The Utility Revolution



Nessuna parola metafora nel mentre che
Un cestino di un bagno in affitto
Con una busta rosa
Ti fissa bocca chiusa.
L’asciugacapelli per terra
E nessun segno di battaglia
Sopra il letto rifatto.
Soltanto cose appoggiate
Come parole lasciate nei campi
A dar fastidio agli aratri
A benedire la terra
Come cadute dal cielo.
E invece no…
È la mano dell’uomo
Che stamberga emozioni.
Bussa la signora delle pulizie
Con la sua santa
rivoluzione utilitaristica.
Sradica il sogno dal letto
apre una crepa nel giorno
Da cui la bella proprietaria
Forse per pigrizia mi dà
il suo bagnoschiuma
Con le felci rosa Mentre
In giardino la nebbia
Lascia il posto alla luce
Che pare gelare il prato
Con una scorreggia.
Un forte odore di melograno
Si mischia col sonno mancato
E con la gente che arriva
E con quella che parte.

IL CAZZO!

Mattino di pioggia
Inesprimibile nulla
Quaglia spaziale
Tra casse d’acqua all’addiaccio
Esplosa la stella
Il rinculo del tempo
Ha sterminato sorrisi

Hai lasciato l’allegria
sotto al tappeto
Prima di uscire
Hai detto
Prima di entrare
Hai ripetuto
Prima di prima.
Hai sorriso

Discorsi rubati alla noia
Chiusi nel qualcosa
Per qualcosa che non è cosa

La fantasia sgambetta la pioggia
E questa cade come ridendo
Anche se è triste talvolta
Come il teatro quando diventa…

Chiara mi ha chiamato dopo tanto tempo
Chiara è un nome di fantasia
Come tutto il resto. Come i due euro e 47
Spesi al Conad per comprare due sterlizie fondenti usate ma tenute bene.

Poi il signore con la ritmo azzurra
Mi ha fatto La domanda:
Sai chi ti cercava proprio due minuti fa?
Chi? – ho risposto… Incuriosito.
-Il Cazzo!
E giù forte di risate!

A cosa servono i signori con le ritmo azzurre
Ti starai chiedendo… A far poesia.
A fare della vita questa inutile bellissima poesia…
E a ricordare, una anonima mattina nel parcheggio di un supermercato.

Disastro

Scanno rosso sgangherato
Dormi nel cesso all’ultimo piano
Seme di albero semprerosso
Acero acerbo e smagliatura del tempo:
Cosa piangi per un amore andato?
Se dici amore, è donato. Allegro!
Tenerezza infinita della solitudine
Triste è chi domanda carezze
Ma triste anagramma stirte
E non significa niente.
Almeno a parole.
Tenta d’esserti d’esempio
Nessuno mai merita davvero.
La meritocrazia è la vigliaccheria
Del nostro tempo.
Accarezza chi non sa accarezzare
Sii la baia che vorresti incontrare
Quando fuori è burrasca
Anche quando tu sei l’uragano
E l’albero maestro E il filo d’erba.
Impara se puoi a non chiedere altro.
(Grazie al cazzo, dici, ci volevi tu a…)
Spingi chi vuole partire
E accogli chi vuole tornare.
Sarai un disastro ancora molte volte
Non c’è sconfitta nel cuore di chi è scemo
E tu modestamente…

Duetto con la nebbia



nterno giorno. Satie. Gimnopedia numero uno scelta per pigrizia.
Esterno uggioso. Pioggerellina sottile come agopuntura. dice faccia bene al cuore. Ti sei svegliato da solo per la prima volta da un secolo. Hai uno sgabello rosso sgangherato che ti fissa con assi assai interrogative. E mo? E mo t’attacchi! A gamba tesa entra sul risveglio il tappetino. Respiri a fondo l’aria dalla finestra che affaccia sul giardino che adesso sembra un fiume. Ricordo di odore di pesce che fa star male. Mandi in corto le sinapsi. Smorfia di disgusto tra i pensieri.
L’orologio del comune si incastra controtempo con la musica. Un solo quarto acuto fa il verso ad un fucile. Già tre telefonate di lavoro che hai sbrigato come un esame medico. Tutto risolto.
Tutto risolto… Le questioni d’amore sono binarie mi hanno sempre ripetuto. Che stronzata pleistocenica. È così che mi innamorai anche della nebbia. Non per capriccio o per ripicca a chissà chi. Forse come Gigi, quel giorno di ogni giorno non avevo niente da fare. E adesso lei mi abbraccia con una certa tenerezza. Lascio fare. Anche abbraccia anche altre piante anche le colline anche tutto il circondario.
Ancheggia gran signora.
Che sciocchezze. Che miseria l’unità. Pare bisbigliare. Fatti comodo. Apri la chiusa. Sverginiamo anche il mattino. Stringiti. Ecco così.
Puoi anche cantare se ti va. Quella canzone che sussurri quando gira un poco male.
È la nostra preghiera alle cose rotte. Su, comincia, io ti vengo appresso. Senza doppisensi, almeno questa volta. Dai, comincia:

