Dov’eravamo rimasti?(dalle conversazioni con le sedie)

noi siamo gli spettri
i vetri incrinati sui petali al mattino
noi siamo i senza speranza
non abbiamo futuro
perché non abbiamo presente
esistiamo in un intorno di un qualcosa
poi di altro e poi di altro ancora e ancora
e la vita ci trapassa come burro
e ci riversiamo negli angoli oscuri
a pisciare dietro cassonetti
in pieno giorno
tramortiti dall’assenza,
(- di cosa? soffia una voce –
ma nessuno può rispondere)
, dal peso tronfio di un qualche cieloazzurro –
noi non spostiamo le montagne
perché esse ci atterriscono di canti e di bellezza
e le fissiamo come un miracolo – come –
una stretta di mano tra due sconosciuti
che non sapranno mai di essere esistiti –
se non avessimo occhi, mia cara, avremmo qualcos’altro
e saremmo uguali a qualcosa di molto diverso
che in noi trasforma ogni cosa in altra cosa

  • e poi diciamo che la sofferenza degli altri
    è cosa assai atroce – le portiamo assai rispetto
    mentre la nostra – non la benediciamo –
    la avvolgiamo di seta e di abbaglianti allegrie
    (o almeno ci proviamo e non è detto sempre
    che lo spettacolo riesca)
    come una festa appena cominciata
    o l’ultima nota dell’orchestra da ballo
    che ci trafigge i sensi con eterna finezza
    e ci rallegra il passo la sua malinconia
    mentre ritorniamo…
    …ma dimmi, sedia della sera, dov’eravamo rimasti?
  • nella camera da letto.

Mancanza di libri

libri –
quando sono partito
la libreria non ha salutato.
(Scaffali mondoconv. figlidiputt.)
stretti e impolverati
mezziaperti e segnalibrati
ammucchiati sui comodini
sulle scrivanie – sul davanzale
della finestra del cesso.
libri nella credenza, nel mobiletto dell’ingresso
che stasera non leggerà nessuno. non io.
oh! la solitudine è più amara senza libri
senza voci amiche – senza mani tese
libri scritti per sempre e cose prima dette
e poi dimenticate. cosa importa chi le ha scritte?
quanto mi mancate. non per il feticcio
intendo. non per gli oggetti
ma per la porta aperta. per la fuga
per l’invito al viaggio e all’epopea
libri- soprattutto di poesie
di parole ammucchiate sopra il foglio
come una disperazione di fratello
come una salvezza – come un’ amica
che ti canta una canzone e salva tutti quanti
come una malattia che non parla di futuro
o di passato. come la voce che ti dice
qui. adesso. certe volte. senza voler significare
e strappa le radici dalla terra
e apre uno spiraglio nello spaziotempo
come un’albardaspaziale ma con più pistacchio
e come quella volta che spogliasti una donna
per la prima volta e ti venne da piangere.
come se il miracolo. come se l’aurora boreale.
come se la cometa di hello facesse ciao dall’altro dei cieli
e sorridesse come una matrona un po’ selvatica e
ti dicesse: guarda qua, nullezza: sei vivo su tutte queste terre
ma anche sulle altre. e qui ci amiamo.
come fosse vero. e poi lo è, come per magia e
anche gli altri. oltre questi libri. le vite. le scritture.
l’aspratti fasti delle rupi? Puppa!

UN VECCHIO QUADRO

Un vecchio quadro
scoramento
Piero Ciampi canta natale
un picchio parla a una natura morta
uh – le nuvole. una coperta.
una finestra che si apre all’occorrenza.
la neve sui monti è
un falso allarme di vittoria
il pensiero ormai è affetto da ejaculazione precoce
le cose imbiancano ma non la lingua
uh – il cielo godereccio pare dire bocca piena:
che ci importa delle pietre?
Oggi hanno portato via uno ch’era pazzo
hanno arrestato anche l’inverno – Piero:
con le ghigne di ghisa e
la piazza li ha inghiottiti come una fica al contrario
come un buco nero.
quanti sogni strappati dalle bandiere
dalle candeline della prima elementare
a chi le ha avute
e intanto vai, da qualche altra parte
più pesante, un po’ più accorto alle foglie che calpesti
tra merde dei cani che ti obbligano
a traiettorie un poco scomode
come la vita quando è salita
e il fiato si fa corto come una coperta
stesa ad asciugare e a guardare l’orizzonte
che pare immobile come un vecchio quadro

la vita ha il suo rumore

la vita ha il suo rumore
il compito è ascoltare
si resta come come un ciuffo di spaghetti
incastonati come pietre nel muro del sonaglio
dove l’atto ci è impossibile
e puoi solo vivere e nutrirti
e intraprendere conversazioni
e far di conto e andare avanti
in questo stato meta consumistico
dove l’ozio è vergognoso a causa
di una vergognosa disabitudine al pensiero
mi scorrono nelle orecchie le azioni inutili
compiute in quarant’anni
rompere un universo sarebbe una gran cosa
non passeggiare lungo il viale
vorrei restare solo senza riconoscermi
come un marciapiede – o una lapide nascosta dal cespuglio
che ogni tanto il sole scalda
il vento l’accarezza
e ogni qualche un cane lascia il suo ricordo
caldo di budella
vorrei essere come i gigli nei prati
senza conoscere né la parola giglio
né aver mai incontrato un prato.

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