Che dicevo del mondo?

Che dicevo del mondo?

Arriva prima o poi
Quel punto.
Il punto in cui cadono le cose. Punto.
Giuste o sbagliate. Le fondamenta franano.
Certo non a tutti. Per fortuna. Ma alle volte
Rovinano in un gran fragore metallico.
Le parole dette. I baci. Il tempo. Esplodono sotto la pressione delle meningi.
Non puoi trovare riparo né consolazione
Tu. Stai. Cadendo. A. Pezzi.
Come quel foglio di carta che un giorno
In stazione faceva mulinelli col vento
E poi la macchina lo spiaccicò nella pozzanghera.
Ecco: Amen. Disintegrato. Kaput. Arrivederci mortale!
La cosa curiosa, in quei momenti, è la percezione onirica dei fatti. Il cervello te li fa percepire come se fossi contemporaneamente attore e spettatore. Come nei sogni. Ti chiedi:
Sono io quel coglione là? Sì, ti rispondi da dietro la telecamera. Tutto regolare, fratello. Sei figo eh. Strai scomparendo in maniera figa. Bravo. Continua. Persevera. Toro toro, mi raccomando.
Il fatto è che le cose seguono il loro corso.
Ci sono i fatti e i cosiddetti pensieri. E quando le cose cominciano a scambiarsi di posto. Amico, senti me. Lascia stare. passa la mano. Perdi quello che ti resta da perdere e fermati. Ti rifarai. Magari in un’altra vita, ma ti rifarai.
Adesso che la luna come per scherzo
si è infilata, piena, tra l’occhio e l’apertura della tenda. Tutto riassume le dimensioni dovute.
L’infinito è sempre utile a capire la nostra insignificanza. A sdrammatizzare lo sdrammatizzabile. Posa il telfono. Togli gli occhiali e cerca di dormire. Domani un altro corpo a corpo con la vita e la letteratura.
Non che significhi qualcosa eh, ma devi essere in forma. Voglio che quando cadrai; quando toccherai il pavimento con la guancia, ebbene, il pavimento deve urlare: cazzo che male!
La luna nel frattempo ha cambiato quadrante, ed anche io non sono più quello che ha iniziato a scrivere questa roba. Ti saluto. Vado a dormire il sonno della dimenticanza.
Che dicevo quel giorno?

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