Sapevo essere triste in cento modi diversi
sapevo starmene in casa per giorni
evitando soprattutto gli specchi
sapevo uscire e bere fino a perdere i sensi
sapevo fermarmi in un posto qualsiasi
a guardare la gente passare e credermi ognuno di loro
sapevo fare lunghe conversazioni con me stesso
facendomi mille domande non dandomi nessuna risposta
sapevo uscire e parlare per ore con una ragazza qualsiasi
seduto al bancone di un locale qualsiasi e poi aspettare mattino
ma sapevo soprattutto camminare
camminare per ore e scrivere poesie
ad ogni accenno di allarme, ad ogni angolo di strada
ad ogni extrasistole ad ogni scossone di cielo
alle volte due parole sole tanto per potere continuare a respirare
ma poi sempre mi accadeva qualcosa:
un nuovo incontro, un sorriso, una pacca sulla spalla
e la tristezza sempre si trasformava in una sensazione
che non ho mai saputo definire se non con la parola appartenenza:
agli uomini, alle donne, agli animali, alla polvere, alle pietre,
all’universo, a niente.
Due mesi tondi
Due mesi tondi
come un giro di parole vuote
Come dire Ti AmO
Al muro della vecchia cattedrale
Che ha visto piangere i secoli
Di morte e di gioia
Due mesi tondi e
Due birre tiepide
E una panchina all’ombra
Dove il vento di mare
cantava canzoni
Al pomeriggio di turno
E noi abbracciati per sempre
Ad ascoltare rancheras
Come due cani
Come due mani
Due chicchi di grano
Una lenza ed un amo
Pasta e broccoli
la solitudine dei pensieri è una menzogna
non questa padella che scalda aglio e broccoli
c’è una verità nascosta nell’aglio – deve essere così –
e in tutte le altre cose con un cuore verde
e nei mattoni rossi e nelle ciglia e nelle tegole
nelle parole dure inverticate nel silenzio
nei muretti a secco dove lasciammo
pezzi di lingua e carne e ginocchia
e code di lucertole seccate al sole
come gli occhi
per averti troppo guardata
Niente risolto
La testa se ne va oltre la sera*
Una finestra non basta a fare una notte
Qualcuno mi disse che
Quella è la mia strada
Ed io ci ho creduto, vedi?
Avevo il cuore tenero
E un sacco di problemi
Avevo il cuore tenero
E un mucchio di problemi
Bevici sopra mi disse quella voce
Ed io seppi fare meglio
Ci avevo del talento
Seppi bere anche di sotto
E caddi e feci il rumore sordo
di una spugna con la misura colma
e mi sbucciai un ginocchio
Poi le labbra poi un orecchio e poi i pensieri
Un altro discorso è caduto da cavallo
Ci furono attimi di imbarazzante silenzio
E per recuperare ho detto col sorriso:
Io l’ho buttata lì, poi…
Ma il cuore già sapeva
Qualcuno ch’era come me
ha raccolto le parole
Dicendomi ch’erano assai belle
Ma non ero io. Non ero io
Io ero ancora alla finestra
A guardare la mia strada
E a dire che una finestra
Non vale una notte
Magari un po’ di vento ma
Niente risolto. Niente risolto.
E questo niente che ho
E questo niente che do
Il cazzochetifotte
fin dentro il cuore della pietra
vorrebbe arrivare questa voce
ma la pietra è una pietra
e questa una voce non rompe
ma scuote appena la foglia
con la forza di un passo
pigiato sulla terra con premura
– dell’amore non è più l’impeto
ma la palpebra che canta
la caduta della ciglia
– lo sguardo tremulo –
la pozzanghera sola
il falco che inciampa
la comprensione
la tenerezza
il cazzo che ti fotte.
