scrivere di fica e di solitudine
scrivere di solitudine e di fica
al tavolo con vecchi bombaroli
scrivere per non parlar d’amore
da che? da more, dico. Michè Ci sei?
posa quel grappino, Diosanto.
scrivere per scrivere e riscrivere
e del mare che davvero ti sputa in faccia
la dipartita dei naufraghi e del vino
che ha l’odore della mareggiata
e dei ponce versati nelle pozzanghere
ché comunque perforza il mare odora di mare
che cosa ti credevi?
Odorasse di carezza?
Ancora co’ ‘sta carezza?
ma sei scemo Michè?
curati col vento salmastro
di una donna lontana
curati donando la tua tristezza
alle strade deserte
la tua solitudine
altuo germoglio appassito
dona la tua paura
all’albero in fiore
spogliati del bisogno
di amare la donna che ami
esci nudo a mostrate la tua pelle
al picchetto d’onore dei lampioni
danza se puoi con le melodie che porti dentro
e se puoi un giorno di bonaccia
soprattutto: liberati dal mare.
E non ci rompere i bagliori. Amen!
A Sprestia
è ormai spressa la varazza
già gingiglia il rastro
al salso del greviale
e tu sgalusci nelle vestri
e slappi lo stranizzo
e scrigni e scrigni
lo scontenzio
di quistio slafilo resvilio
io divestro al nosturale
comi que lastra sfige
e ostro staci nel fabiale:
lo qui t’ravo e t’averò!
teatro
Decidi di scrivere una poesia dopo che ne hai letta un’altra
e non se ne capisce bene il motivo
forse la solitudine è aumentata di una spanna
perché il poeta è morto: anche se sai già che:
Tutti i poeti sono morti.
Hai messo su le danze ungheresi
hai la tazza di tè verde a fumare sulla scrivania
e tutte queste luci del monitor che pare Natale prima di Natale
e un sacco di notifiche rumorose dal telefono
che vuol dire comunque nessuna mano sul collo
nessuno scampolo di vita vissuta tra la gente
certo volessimo scopare scoperemmo
ma allungheremmo ancora questa solitudine d’appartamento
poi però il colpo di mano
hai comprato un biglietto per il teatro
per quindici euro esatti
e lo hai pagato a mezzo moneta elettronica
quindi ne hai stampato la ricevuta
e già sai che così eviterai di toccare denaro e
di scambiare due parole con il bigliettaio
e pensi all’improvviso che
è in altri sguardi che non incontrerai mai
il vero prezzo che hai pagato
e poi ti chiedi il perché vuoi andare a teatro
e non hai nessuna motivazione valida
che poi è la stessa che ti spinge a scrivere questa roba
ma poi pensi che la vita è così:
questa sommatoria caotica di atti privi di senso
che mirano tutto sommato al miglioramento
brevetermine dell’umore:
cos’altro potremmo mai fare altrimenti ?
Niente da dichiarare
Niente da dichiarare:
Non scrivo niente di rilevante
E cerco così di essere coerente
Scrivendo soltanto gli inutili
passaggi di tempo
Passa una nuvola
Passa una frase, un periodo
Ed è subito dimenticato
Fingo di credere a questa finzione e
Per quieto vivere corro a bere un caffè
Senza appoggiare il gomito al bancone
Senza lasciare traccia sul bordo della tazzina
Parlo il meno possibile
Mi mimetizzo con gli asfalti e con gli alberi
Fingo uno sguardo privo di domande
Non sorrido a nessuno
cerco di non sembrare triste
Sono neutrale. Occupo lo spazio
Al 99.9% composto di un vuoto ancora inspiegabile
Come argomentare meglio di così
La mia assoluta volontà di non voler capire?
Su misura
Eccomi che confeziono
Una poesia su misura
Per il fesso che sono
Ne ho lette di più belle stamane
Ma non era la mia voce a parlare
Così penso a due accostamenti
Immagino due profumi che si mischiano
E Due sapori che contrastano
Un pensiero che pulisce il palato
E la calotta polare artica
Come una cola sintetica
Cucino un pensiero
Che profuma di mare
per aver marinato a lungo
Tra gli abissi delle attese
Mi ossessionano i frutti di bosco
I Mirtilli e i lamponi e certi occhi nocciola
Una spruzzata di brandy
E… You’ll see: ti caramello un’assenza!