Passera Atomica



Trenta minuti per essere in macchina
Lavato e profumato
Direzione ospedale.
Ventinove e il desiderio
Di spremere una vita
E cavarne il succo dal buco
Ventotto per cercare
Due sinonimi della parola
Tempesta. Ventisette.
E la vita si allunga con altri pensieri
Che fuggono dal foglio
Come un polpo affamato
Da lei, da lei. In quella direzione!
Venticinque. Quando dai una sterzata
Che vuol dire arrivo. Un momento.
Mentre quella riparte sempre in quella direzione
Senza esitazione. Ventiquattro.
E sei inchiodato al foglio come cristo
Moriresti qui. Come un pegno d’amore.
Ventitré. È tardi per morire.
Acqua fredda. Sapone. Dentifricio.
Polpo che allunghi il tempo
Fino a toccare lo spazio
E a rimanerci incollato come lingua
Sul ghiaccio.
Ventidue. Ti amo. Come un passero atomico.
Passera atomica sineddotica.
Che nome mi hai dato stanotte?

Che dicevo del mondo?

Che dicevo del mondo?

Arriva prima o poi
Quel punto.
Il punto in cui cadono le cose. Punto.
Giuste o sbagliate. Le fondamenta franano.
Certo non a tutti. Per fortuna. Ma alle volte
Rovinano in un gran fragore metallico.
Le parole dette. I baci. Il tempo. Esplodono sotto la pressione delle meningi.
Non puoi trovare riparo né consolazione
Tu. Stai. Cadendo. A. Pezzi.
Come quel foglio di carta che un giorno
In stazione faceva mulinelli col vento
E poi la macchina lo spiaccicò nella pozzanghera.
Ecco: Amen. Disintegrato. Kaput. Arrivederci mortale!
La cosa curiosa, in quei momenti, è la percezione onirica dei fatti. Il cervello te li fa percepire come se fossi contemporaneamente attore e spettatore. Come nei sogni. Ti chiedi:
Sono io quel coglione là? Sì, ti rispondi da dietro la telecamera. Tutto regolare, fratello. Sei figo eh. Strai scomparendo in maniera figa. Bravo. Continua. Persevera. Toro toro, mi raccomando.
Il fatto è che le cose seguono il loro corso.
Ci sono i fatti e i cosiddetti pensieri. E quando le cose cominciano a scambiarsi di posto. Amico, senti me. Lascia stare. passa la mano. Perdi quello che ti resta da perdere e fermati. Ti rifarai. Magari in un’altra vita, ma ti rifarai.
Adesso che la luna come per scherzo
si è infilata, piena, tra l’occhio e l’apertura della tenda. Tutto riassume le dimensioni dovute.
L’infinito è sempre utile a capire la nostra insignificanza. A sdrammatizzare lo sdrammatizzabile. Posa il telfono. Togli gli occhiali e cerca di dormire. Domani un altro corpo a corpo con la vita e la letteratura.
Non che significhi qualcosa eh, ma devi essere in forma. Voglio che quando cadrai; quando toccherai il pavimento con la guancia, ebbene, il pavimento deve urlare: cazzo che male!
La luna nel frattempo ha cambiato quadrante, ed anche io non sono più quello che ha iniziato a scrivere questa roba. Ti saluto. Vado a dormire il sonno della dimenticanza.
Che dicevo quel giorno?

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