Pollo al Curry

Il sole difronte che si fa gentile

attraverso gli occhiali

Stai andando a fare la spesa

Pollo al Curry, pensi mentre

L’odore fresco della lavanderia

Fa l’amore col vento

Che si fa spazio come una carezza

In mezzo ai due palazzi

“What more can I say”

Nina Simone mi canta nelle orecchie

E una bimba su di una bicicletta rosa

che mi gira in tondo e mi sorride…

Poi qualcuno che mi viene a dire

che si insegna pure la poesia…

stanze vuote

la stanza s’è agitata tutta la sera
dice: era vuota
dice: le ombre
dice: un bicchiere sul ciglio del comodino
fece stare tutti in pensiero
è così che suonano le stanze
quando entri dopo una giornata intera
o dopo una intera vita
ricordi di aver dimenticato un ombrello
dietro la porta di una stanza in un’altra città
-eppure l’occhio cerca ancora l’ombrello-
le stanze vuote sono cunicoli spazio-temporali
puoi trovarci di tutto
una mucca zoppa se abiti in campagna
e persino l’amore ma solo se c’è un giradischi
o se c’è un chiodo che assomiglia
ad un neo sulla parete di destra
ma auguratevi soprattutto di non trovare mai dei fiori secchi
oppure in quel caso auguratevi di essere abbastanza ubriachi
e che sia giorno e la stanza ben illuminata…
si può morire di nostalgia a seconda che…

Motel Tempio

Scherzo col commesso febbricitante

Offro un caffè ad una amica

Scambio due battute con la cameriera

Mi dice: te lo metto al centro il caffè

Ché sembri maldestro. 

Rispondo che sono forte coi tiri mancini

Che stesse attenta

Dice che a sinistra va bene ché è il lato del cuore

Che l’età l’ha fatta tenera, dice

Che se potesse scegliere sarebbe più dura

Ed io le credo. Siamo quasi coetanei.

È cosa buona e giusta. Le dico

Bevo il mio terzo espresso alle 10 e 15 circa

Di questo venerdì mattina al Motel Tempio

Dove puttane, camionisti, ambulanti, studenti ed emigranti a seconda del tempo

si mescolano alla fauna locale

Da qualche migliaio di anni.

Sembra un avamposto di frontiera

Mi sembra di dover andare in Patagonia

E forse è così. 

Zio Chatwin si sarà sentito così quando si guardò per la prima volta allo specchio

Dietro un bancone ad Ushuaia.

L’Autobus è il mio  Mammuth. 

Io invece non so mai chi sono

Prima ero il cingalese che spingeva

un enorme bustone nel vano bagagli

Mi sono riconosciuto dal sorriso soddisfatto

Dopo lo sforzo. Dalle Piccole cose.

Chissà più tardi a Napoli…

Due parole

Scavo nella sera per

un pugno di poesia

E trovo soltanto partenze

Colori accesi d’autunno 

Buoni a dipingere

soltanto distanze

Affretto il passo

Sulle foglie di cemento

E né calore né vento

Adesso frullano in petto

Soltanto due parole

Che non significano niente

si rincorrono come gatti

si spartiscono il cosmo.

Oggi un serpente

Mi ha tagliato la strada

Per rifugiarsi nel bosco

L’ho guardato sparire

Come fosse un tramonto

E per un attimo ho visto

Divampare  la notte

Al sole

Sono seduto sul terrazzo che affaccia sulla valle che mi ha visto crescere:
Qui ho dato il peggio e il meglio di me.
È Ottobre e c’è un sole che dà del tu all’universo intero.
Potessi scrivere con gli occhi chiusi. Lo farei.
Potessi dire senza parlare. Farei anche quello.
Potessi amare senza sentire niente. Farei anche quello.
Potessi pensare senza sapere di farlo. Lo farei.
In questi giorni tutto mi attraversa.
Tutto ciò che mi attraversa mi costa fatica
Tutto si prende un pezzo di questo corpo
Che sta diventanto sempre più una reliquia.
Se avessi una misura. Se avessi davvero un limite. Comincerei a preoccuparmi.
A volte ho la sensazione di consumarmi. Di poter finire da un momento all’altro.
La soglia della mia percezione si è notevolmente abbassata da quando ho deciso di parlare senza nascondermi.
Prima è passato un cane bianco lungo la strada. Da sopra gli ho fatto un verso come per chiamarlo. Lui ha alzato le orecchie prima, poi il capo. Ci siamo guardati. Gli ho sorriso ed ha accennato a scodinzolare prima di andare via. Questo fatto per niente eccezionale mi ha tenuto in disparte per qualche tempo. Non parlo. Scrivo.
Adesso ho davanti agli occhi il balconi e giardini dove un tempo ho sepolto dei baci e ho lasciato che crescessero edere e rovi 

