Okay okay ricapitoliamo
avevo un po’ bevuto,
era pieno di stelle
che a trovarlo un pezzo di cileo nero
manco a pagarlo oro
sotto, la citta sembrava
una di quelle qualsiasi città americane
dove c’è un dirupo
e stanno tutti con le macchine
sul filo del rasoio.
cose che mi hanno sempre spaventato a morte:
“ e se mentre allarghi le gambe avvii il freno a mano? Sono cazzi!”
però non c’erano le altre macchine
nei dintorni, né la città era americana, questo è assodato.
Ed io e te cosa abbiamo fatto?
Se non scavare una buca
nei nostri cuori malati di solitudine
Cosa abbiamo fatto se non
seppellirci i giorni e quei quattro rifiuti
e darci coraggio a vicenda
con quelle quattro parole,
“Sei bellissima! Più tu”, hai risposto,
e ci siamo messi a ridere tantissimo
e ci siamo baciati di più
che ho finito la saliva e le parole
e la benzina e pure le monete
sono scivolate dalla tasca
una cascata di luce, ho pensato,
e ti ho stretta fortissimo
fino ad avere i crampi alle mani
Know How
Io so
Prendere in mano una penna
E disegnare tutti tuoi i spigoli
E baciarli uno per uno
Io so
Rivangare l’asfalto della strada
andare a caccia di oggetti perduti
E regalarli ai poveri di spirito
Io so
Svegliarmi in una cupa mattina d’Inverno
Come se fosse l’alba alle Bahamas
Ed uscire di casa con gli occhiali da sole
Io so
Anche essere invisibile
Vuoi vedere?
Tristità tristità tristità
Annoiato
salto da Carver
a Lorca a Wallace
a Conrad
due parole di qua
due di là
la tv in streaming
trasmette cani che abbaiano
a Sanremo. Mi annoio.
Scrivo due righe
poi cancello.
Che fai? Vieni?
Non accuso più di tanto lle aberrazioni musicali
non più. Hanno sdoganato Allevi.
Non mi meraviglio né mi scandalizzo.
Fa così un bel contrasto lo sterco
con questa magnifica poesia di Raymond.
Non sta succedendo niente,
praticament’ nu cazz!
solo un cane abbaia annoiato dal balcone di fronte
e le luci dei megapalazzi quasi tutte spente,
strana cosa questa per le dieci e venti di sera.
Le scrivo due righe, mi manca una spalla,
lascio che la noia mi conquisti
pianti la sua bandiera
e lasci nelle mie parole le orme
come fece Armstrong nei sessanta.
Ecco. La musica è sempre più squallida
e leggo del mare, la mia preferita,
il lucifero dell’azzurro, formidabile satana.
Lorca. Fratelli, Antenati, preghiere
e cose più belle di me, uragani,
Rimbaud, Artaud, Carnevali, e tutti gli altri,
tutti buoni per passare la notte
per fare due storie, una pacca sulle spalle.
Un sorso di birra, una tisana e due biscotti.
Altre due righe di poco valore
musica sempre di merda, comici tristi,
tristità tristità tristità
Pazienza
Ho sempre pensato all’amore
Come a un disarmo
In tempi di guerra.
Mai sono venuto in pace
mai sono tornato in pace.
Un tempo stipavo sempre una lama
Un tempo temevo l’odore del sangue
Adesso mi porto soltanto provviste
Così da ingaggiare una guerra
Una guerra col tempo.
O tu, O un abisso.
Come sono cresciuti
i miei giorni, ho pensato.
Tracimano di vita
senza più urlare.
Com’è categorico il cuore:
O tu, o un abisso.
Che poi siete così uguali,
così belli, e tetri, e pericolosi;
ed io, sempre a rovistare
tra lo sporco dei giorni,
sempre più artigiano,
a sistemare le cose
a lucidare le pietre.
Avrei scritto stamattina
parole più ispirate di queste,
ma perché? Per chi?
E adesso? Mi senti adesso?
