Dindong

DinDong!

Io nelle foto: ovvero:
Scrivere stronzate con la luce
Senza nemmeno essere divertente.
È una malattina del nostro tempo.
Certo, soffro di qualcosa
Ma non di giudizio universale.
Poi metto a frutto il venticello
E la pioggerellina e la tenda di seta verde
Tutte cose che fanno male al sentimento
Almeno cosí pare
Allora piango nel sogno
Di un amico scomparso
O forse era la birra. Forse ero sveglio
Forse piangevo davvero seduto avanti al bar
Non che faccia differenza
Non ricordo bene Signor giudice del tempo
Mi perdoni l’ Astro Azzurro
E poi vado via da qualcuno e qualcosa
Ma non so esattamente come né dove
E certo che vorrei restare
Ma vado. Via. Come una stella fissa
Che non c’è mai stata fino all’arrivo di Hubble
Scompaio quindi per un difetto di tecnologia
Scompaio dai radar e
Resta il mio nome come un alone
Di fosfori verdi per il tempo di due bip
Nella bocca di qualcuno
E mi metto a scrivere poesie
Che poi vuol dire resto solo
E poi il tempo si fa brutto e
Qui, racconta la canzone,
mi hanno già dimenticato
E le campagne smettono di urlare per un poco
E questa tristezza che mi incattivisce
Come un gatto al guinzaglio di un estraneo
mi fa pensare alla pensilina e alla pioggia
Al tram e a un amore ballerina
A De Gregori che scrive di Pavese
A Pavese che perdona tutti
e cambia dimensione
A me che scrivo talmente di chiunque
Che potrei essere anche io
l’oggetto del racconto
Che non amo essere fotografato
Ché non mi trovo interessante
Che non ho voglia piú di giochi di parole
E nemmeno di parlare o scrivere
Allora esco come una parola
Che si fa mattina
per eludere le frasi della notte
E divento gente sulla carta
E sangue nella carne
Porto Gratitudine a pisciare per le strade
Come fosse un cane mio compagno
Di cui mai sentirai parlare
Dopo questa volta
Fermi avanti ad una chiesa
È persa anche la gara
A chi ce l’ha piú lungo
Il campanile.
Dong!

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