in fondo allo sguardo le cime del Pollino sono un miraggio verde e fresco.
C’è un accenno di perfezione che non comprendo intimamente. Lo intuisco come una religione. Un metafede di chi non ha fede in nulla.

Le auto sulla statale si sorpassano anonimamente. È quasi ora di pranzo.

Penso alle cose lontane 

alle tante cose 

Sempre lontane.

Nell’aria il profumo del sugo

il rumore dei piatti

Il grido dei fiori.

Tortura

Tortura 
Mi infilo nel treno

Occupo tre posti

Con una valigia troppo ingombrante

Dalle cuffie parte Bowie:

Dancing out in space

Prendo il libro e apro a caso:

Tortura, si intitola la poesia e

Quando ho finito di leggerla

Il treno passa di fianco a

Certi campi da calcio

Dove ho seminato ginocchia e sudore

Mi viene in mente l’umidita della palude

Che bagnava lo scooter a tarda notte

E tutti i pensieri di quando ero innamorato

O Almeno così credevo

E tornavo a casa cantando

Col mezzo sparato a tavoletta

Lungo oscuri viali semi deserti

Verrebbe voglia di alzarsi e danzare

come natura vuole

se soltanto avessi

una immagine di me un po’  meno goffa

Nel mentre la mia vicina di posto sta studiando diritto internazionale

E sbadiglia senza coprirsi la bocca

Questo la rende più umana di quello che

Vorrebbe far trapelare

Il sonno è più forte di ogni sovrasteuttura

Ma le uniche due cose che mi risuonano a ritmo costante nella mete sono:

L’idea sbagliata che ho di una donna &

Una frase:

Danza in ampi spazi aperti, ragazzo.

certi giorni ho pena che tutte le cose  non siano che cose 

certi giorni
ho pena che tutte le cose
non siano che cose
cose che passano di mano in mano
e che dovrò lasciare per sempre
prima parlavo con una ragazza svizzera
di circa venticinque anni ed
ho provato qualcosa per ogni singolo anno
e la sua vita che ho soltanto immaginato
mi è diventata familiare
: duecento metri, sempre dritto –
le ho detto alla fine
due sorrisi e poi
ognuno per la sua strada
certi giorni come oggi
sento il peso del raggio di sole
che filtra sempre più obliquo
attraverso rete metallica
del cavalcavia ferroviario e
i bisogni dei cani sparsi per terra
diventano qualcosa di ancestrale
colpiti dalla luce
tutto si affolla sul cuore come dei secoli
si depositano le ere, gli eoni a strati
come una torta di nostalgia tanto bella
che nessuno ha il coraggio di mangiare
e cresce la fame di vita
e si fa tenero il sorriso
e sotto gli occhiali lo sguardo
si fa lucido e dritto
come una verticale
che ci attraversa il petto
quando ci sdraiamo
per chiudere gli occhi
al passaggio del tempo.

Sul pianeta Venere, religioni e altre ricette

niente cambia
tutto cambia
di questi tempi
il sole sorge
e venere scompare;
l’ho vista urlare pochi minuti prima dell’alba:
questo è il paradiso perduto
ragazza! Avrebbe detto in quel momento
nonno Lorca parlando poi del mare…
e taccia l’ecclesiaste!
la mia religione invece
è genuflessa solo al mattino
e non ha niente a che fare con le ricompense
né con le terre promesse
si apre come un fiore di zucca
alle prime luci del sole e poi
marcisce e marcisce e marcisce
per tutto il resto del giorno e
che tu mi colga fresco di rugiada
o putrido di sole
niente cambia
tutto cambia
venere urlerà ancora domattina
il suo grido di cristallo e fuoco
e il mio parlare sarà sempre d’amore
ma per fare una buona zuppa
coi fiori chiusi e marciscenti
ci vuole amore pazienza
umiltà tecnica storia vissuta
applicazione.

