Esci Cretino

Cammino lungo il corso
conciato per le feste
la gente si affolla lungo i fianchi
mi sembrano tutti liquidi e senza occhi
io non ho troppi pensieri, ho mal di testa
mi sento una boa ancorata alla cazzo…
ieri sul palco non ho sentito niente
nemmeno una sussulto. niente.
questa cosa mi lascia indifferente
ma penso ai preservativi, al sesso, all’amore:
mi infilo nell’unico bar dove non mi hanno mai visto
ordino una cosa che non ho mai bevuto
penso a cose che non ho mai pensato
parlo con chi non avevo mai parlato e
questa unicità rende più carina
la tizia seduta al tavolino difronte
ci scambiamo due sguardi che significano:
“magari fosse stato un altro periodo…”
e la cosa finisce lì
il suo bulldog obeso drizza le orecchie
fuori è successo qualcosa, il solito furto
le urla suonano come una sinfonia di J. Cage e
ho un improvviso desiderio di scrivere musica
non fosse che io e il pentagramma siamo sghembi
allora vorrei prendere il telefono e fare una chiamata
raccontare una storia ambientata nei i boschi norvegesi
ma poi desisto e scrivo
due righe sull’inutilità di scrivere due righe
d’un tratto mi squilla il telefono: ho mancato un altro appuntamento:
sospiro, dovrò inventare due scuse plausibili :
ma ho l’onestà di dire soltanto:
“Non dirmi niente, ho mal di testa da tre generazioni.”
E la voce mi dice: Esci Cretino, sono qui fuori. Ti ho visto.

Qualcosa di intelligente

Ne potremmo fare un discorso
Di rabbia e di tenerezza
Di logica e passione purissima
Di frizione tra labbra, cuore e ruggine
Di aratri e di maggesi
Di asfalti e di pietre
Di cabine telefoniche scomparse
Di vuoti siderali e
Di grandi freddi improvvisi
E di diversi aerei
E di parole inutili
E di grandi insonnie
E metafisici discorsi
Oppure potremmo cominciare a fare
qualcosa di più intelligente
l’amore, per esempio.

LA CADUTA

stamattina mi sono svegliato
dopo un lungo salto nel vuoto
piedi pari nell’oscurità
come quando ero bambino
che sognavo la caduta
e mi svegliavo col cuore in gola
rimbalzando sul materasso
questo è stato diverso
ho sentito il suono del pomodoro
che precipita da 200 piani
ed ero io il rumore
io il pomodoro
io la foglia di basilico
io il vuoto
io l’abbandono
io la dimenticanza
è incredibile come in certi sogni uno debba fare tutto da solo.

Si può fare nostalgia

Si può fare nostalgia
Con un bicchiere di roba forte in mano
E uno di acqua nell’altra
Che a sbagliare sorso è un attimo
Nel buio di un locale
(Che mi pare pure una buona metafora della vita)
Se ne può fare tanta nostalgia
Se quando esci non c’è un cane_ e piove_ e uno in cappellino ti chiede se ti vuoi alterare di meglio
E tu gli sorridi come a dire: uè sce’
e quindi passi vai avanti
E chiudi per sempre un pensiero
E non hai l’ombrello
Ma solo il calore della buona musica
Sotto al giaccone
Che se è buona aggiunge nostalgia
Sia alla nostalgia
che alla roba forte
Che già intenerisce il passo
E mentre esci ma dico proprio sulluscio
Già scrivi le due righe
Che domani avrai dimenticato
E ritroverai per caso adesso
Che hai deciso di pensare a ieri sera
Alla nostalgia e a tutti quegli affari là

Culo Vincit Omnia (So’quadro)

 

Otto ore e mezza
dalle otto e quattordici alle
sedici e quarantaquattro 
sono soltanto numeri
e non significano niente
o buona parte di una vita
è questo che ho detto al corriere
che mi ha chiesto che ore fossero
e dove abitasse la signora Taldeitali
poi mi ha chiesto se mi sentissi bene
ed io ho risposto che sì
e di stare tranquillo ché
stavo solo cercando di fare
di un nuovo incontro una poesia…
mattinata difficile? mi ha chiesto
con un marcato accento dell’est.
Abbastanza, ma non impossibile, ho risposto
ci siamo fatti una mezza risata
fino a quando la signora Taldeitali
non ha rubato la scena
con la sua vestaglia trasparente:
“Culo Vincit Omnia” ho detto, e
Chissà se almeno Il Caravaggio
avrebbe sorriso.

Sotto Natale

Ci vediamo sotto Natale
con i cappelli caldi
e le mani gelate
ci vediamo alla curva dei venti
dove il gelo è perenne
e le macchine inciampano
tra gli sguardi dei curiosi
ci vediamo al confine della ragione
dove io ho sempre il cazzo duro
e tu le mutande sempre bagnate
e noi lo sappiamo cosa significa
se ci vediamo sul bordo di una tazza
dove passano prima le tue labbra
e poi le mie e poi
si strusciano anche le ombre
e queste si sciolgono
come una nuvola di latte
… o una lingua di miele.
Ci vediamo sotto Natale
e forse mi dirai ancora, voltandoti:
“…però non farmi male”
ed io ti sorriderò con il cuore crudo
che un battito di ciglia
lo può tagliare.

