Il Mio Sud

l mio sud non si specchia nel mare,

il mio viale d’inverno

pare un autostrada deserta,

è la cresta della duna d’arena,

cementata dal freddo ,

è il sorriso dei tempi che furono.

il vento gelido della montagna

regala brividi di ogni sorta,

a volte un caminetto non basta,

e le voci dei bar,

che parlano la lingua della carta,

non lasciano troppo spazio

al desiderio.

la birra innaffia le parole

addobba gli alberi del viale,

mitiga il sorriso.

la notte

siamo ebeti nel paese dei balocchi,

ma,nessuna fata all’orizzonte.

perfino la musica si assottiglia

sotto il rumore delle carte,

niente qui ti regala poesia,

nel mio sud,

si paga tutto a caro prezzo.

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Randagi

Le nuvole passano lente,

Lasciano odore di ferro,

bruciano gli ultimi rossori Del cielo,

Poi si infrangono morbide,

smarrite si abbandonano,

all’idea gelida

di quei venti di terra

che tagliano per metà il viso,

per metà il cuore.

Mentre la notte illumina Il passo cieco del destino,

Le felicità esplodono Euforiche

per un arrivederci,


i lampioni ci rendono gli onori delle armi,

mentre il Papa recita l’ultmo angelus

alla nostalgia…

Come cani

aspettiamo,

a quattro zampe

orecchie tese,

Avanti alla metafisica

Macelleria della vita.


Tripolitania

Tripolitania

lettere che suonano come un cancro,

un’eco nella carne giovane di speranza

istanti prima del massacro.

vecchie voci metalliche

si levano dal grammofono dei ricordi…

il mio sdegno non guarisce,

non allevia le ferite delle madri.

Tripolitania,

titola il teatro del delirio,

la spiaggia è un deserto di carne,

l’ombrellone piantato nelle viscere

pesa quanto il piombo,

l’ombra

rinfresca la sabbia,

nasconderebbe il sangue,

escluderebbe il sole.

Anche il Libeccio abdiga,

rinnega qualsiasi idea di surf.

Sul Viaggio

muoversi è pensare

oltre il pensiero.

così, 

ogni viaggio

presuppone 

attese,

ritorni,

nuovi desideri.

La stazione è il ventre materno,

l’anonimato è un padre gentiluomo.

Compro un giornale idipendente,

bestemmio!

una bottiglia d’acqua gassata,

bevo,

dei biscotti salati,

mangio,

un pacco di chewingum senza zucchero,

gentilezze,

il miglior modo per strappare un sorriso.

L’abisso che mi abita,

quando il posto è libero,

siede di fianco al finestrino,

guarda il mare.

A volte mi fissa per ore

senza fiatare,

poi, d’un tratto,

racconta…

io ascolto sempre con minuzia,

che le cose oscure 

mi dissero,

parlano la lingua degli dei…

e se anche fosse  un sogno,

non mi tuberebbe,

che la verità,

l’architettura insegna,

è solo il punto,

 in croce

di un un riferimento.

distanze


la notte
mi porta a casa
come il fiume 
guida la barchetta di carta
fino al mare

le scarpe conoscono la strada
e i marciapiedi

danno del tu alle stelle
e ingannano l’asfalto
come geishe d’alto borgo.

il cane di Dejo
scodinzola sempre
quando mi vede rincasare,

ogni notte si regge sopra
fragili certezze…

cammino le note della ritirata
come se fossero una carica,

e guadagno il letto
come se fosse
l’unico guado
verso il mattino

mentre si spengono 
le luci dei lampioni

ogni passo spegne un nome,
una distanza.

i baci sono incidenti di labbra,
dicono…
ma il tuo nome si è incagliato 
nella secca di corallo della mia gola.

si infrange la notte
sulla soglia del mattino
come musica che sbatte 
sempre contro un muro,

e tutto mi pare una misura,
perfino i sogni, stanotte,
mi paiono distanze,
di mani,di labbra,di gambe…
sentieri di lingua 
autostrade di cosce

incommensurabili.

Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto perciò mi si presentano come decisivi. Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell’esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d’essere generale di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni.
Italo Calvino