Stanze.

Ci sono stanze d’albergo

che cantano tristi canzoni,

nascono nelle penombre acriliche 

dei tessuti a basso costo,

per  diventare,col tempo,

una languida sfumatura di giallo,

come l’odore del fritto,inarrestabile,

ricopre d’olio qualsiasi idea di cielo.

In camera mia

troverete sempre una finestra aperta,

non correrò il rischio

di lasciare  il mio sguardo

rimbalzare come una mosca,

tra queste quattro mura,

all’infinito.

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Oasi

Oasi

un tempo,
quando ero innamorato
scrivevo lunghe terrificanti 
posie di solitudine,
adesso,nessun terrore
abiterebbe la mia solitudine,
ma la certezza del deserto
che vive oltre il deserto,
distende la mia vita come un manto,
ed ogni incontro 
placa la mia sete come un’oasi,
ho la certezza intima del futuro
domani sarò di nuovo in viaggio.

Verde,niente a che vedere con la speranza.

Ho strappato di ruggine

i miei jeans nuovi,

è stato il ferro pesante

d’un pensiero di morte

precipitato al sole.

Non c’è pace,

il bianco dei miei jeans

ha uno squarcio rosso,

e tutti gli altri, intorno,

a fare festa in mezzo al prato,

che acceso di verde e di Marzo

pare inscenare distratto

la danza del mare

della dimenticanza.

tutto poi si tinge di verde,

come i miei occhi alla luce del sole

s’accendono,

così si adegua tutto il resto alla natura,

cascasse il mondo,

domani aspetteremo ancora

il filo d’erba e il sole.

Euforico un brindisi 

avrà il sapore del ferro

e nessuno più ne capirà

il motivo,nemmeno io.

Soltanto verde e sole intorno,

per la seconda volta le radiazioni

ci renderanno ciechi.

Che nessuno brindi, poi,

senza guardarmi negli occhi.

Da molto vicino.

Da molto vicino

ho visto le tue ciglia

mal sopportare il vento,

ho bevuto le tue lacrime

prima ancora  che mi bevessi seme,

ho creduto alla mia mano 

quando ti ha cercata nel sonno,

tutto così si perde alle parole.

scrivere è partire verso terre lontane,

ciò che scrivo si allontana dalle mie labbra

almeno quanto la tua bocca,

scrivere è la fine di un amore,

parlare è dimenticarlo.

Prima o poi tutto si allontana,

nella migliore delle ipotesi,

paradossalmente,

sarà la morte a sorprenderci,

a renderci immortali.

Al Sole.

ho scagliato in cielo i miei pensieri,

ho atteso la caduta palmi aperti,

la pula va soffiata via col vento

il grano è ricaduto come un fiume

fiume umido di seta,

seta di gonna, una strada senza onde,

cammino…

ad ogni passo un fiore,

ogni tre fiori un nome,

ogni tre nomi, un’era.

In mezzo al campo arde la sterpaglia sotto al sole

mentre sul corso all’ombra di un lampione

c’è un gatto nero che non teme alcun padrone.

ASPETTA PRIMAVERA…

ASPETTA PRIMAVERA …


sbocciano di neve i peschi di Mukushima
mutano radioattivi la primavera,
immersi per metà nel fango,

come tanti piccoli bonsai, le cime,rosa,
stentando la lingua cromatica della speranza.

qualcuno ha visto l’aurora appena prima dello schianto,
altri nella valle troppo distanti dai colli,
hanno aspettano sui tetti,

i quattro cavalieri del mare,sono arrivati tuonando,
brandivano spade di schiuma e nessuno scudo,
chè iddio, vigliacco, non teme l’offesa.

il rosso, in Africa, ha anticipato la stagione,
ma prima del geranio è sbocciato il fuoco,
seminava semi di piombo,innaffiava la terra di sangue.

Abbiamo visto tutto,o così ci è parso,
e chi non ha avuto gli occhi, a sud, ne ha sentito l’odore,
troppo vicini per non sentirne il pianto.

Alcuni di notte,si svegliano dal sonno, sentono decollare gli aerei,
il cherosene odora di morte,lascia posticcia una scia di terrore
diverso tempo dopo la calma del silenzio.