Le ultime parole famose

senti che hai qualcosa da dire
due righe da scrivere
hai solo cinque minuti
tic tac tic tac tic tac
maledici la fretta
tic tac tic tac tic tac
aggrovigli le budella
col cervello
focalizzi il tutto:
due minuti ancora
tic tac tic tac tic tac
cazzo, pensi. La macchina è quasi
avanti al cancello
la intravedi dalla finestra
stanno per uscire & citofonare
e tutto quello che ti viene in mente è che potresti morire
e che hai il sacrosanto dovere
di lasciare un messaggio:
Ficaculocazzoficaculocazzo!
tic tac tic tac tic tac
hanno citof…

Ma sei scemo, Michè?

scrivere di fica e di solitudine
scrivere di solitudine e di fica
al tavolo con vecchi bombaroli
scrivere per non parlar d’amore
da che? da more, dico. Michè Ci sei?
posa quel grappino, Diosanto.
scrivere per scrivere e riscrivere
e del mare che davvero ti sputa in faccia
la dipartita dei naufraghi e del vino
che ha l’odore della mareggiata
e dei ponce versati nelle pozzanghere
ché comunque perforza il mare odora di mare
che cosa ti credevi?
Odorasse di carezza?
Ancora co’ ‘sta carezza?
ma sei scemo Michè?
curati col vento salmastro
di una donna lontana
curati donando la tua tristezza
alle strade deserte
la tua solitudine
altuo germoglio appassito
dona la tua paura
all’albero in fiore
spogliati del bisogno
di amare la donna che ami
esci nudo a mostrate la tua pelle
al picchetto d’onore dei lampioni
danza se puoi con le melodie che porti dentro
e se puoi un giorno di bonaccia
soprattutto: liberati dal mare.
E non ci rompere i bagliori. Amen!

A Sprestia

è ormai spressa la varazza
già gingiglia il rastro
al salso del greviale
e tu sgalusci nelle vestri
e slappi lo stranizzo
e scrigni e scrigni
lo scontenzio
di quistio slafilo resvilio
io divestro al nosturale
comi que lastra sfige
e ostro staci nel fabiale:
lo qui t’ravo e t’averò!

teatro

Decidi di scrivere una poesia dopo che ne hai letta un’altra
e non se ne capisce bene il motivo
forse la solitudine è aumentata di una spanna
perché il poeta è morto: anche se sai già che:
Tutti i poeti sono morti.
Hai messo su le danze ungheresi
hai la tazza di tè verde a fumare sulla scrivania
e tutte queste luci del monitor che pare Natale prima di Natale
e un sacco di notifiche rumorose dal telefono
che vuol dire comunque nessuna mano sul collo
nessuno scampolo di vita vissuta tra la gente
certo volessimo scopare scoperemmo
ma allungheremmo ancora questa solitudine d’appartamento
poi però il colpo di mano
hai comprato un biglietto per il teatro
per quindici euro esatti
e lo hai pagato a mezzo moneta elettronica
quindi ne hai stampato la ricevuta
e già sai che così eviterai di toccare denaro e
di scambiare due parole con il bigliettaio
e pensi all’improvviso che
è in altri sguardi che non incontrerai mai
il vero prezzo che hai pagato
e poi ti chiedi il perché vuoi andare a teatro
e non hai nessuna motivazione valida
che poi è la stessa che ti spinge a scrivere questa roba
ma poi pensi che la vita è così:
questa sommatoria caotica di atti privi di senso
che mirano tutto sommato al miglioramento
brevetermine dell’umore:
cos’altro potremmo mai fare altrimenti ?

Niente da dichiarare

Niente da dichiarare:

Non scrivo niente di rilevante

E cerco così di essere coerente

Scrivendo soltanto gli inutili

passaggi di tempo

Passa una nuvola

Passa una frase, un periodo

Ed è subito dimenticato

Fingo di credere a questa finzione e

Per quieto vivere corro a bere un caffè

Senza appoggiare il gomito al bancone

Senza lasciare traccia sul bordo della tazzina

Parlo il meno possibile

Mi mimetizzo con gli asfalti e con gli alberi

Fingo uno sguardo privo di domande

Non sorrido a nessuno

cerco di non sembrare triste

Sono neutrale. Occupo lo spazio

Al 99.9% composto di un vuoto ancora inspiegabile

Come argomentare meglio di così

La mia assoluta volontà di non voler capire?

Su misura

Eccomi che confeziono
Una poesia su misura
Per il fesso che sono
Ne ho lette di più belle stamane
Ma non era la mia voce a parlare
Così penso a due accostamenti
Immagino due profumi che si mischiano
E Due sapori che contrastano
Un pensiero che pulisce il palato
E la calotta polare artica
Come una cola sintetica
Cucino un pensiero
Che profuma di mare
per aver marinato a lungo
Tra gli abissi delle attese
Mi ossessionano i frutti di bosco
I Mirtilli e i lamponi e certi occhi nocciola
Una spruzzata di brandy
E… You’ll see: ti caramello un’assenza!
Intuisco tra i fumi un retrogusto amarognolo
Mandorla e timo sono soltanto
due passanti incupiti dall’ombra
Un pezzetto di coriandolo e
Lo stelo del finocchietto selvatico
Da schiacciare tra i denti
Per tornare bambino
A correre i campi
Con un piglio più adulto
L’ambulaza impazzita urla
Rum&Pera sin dal primo mattino
Domenica, hai il profumo ideale del tempo
Dell’invenzione del tedio e delle assenze farlocche
E questa puzza di culo e di caramello e di strade
che si abbina soltanto alla rabbia:
all’ arroganza egocentrica
Di questa umana esistenza

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