luna storta

i palazzi si inchinano
gli alberi si sfrondano
l’asfalto si fa morbido
le macchine profumano
dalle case solo buona musica
odore di bucato
e cose arrostite con amore
mentre il cane caga
una pallina di zucchero
tu ci credi e fissi gli occhi
sulle scarpe, sbalordito,
e non alzi al cielo lo sguardo
già sai che là fuori
la luna è storta, se dentro
sbattono le porte
senza spifferi e l’aria
è densa come una moquette
di un bordello abbandonato
e l’ultima conversazione sostenuta
aveva troppi punti di domanda
che non volevano significare,
eppure… Fingi di essere un poeta
e la butti sui colori
quella storia della solitudine
e della tenerezza
a cui non c’è rimedio
diverso dalla musica.

Nostalgia

se qualcuno mi chiedesse cos’è
la radiazione di fondo dell’universo
risponderei senza indugiare troppo:
nostalgia!
Eraclito, padre di tutti gli sguardi
Intima consapevolezza dell’eterno mutamento
mi affaccio al balcone per scrutare i visi
che non saranno mai più gli stessi di adesso:
una forza misteriosa tiene insieme le cose
dà loro un peso e una nostalgia e forse anche l’amore.

​”Grattino Apotropaico già poesia dell’estrema unzione”

quando sarà tardi

sopporterò il silenzio

Forse bevendo o scrivendo

Come voi sopporterete

La mia assenza

Spero, ridendo

Le cose che non ci siamo detti

Non faranno le capriole

Nel cervello

E le cose non fatte

Non resteranno a lungo

Minacciose

Come voragini nell’asfalto

Del tempo

Perciò vi dico a gesti

E a parole

Che vi porto in seno

Come fossi una madre

Che partorisce ogni giorno

Con un pianto e un sorriso

E se pure non dico

E non faccio

E non vivo

E non vivete

Io lo so

E voi sapete

E io sapevo

E sapevate

E sono curioso adesso

Ma Senza fretta

Di sapere: chi di tutti noi

Se ne andrà prima:

Tra una scaramanzia

E una estrema unzione:

Tra un grattino e l’altro…

Mi raccomando, mani basse

Ma con eleganza.

12 12 2016

In questo periodo di dealfabetizzazione cognitiva,
penso a Pasolini e al metodo che avrebbe scelto per togliersi la vita.
O forse avrebbe cominciato a drogarsi pesantemente.
Come si fa a sopportare tutto questo senso del ridicolo?
Questi slogan da robivecchi imbestiati.
Questa verve da oratorio putrescente.
Questo idiota tentativo di inversione polare.
Studio i discorsi di Pertini come fosse la videochiamata di un vecchio amico. Senza santificare nessuno, per carità.
Ma i gesti, il tono della voce, forse sono stati gli ultimi strascichi di umanità apparsi a rete unificate.
E si credono democratici, di sinistra, dicono, informati sui fatti, sostengono, nel giusto, urlano.
Così come immagino le urla ai tempi dei crociati.
Sulle insegne regna stocazzo! merde! porci! casta! A casa! Onestà!
soldi di cacio, monete di cioccolata, palline di zucchero.
Il terrore delle guerre non li ha mai sfiorati
La disperazione è stata incanalata follemente in questi scivoli da acquapark. I grilli hanno fatto da volano analfabeta.
Io provo un denso mix tra sconforto, tenerezza e paura.
Come si può ridurre così un popolo?
Era questo il fascismo mediatico che leggevo a sedici anni?
E’ questo il prodotto della comunicazione di massa?
La totale perdita di umanità sociale
mascherata da salvezza sociale?
La rete che si è impigliata intorno ai nostri colli?
Lo strascico che è vietato sotto costa
ha falcidiato i nostri centri urbani.
Spacciare gentilezza, accoglienza, condivisione, intelligenza sociale, è l’ultimo bastione, prima di essere a nostra volta spacciati.

Scrivo poesie perché non so cantare

​la serata era giusta

i bicchieri appena arrivati

la mia birra e la tua birra

stavano pareggiando

nella gara della schiuma dei giorni

la musica faceva muovere il ginocchio

e battere il piede

il tuoi occhi erano uno strascico

Graffiavano il fondo della notte

E ogni volta le mie parole

Come ventresche venivano falcidiate

Da questo fuoco amico

Fino a quando non mi hai chiesto:

Come mai uno come te è single

Ed io me sono cavata umilmente:

Cristo aveva forse una ragazza ?

E poi senza farmi finire

Hai incalzato:

Perché scrivi poesie?