Intuisco tra i fumi un retrogusto amarognolo
Mandorla e timo sono soltanto
due passanti incupiti dall’ombra
Un pezzetto di coriandolo e
Lo stelo del finocchietto selvatico
Da schiacciare tra i denti
Per tornare bambino
A correre i campi
Con un piglio più adulto
L’ambulaza impazzita urla
Rum&Pera sin dal primo mattino
Domenica, hai il profumo ideale del tempo
Dell’invenzione del tedio e delle assenze farlocche
E questa puzza di culo e di caramello e di strade
che si abbina soltanto alla rabbia:
all’ arroganza egocentrica
Di questa umana esistenza
Opera in rosso (Podere La Chiesa -Terricciola- Pisa)
In un prato verde
minacciato dalla brutta stagione
In mezzo ai vigneti
che faranno il buon sangue
il mio autunno perenne
si abbassa di un’ottava
al primo sorso di vino
risale al secondo
cambia nota al terzo
e poi scappa via
fino ai confini di Jarret –
mentre la luce ci acceca
con un furore di nebbia
il riverbero entra nel petto
in quello spazio deserto
che lasciano gi arrivederci –
dove le distanze entrano
coi nomi e i cognomi
poi muoiono soli
come numeri immaginari.
Qui – persino le stagioni
per paura di perdersi
entrano in punta di piedi
col profumo del mosto e del dire gentile –
Nel mattino bagnato
È ricordo di sabbia
Il vociare dei fiori.
Sei solo, non lo sa nessuno. Taci e fingi. (Fernando Pessoa)
Non bisognerebbe mai scrivere quando si hanno le idee chiare su cosa dire
Così me la racconto
Per giustificare cose come questa
Inutility venute fuori dalla contingenza
Dopo aver scritto due pessime robe sull’amore
Dopo aver chiuso tre o quattro porte
Lavato i denti due volte ed
Aver ingaggiato una discussione sull’ orgoglio con quel genio del mio ego
E coi soliti muri di casa
E dopo esserne uscito sconfitto
Sotto ogni punto di vista
Anche da quelli dei non vedenti
È solo allora che ti balenano in mente due cose
Chiare e luminose come due fuochi d’artificio.
L’inutilità di tutto questo &
E una frase di Pessoa che leggesti
Quasi venti anni fa seduto sul sedile di un treno interregionale che ormai hanno soppresso
Ma che da allora conosci a menoria
E comunque non hai alcuna voglia di scriverla
O di rileggerla almeno non fino alle prime luci del mattino.
the craving
Siamo fatti così
sono fatto così
faccio molto con poco
alla maratona ho preferito la corsetta
della corsetta ne ho fatto una epopea
mi sono accontentato di vedere la montagna
e me ne sono innamnorato ancora prima di correrla
mi sono chiamato marinaio
perché ho amato tanto Conrad
sono fatto così
faccio molto con poco
una volta con una carezza
ho costruito un amore
che è durato dieci anni
sono fatto così
faccio molto con poco.
Non aspetto i miracoli.
tento
Tenti una poesia
poi un’altra
poi basta
poi un’ iperbole
una imitazione
poi una fuga
una ritirata
poi un attacco
affretti una carica
ti impacci, circoaspetti
guardinghi, ti acquatti, taci, fingi:
Aspetti cose che non ti aspettano:
non vi incontrate mai!
Lasci stare qualcosa per sempre
e nessuno viene a reclamare alcunché
Lontano bisbigliano
che un altro giorno è passato
come un amore
che per eccesso di gentilezza
non ha lasciato il segno
E questa volta sei tu
A non reclamare alcunché
Mancanza & gelosia
Mancanza & gelosia
Sono solo due parole
Da consegnare al droghiere
Dice: mi hai tradita? Mi hai amata?
Dice: mi sei mancato, sono gelosa!
Dove sei? Ti ho sognata anche stanotte.
Ero morto e tu mi baciavi
Dicevi che ero bello anche stecchito
E io ci vedevo distesi
Dall’alto, più vivo che mai
Uno di fianco all’altro
non respiravo ma
in effetti sembravo riposare
Sarà che il tuo amore era più pallido di me
E mi baciavi come si baciano le cose perdute
Come l’ultima volta che ci siamo visti
Quando mi strappasti un bacio
Come si fa con le puttane
Che fanno il mestiere
Solo per amore.
E poi ti dissi che non era niente
Che non era un bacio
Solo un inciampo
Ed io solo un sasso
Da tirare lontano
E fu così che cominciai a danzare
sul pelo dell’acqua
Per non voler affogare
Se soltanto qualcuno mi avesse visto
Mi avrebbero certamente scritturato
E persino Bolle, intimidito,
avrebbe appeso gli scarpini
Al chiodo dell’ irrealtà.
Finché fiato non ci separi
Non senti niente
e la strada scorre come un tappeto
qua e là foglie e ricordi di quadrupedi
qua là pensieri come ricordi
anche il futuro lo penso
come un ricordo
niente mi punge nel petto
non ho cuore né respiro né gambe
sento solo la strada
la gomma delle scarpe
che non sono più scarpe
ma quella cosa che chiamiamo realtà
quella cosa da lasciare sola
il più in fretta possibile:
andare in nessun tempo
come ci pare
finché fiato non ci separi