9 ottobre 18
L’ombra schiarisce alla sera
Mentre i pensieri si addensano
Intorno a quel punto (tu cioè io) in cui
La luce diventa trapasso
Un sacchetto pieno di detersivi
Non basta a far rinvenire i pensieri
E qualcosa mi dice che forse
Ho sbagliato candeggio
Le solite domande rivolte agli dei
Cominciano a puzzare di morte
Resta sul fondo del giorno
un sedimento di voci negate
di abbracci serrati
di fiori ancora da fare.
poesianonpoesia dello spifferaio magico
peneombra
sdraiato sulla poltrona
piedi sulla scrivania
tedio domenicale che
-quantiamorifrantuma-
ingurgitato dolcissimi
e grandi imprese
fuori è tutto ribollire
dentro a fiotti
gli spifferi spingono
pelle e pareti
nell’angolo fresco
dei pensieri
e questa è la faccia
dello spifferaio magico
in barba alla finestra
e alle porte chiuse male

Davvero affanculo?
(davvero affanculo?)
mancanze
il passato per quanto non esista
scava nei miei giorni con un certo livore
così posso certamente affermare
che ciò che adesso mi manca
è proprio il mio passato
che di certo non esiste
da questo straniamento
in questa asincronia
nasce la mia ricerca
questa perenne insoddisfazione
vibra e ruota lungo l’asse dei perché
e genera pensieri centripeti e tangenti
lungo una spirale
di ineguagliabile bellezza
che poi diverge in ogni direzione
questa è sì infinita
ma spesso vuota
e lucente
e già tracciata
almeno in uno
di tutti gli universi
in cui posso pensare.
La corsetta
“Il tempo è quello che è: grandina.
Le macchine sull’acqua fanno il rumore degli alberi scossi dal vento.”
– Leggevo nella penombra del pomeriggio ed era come essere là, in quella stanza desolata della provincia delle province.
“La luce se ne va a fanculo dieci minuti prima ogni giorno. Sono solo a casa avanti ad un PC pieno di codici e di quei pensieri del tipo: potevo fare meglio di così; ma poi penso che avrei potuto fare anche peggio.
È che in fondo la solitudine me la sono guadagnata con la sincerità – Ma a chi lo dici?
Ho sempre pensato che bastasse una carezza per fare una carezza, eppure è così difficile essere una carezza quando la vita ti tira da tutti gli angoli come un lenzuolo in un bordello.
Torneranno i giorni delle rincorse sui prati e degli abbracci bagnati.
Aspetta, mi dico. Consumati bene. Avrai la pelle più liscia domani. O forse no, ma cosa importa? Domani potrai ribaltare ogni cosa, anche l’universo, se volessi…”
Chiusi il libro, fuori pioveva le prime malinconie d’ottobre. Le scarpe da corsa che avevo messo ad asciugare sul davanzale esterno della finestra, erano ancora bagnate. Vaffanculo, ripetei due o tre volte, vaffanculo. Vaffanculo.
Le calzai già allacciate, sentii il calzino bagnarsi rapidamente. Sentii freddo. Un freddo violento. Lo stesso freddo del libro. Infilai una giacca a vento, tolsi glii occhiali da vista, e di corsa, ma non troppo, mi avviai per strada a molestare il cuore.
la realtà
La percezione della realtà
per qualcuno è realtà
ognuno, dice, ch’è
la propria indefessa realtà
io non la capisco ma
la amo come posso e
quando ho cercato una colpa
ho trovato uno specchio
poi un mozzicone
si è spento
in una campana di vetro
e tutto intorno
ha bruciato
la realtà è che
il gatto del parcheggio
è entrato in casa
adesso fa le fusa alla finestra
un gatto storpio e solo
ed io non ho il coraggio
di dirgli d’andar via
che non l’amo amando
o è che l’amo amando
non so non so non so
Aterosclerosi
Stamattina presto
Guardavo l’incendio
Arricciare sul monte
_Che tetra bellezza!
ho pensato
-Non è così l’amore?
Ho detto alla mia amica
Mentre mescolavo il caffè
Tra i vapori della birra
Della sera appena passata
O non l’ho detto?
O non c’era nessuna amica
E nessun incendio?
Forse uno specchio?
Forse la birra?