Again
cosa ci tiene legati
così distanti?
il pensiero e l’azione
dipendono l’uno dall’altro
e pure non si sfiorano.
cosa ci tene legati
così dimenticati?
lo sbadiglio del gatto
avanti al portone
si scrolla la vita di dosso.
ci capiamo, ho detto.
Quanti fantasmi dovrò
riaccompagnare a casa
quante ombre dovrò scoparmi
ancora e ancora e ancora?
Use your Illusion exp(n)
È bello scrivere
con l’entusiasmo
dell’ illusione
una realtà solo auspicata
più che lo scrivere
immerso nel giorno.
senza il distacco necessario
restare lucido
impone qualità da grande uomo
e io appartengo ad altra specie,
ma prima che la vita mi avrà freddato
col suo mattino sincero
ti avrò già amata almeno mille volte
e quante storie saranno accadute…
ho visto eserciti
con gambe meno lisce delle tue
giocarsi le sorti del mondo
sul palmo infinito della mia mano
Ma tu che cazzo ne sai…
Dimenticanza
Ciò che sono
è soprattutto dimenticanza
ciò che ero
è ciò che è sfuggito
ed un sacco di cose mai create
domani ancora
sarò dimenticanza
e cose perdute
sempre una cosa
strappata a una cosa.
un’altra cosa.
la stessa cosa.
Un’altra birra.
ciò che ho inteso di notte
ho dimenticato al mattino
ciò che ho generato nel Mito
torna come frusta di libeccio
ciò che mi ha beato nei sogni
lo ritrovo tra i denti a colazione
il sapore del sangue è
limatura di ferro
ma lo stomaco regge
Il passo ancora saldo
Sei ancora giovane, mi dico,
e caduto ancora poche volte.
Non potrai reggere il mondo
ma di sicuro almeno un’altra birra.
Amore, comincio a dare i numeri. (Dalla raccolta immaginaria : Poesie per ingegneri repressi)
ho cominciato a scrivere poesie
perché ho sempre amato ascoltare
ho qualcosa da dire
perché mi guardo intorno
e con buona pace di tutto il resto
se per qualche eone
sono assorbito da un solo nome
senza cavare niente di materiale dal buco
lasciato da quella cazzo di nana bianca malefica.
Poco importa…
poco importa se mando all’aria ogni piano concreto
e comincio a ragionare di iperspazi
poi dicono che la geometria e l’algebra non servono
e la termodinamica? Non la fisica delle merendine
che si limita a descrivere volgarmente le cose che cadono…
Lascio che il calcolo differenziale si disintegri sul tuo sorriso
e che la quantistica impallidisca sul tuo seno
e gli iperpiani si modellino sul tuo culo
e le tue spalle e le mie labbra così affinemente dipendenti
e poco importa la teoria dei numeri reali
se nell’infinito numerabile dei gretti
io ti guardo con occhi immaginari
e mi ritrovo perduto in quel loop
fatto di uno e meno uno
e tutte quelle i su cui vorrei tanto che tu
accorressi a mettere i puntini…
L’ultimo giorno del mondo
certi giorno scrivo minchiate
che mi turbano per un giorno intero
e le chiamo minchiate per pudore
e me ne vado per le strade commosso
come un bimbo che aspetta
qualcosa che mai arriverà
ma felice come chi non lo sa
ed in cuor mio porto una parola
un nome, da custodire, come un segreto,
l’ultimo giorno di vita del mondo.
Cronaca di un’alba annunciata
Quando verrà il bel giorno
E tu verrai da me
Aperta come un’alba
Ti accoglierò con manifesta indifferenza
Come si pronuncia una parola comune
Come “casa” “albero” “mamma”
Con la bocca impietrita
Dall’erosione degli anni
Ti darò il benvenuto
Come a una morte annunciata
Vacillerà il mio cuore immortale
soltanto un poco sfiorandoti la mano
Sarò come l’albero sulla collina lontana
E tu il sole che sorge alle spalle
che Riduce all’ ombra
Ogni meraviglia.