Per commissioni ( un’altra rissa mancata )

cammino ogni giorno
lungo l’argine del fiume
che ogni giorno mi parla
con una lingua diversa
a quest’ora spesso incrocio
le due gemelle bionde
che chiamo da diversi anni
ormai: le torri gemelle
sembrano tedesche ma sono pisane
talvolta le sento parlare
non so perché parlo di loro
sono un poco goffe
conservano una antica eleganza
e un on odore di vecchio, lo so
uno spettro di morte cammina con me
ce l’ho sempe nel cuore:
memento mori! pare ricordarmi il fiume:
mi verrebbe da amare anche le pietre
e se non lo faccio è soltanto a causa
del coefficiente d’attrito tra cappella e mattoni
poi penso a una donna che sta un poco lontano
al suo sguardo asciutto che pare severo
e alle sue spalle immagino un fuoco
con tanto di bestie e salti mortali
poi altre cose pacchiane e di pessimo gusto
ché così è l’amore, penso
a una corda tesa che spacca il tendone
e che apre la terra
di questo strambo circo ornato di bestie:
non è il caso di urlare, ragazzo,
se mi attardo a scrivere sulle strisce pedonali
ché verrà la morte e
ti soffierà all’orecchio un giorno
e a noi allegri ci coglierà per ultimi
e se non peroprio per ultimi
dovrà almeno rincorrerci
nei cieli dei cieli del cazzo che ti strafotte
e non farmi incazzare!
Ché poi divento cattivo
con amore parlando ❤
Nel frattempo ho dimenticato
cosa dovevo comprare.

Fandonieh!

Molti vorrebbero essere qualcos’altro

E lo scrivono mentendo a sé stessi

E sebbene i poeti non esistano

Questi non saranno mai poeti

Per essere un poeta devi smettere ogni desiderio, devi chiudere gli occhi della ragione

Sii tutto ciò che non esiste

Ho scoperto un seme antico nella mia vigliaccheria

Lo stesso che ho trovato nel coraggio

che proteggo a costo della vita e

Non sapendo inventare un nuovo nome

Gli  dato il nome di poesia

È un seme che possediamo tutti

In egual misura 

Ma quanta forza ho dissipato

Per esporlo come una reliquia

Per poi eliminare quella bigotta sacralità

Mangiatene tutti, ho detto

E bevetene in coro

e piasciateci sopra

Se avete il getto tanto potente!

Così ho cantato con o senza luna

No, io non sono cercatore

E nemmeno un trovatore

Tantomeno un cantastorie

Figuriamoci un poeta

Sono Il ragazzo innamorato

Il cane che torna a casa malconcio

La carezza sciolta nel sonno degli ingiusti

E tutte le altre cose che

non cercano padroni

Ma che sanno regalarasi 

Anche a chi non merita

Ai mai nati

Agli alberi morti e dimenticati

Alle pietre inanimate

Ai biscotti scaduti

A questa siepe rigogliosa

Che da sempre il guardo esclude.

Rapporti difficili

Ci sono periodi come questo

In cui ogni cosa si fa simbolo

Tutto risuona nello stomaco

Con una nota più grave

Di quella che vedo.

E certe voci lontane

suonano invece

soltanto gli armonici

E potrei ascoltarle per ore

Come il sitar degli Shankar

Quando sedevano vicini

Padre e figlia accovacciati

sopra due comodi cuscini

Perché non ti chiamo?

Non ho niente da dirti:

Voglio solo ascoltare

Fosse anche soltanto

la lista della spesa o

Il racconto svogliato

di una giornata qualunque

Quei versi che fai

Quando qualcosa va storto

E poi lasciarmi finire

Da questa tenerezza

A cui ho dato le chiavi

Del mio appartamento

Soltanto da poco

Ma che già spadroneggia 

un po’ goffamente

Come una vecchia baldracca

Che ha vinto da poco 

la lotteria del millennio

E dell’intero universo.

Che Fa comunque il mestiere:

Ma Dice: faccio quello che voglio!

Scopo se e quando voglio.

E se poi è tutti i giorni

È soltanto passione!

E poi sbatte le porte

E ci mandiamo a fanculo

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