Cammino le strade dei primi soli di Marzo,con il cuore nero di petrolio,
fatico a gioire intimamente dei baci,e delle carezze,

ho cercato di distrarmi avanti al mare,ma era troppo presto per il bagno,
ogni cosa ha il suo tempo,mi ripeto come un manthra.

così, cammino le strade polverose della colpa,del peccato originale,
L’umanità è la legge del profitto,il migliore di noi ha radici lontane 
innestate nel sangue.

i miei passi hanno il suono del fucile,i miei gesti,
avidi, larghi, di conquista,mio malgrado, temono l’ imminente recessione,

allora mi fermo un istante avanti al mare come se fosse l’universo,
sgrano gli occhi all’orizzonte,nudo,

mi lascio avvolgere dal vento caldo del deserto,
e aspetto che ritorni ancora Primavera.

Di Michele Cristiano Aulicino o se preferisci Bibappa Lula.

la solitudine mi fa leggero il passo


la solitudine mi fa leggero il passo,

guadagno lo spazio senza contare il tempo,

la macchina è soltanto una stanza sull’asfalto.

la vita mi rigetta oltre la misura,

sogno, vivendo, la nostalgica melodia del ritorno,

ovunque mi trovi divento pensiero del pensiero,

la mia forma organica,poi,

tradisce come un crampo,

riporta il mio sguardo alla strada

e rosse si infiammano le luci degli stop,

astigmatici,sfocati oltre la  pioggia,

verticali come lance stagliate verso il cielo.

ritorno dalle terre del cuore vittorioso e vinto

ho sporcato le parole con il vino senza alcuna ebbrezza,

in ogni bocca c’è un vuoto ,

in ogni mano c’è un segno,

in ogni nome un ricordo,

tutto si sversa all’infinito nella vita,

come il vuoto  infrange sempre sopra il vuoto,

così l’assenza ingombra

riempie l’universo.

un venedrì napoletano.

ingiacchettati

lampadati

camicia trebottonisbottonati…

drappi rossi

alla finestra

giacche nere

per tappeto,

bambine nate vecchie

isteriche matrone

appesantite,

da preziosi carichi pendenti

i ragazzi impellettati 

odoravano

di bianca,

di stravecchio e bollicine.

un  conato

mi suonava la schiena

come una corda di basso,

le mie scarpe

 scendevano, come un tango

osceno, sanguigno,disperato,

per  le scale,

distanti

dai miei occhi,

camicie bianche,

come un muro,

come le notti d’un tempo,

nella periferia rovente

della mia vecchia Buenos Aires

ubriaco 

me ne tornai a casa

così,

 come m’ero immaginato.

SITA

L’ autobus che porta a napoli,parla la mia lingua.
Gli studenti fuoricorso leggono i giornali del mondo..
Le belle ragazze ,buffe si difendono con smorfie sexy troppo acerbe per essere credibili…
I più giovani spesso portano chitarre
e come me ,in un tempo futurista,
discutono di tecniche,bramano velocità…
C’è sempre uno sguardo più profondo,
Si perde anonimo al di là del finestrino,
Placido,non interroga nè regala sospiri…
Le cose belle cercano spazio,
Trovano solitudini.

Possa la mia voce un giorno…

le mie prole

risiuoneranno un giorno

come questi tasti

suonano tra le ceramiche

del mio cesso.

la mia voce

si infrangerà,

con accento marcato,

come musica

che sgorga metallica

da un vecchio

catodico,

parlerà delle mie cose

e delle vostre,

allevierà le mie pene

e le vostre,

come una brezza inaspettata

tra le crudeli  fiamme

dell’bitudine.

mi sorprenderò

un giorno

senza alcuna modestia,

e non sarò poi più contento

di adesso,

mentre siedo sul cesso

a dare aria ai pensieri.

possa la mia voce ascoltare 

sempre il mio canto,

e poi un giorno

puro come una vecchia baldracca,

spegnersi,

come il sorriso stretto

di chi ha dato tutto,

e preso, sempre,

senza aver mai

dovuto chiedere.