Ed ho cominciato a sorridere imbarazzato

Così ho cominciato a riflettere per il tempo

Di un lungo sorso di birra 

che quando serve è sempre troppo poca

e dopo aver riflettuto in questa eternità di gayser e di schiuma e aver trattenuto il gas

Che è sempre più veloce delle parole

Ti ho detto forse l’unica verità della serata:

“Scrivo poesie perché non so cantare.”

E tu mi hai sorriso ed io ti ho sorriso

Ed ho avuto quella inquieta sensazione

Degli sbirri che stanno per arrestarti

E ho preferito cambiare locale

Per far perdere le tracce ad una notte

Che mi stava troppo col fiato sul collo

Mentre la sua lunga mano mi infilava

la luna nel taschino.

Certe volte il futuro lo immagino così:

Certe volte il futuro lo immagino così:
con me che scrivo cose
Che parlano di te all’infinito
Domandandomi per sempre
Se saremo ancora gli stessi
Di quelli che non siamo mai stati.
E sempre una distanza
E Sempre una domanda
Tra piede e piede
Tra silenzio e silenzio
C’è un libro che nessuno ha letto
A tenerci vicini
Un libro che nessuno ha scritto
A saperci lontani
L’ombra di stare insieme
Si è persa nel buio della dimenticanza
Ma ogni tanto passo
Come adesso
Per sfilarti un calzino
Per fare un dispetto:
A colui che chiami dio
Alla stella marina
Alla tua bocca
di velluto e vento
Per saperti vicina
Come fa la morte
Che mi fiata sul collo
Da trentasette anni
Di ininterrotte risate.

Milano a Natale

Milano a Natale
È una cosa
molto vicina all’amore
Gli occhi in galleria
I cappotti caldi
I miei capelli rasati
Ero grezzo come una selce
E tu eri morbida
come una marshmallow
Sapevamo entrambi
Tra i libri dei navigli
Che il mio non era amore
Ma la figlia di una antica disperazione.
Quando trovai una vecchia edizione di Pavese
E ti dissi:
menomale che tu non sei una ballerina
Francesco avrebbe capito, ti dissi.
E poi tu mi abbracciasti forte
E quasi tremavi e
Mentre fuori le luci si riflettevano sul canale
Sul piccolo molo mi sembrò di avere il cuore
Gonfio e innamorato y final come un arrivederci
Che non sarebbe più tornato.
Forse è per questo che quando provo amore
È per la gente, le strade, le carte sporche e
Per le foglie che mai nessuno ha reclamato
O per le donne indaffarate a cui devo spiegare sempre
che non puoi mettere il cielo in una borsa.

Artisti

​Pronunciano la parola “artista”

Come se avesse davvero del senso

Si radudano in cenacoli

Indicomo conclavi periodici

nei locali di maggior tiro

Oppure nel vecchio magazzino

Che hanno eletto a metafisico ombelico

Artisti, non li disprezzo, certo, li compatisco

Si criticano e si lodano e si incazzano

Come se la parola avesse davvero un valore

Io che vado solo camminando per le strade

A parlare con la gente 

E mi offro alle persone

Come un sorso di acqua calda sporca

quando intorno è deserto

Come Abelardo baratto il mio respiro

In cambio di un respiro

E se pure difronte avessi un morto

Userei la stessa gentilezza

Risevata agli storpi, a Cristo, alle belle donne

Piene di grazie, al ragazzino tossico che domanda due lire…

E poi la solitudine

di uomo tra gli uomini

Questa distanza

tra la punta delle dita

E il pensiero che

Fa nascere parole nuove 

Quando la mano si allontana 

Per troppo tempo dal corpo.

Quello che resta

mi chiedo spesso
che cosa resterà
di queste quattro cose:
del foglio accartocciato nel cassetto
del nome scritto a penna sopra il muro della scuola
del paio di scarpe vecchie ripudiate dalla strada
dei balconi scavalcati a tarda notte
cosa resterà di me?
domando al marciapiede
se non un po’ di tenerezza
le braccia tese verso il giorno
il seme sparso in ogni dove
e poesie di poco conto
da cui non sono nate meraviglie
ma voci mute, albe storpie
arrivederci sotto falso nome
porte chiuse senza inganni
e nostalgie nemmeno troppo grandi

Una sera di dicembre

sera di un dicembre qualsiasi
dove non ho conosciuto ospedali
dove non ho conosciuto morti
una sera di un qualsiasi dicembre
il balcone è socchiuso
come una feritoia
da cui entrano le lame del gelo
in correnti ordinate e fitte
come legioni in cammino
un dicembre qualsiasi dicevo:
dove l’amore scopa nei soliti letti
dove la sera cade
sul copriletto rosso
come un mantello
come a dimenticare
come quella volta
che ti lasciai sola al bancone
ad ordinare da bere
e al mio ritorno
il tuo sguardo
mi piombò addosso
pieno d’amore
per chissà chi

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