mi nnamorassi
di un cactus albino
o di un mucchio di copertoni usati
o se scrivessi un’ode alle maniglie delle librerie
e dei bagni pubblici di tutta Europa

faccio quello che voglio
che poi è quello che posso
che poi è sempre troppo poco
ma posso ad esempio dichiarare amore
a qualunque cosa abbiano dichiarato guerra
fosse anche solo per spirito di contraddizione!

oppure dirti che sei bellissima
anche se ci conosciamo da quindici minuti
e commuovermi di questo fatto
e non tentare di nasconderlo
dietro gli occhiali da sole
ché non ho tempo da perdere
seppellendo bellezza
ad ogni angolo di strada

per poi aspettare qualcuno
con più coraggio di me
che riporti alla luce
tutte le bellezze
che ci siamo perduti.

Quella volta che piansi in un parcheggio

quella volta che piansi in un parcheggio
con le poesie strette nel pugno
ero solo e circondato dagli ulivi
e col vento che suonava i fichi d’india
non ero né triste né felice
di certo ero contento
di certo sopraffatto dagli eventi

dentro di me si sciolse una cima
sentii nitido lo spiegarsi di una vela
il rumore delle cose che non mi spiego
fece il rumore di un lenzuolo
fece il rumore dell’estate
quando comincia a calare il sole
e a salire la brezza dal mare

Vincenzo disse il mio nome
e nessuno mi riconobbe.
Applaudirono sulla fiducia.
Andava ancora tutto bene.
poi cominciai a parlare
e ingaggiai una lotta
con la chitarra e col cielo
e con tutti i santi
e con la sua assenza
e persi
e ne fui felice:
non poteva essere altrimenti.

Scrivere è facile

scrivere è facile
e se non hai niente da dire
è ancora più facile:
appoggi le dita sulla tastiera
e la musica farà il resto…
lo so, lo so
tu che sei intellettuale
avrai parecchio da ridire
dirai che sto soltanto sprecando tempo
e lo dirai perché credi davvero
che il tuo tempo abbia un valore
perché sei narciso e quindi nutri delle aspettative…
Mentre io qui sto solo dicendo
che forse esisto e che forse no
Né la vita né la morte sono certe
questo l’ho scoperto con le labbra,
poco fa ho stappato una bottiglia
e ha fatto il rumore del pozzo
di quando lanciavo grossi sassi di fiume
glup: e mi si è stampato un sorriso,
e poi sono andato a capo coi pensieri
ed ero da solo in mezzo alla stanza
con la bottiglia in mano
bello, come una statua greca…
scolpita da un dio cieco

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