Goniometrique.

Amore mio dicevo
Poi tacevi e poi tacevo
Gli ingenui pensano al genio
Alla brillantezza della parola
Qualcuno che aspetta una poesia
Snocciolata bene
Qualcuno crede che conoscerti
Significhi prevedere
Qualcuno vittima dei quadrati
E delle proprie geomentrie
Al limite frattali
Si approccia all’indefinito
E fallisce inevitabilmente come può
Io credo che conoscere sia amare
Accettare Intimamente la diversità
Accertarne lucidamente la leggerezza
E non scalandizzarsi mai
Non offendersi mai
E Come potremmo?
Di cosa hai paura, uomo?
Se il peggio è il certo?
Se morire è naturale e
Amare è una risata
Strappata alla paura
Di potere avere paura?

Peperone.

Sbuccio un peperone

Cadono i semi

Nello scarico del lavandino che

Pare risucchiare anche il cuore

Come un pallina da pingpong

Trattengo il sospiro

Come una balenottera

Appena svezzata

Nessuno reclama

Uno straccio di niente

Il vento adesso è girato

Il freddo assedia la camicia

I monti recitano come alabastri laureati

Cadono alberi come capelli

Il cielo, il cielo – disegna due granchi

Poi una pipa e un coniglio

Dove sono le braccia?

Tra poco sorgerà ancora la luna

Giove Venere e Marte

scherzano ancora col fuoco

C’è aria di festa

E di storpie madonne

Ancora una volta

Si leva la voce e

Sfriccica e duole

Come un peperone

Nell’olio bollente.

Baciamo la mano!

Bacia la mano

Che ti sbudella

L’anima, ché

quella mano è santa

E tu sei un uomo

E una primavera

In fiore.

Ama la voce che

Scartavetra gli occhi

Le sue parole accecano

ma tu puoi danzare

Come un prato che trema

Di rugiada Sotto il sole.

Sposa la tua debolezza

Apri al vento la tua fragilità

E fai della solitudine

Una canzone che faccia

Compagnia ai pensieri

Di chi non ha la forza

Di non avere forze.

I giorni dei dì di festa.

Pene al pene
e vino al vino
Le feste svolgono
La funzione sociale
F(x)= 3x (birre/h)
La birra stappa
Un pensiero
E ne tappa un altro

Stringo nei palmi
Pietre addolcite dal fiume
Le ginocchia ossute,
questo mi ricorda
Che prima o poi dovrò morire.
Da molto tempo
Ho una certa allegria
Per questo argomento
E Mi intenerisco spesso
Difronte alla morte…
Altre piccole cose:
Il tappo della bottiglia di birra
Che Resta in bilico
Sul filo del tavolino
Senza cadere
Le bollicine di anidride carbonica
Che Salgono verso l’altro
Come a cercare una
Improbabile redenzione
Il perlage della schiuma
Che Rimanda a qualcosa
di sessualmente selvatico
E l’eco dei fuochi
In fondo alla valle
Che annunciano feste
A cui eviteremo di andare
I soliti interrogativi scherzano
Col tempo passato
A guardare le nuvole.
La risposta
l’avrebbe di certo
conservata Il cane
dice la voce:
se solo avesse le tasche
E il coraggio di parlare…

Qui si sparano fuochi
Come noccioline,
Ragazza.
Ho tanta voglia
Di sedermi sul cumulo
di ginestre a guardare
il fuoco scoppiare

Quantomeno…

Scrivi, dice la voce:
Prima di tornare a nascere
Voglio diventare un fiore
E prima di seccare
Voglio essere colto
Dalla mano gentile:
Reciso come un tulipano
ma con tutti i crismi!
Pensa, dice la voce:
Non è la morte
Né la solitudine
Forse il disamore
Per le cose che tocchi
A brandire selfitudini.
Comunque, dice la voce:
Prevert non scrisse
Belle poesie d’amore
Ma maestosi inni agli operai
E questa cosa mi viene in mente
Quando penso bordo solitudine
Che la cintura di Orione
È pronta ad essere slacciata
E persino Marte
nascosto dalla luna
Lascia un buco rosso
Nell’immaginario collettivo.
Parla, dice la voce:
Bisogna che qualcuno qui
Ci Spieghi l’inspiegabile
E se non ha niente da dirci
Ci parli in silenzio
Almeno d’amore.

Noi non siamo

non siamo
Acqua sorgiva di fiume
Ma corriamo densi
Di naturali peccati
Alla foce del sogno
Portiamo liquide
Montagne di
quello che fummo
Verso l’idea
Sempre sbagliata
Del ciò che saremo
Ma più di altro
Si.Amo il cammino
Si.Amo l’ombra
E La paura
E L’incertezza
Il dolore delle donne
E quello degli uomini
Che non sanno
Di essere ciò
che già sono
Tutto qui è contraddizione.
È frizione continua
È terra che sfida la terra
E Se hai paura di amare
L’incertezza che porta l’abisso
Avrai soltanto paura
Di amare e avere paura.

Allora sì

La strada chiama
Col suo grido azzurro
Le colline sono
Piccoli uomini grigi
E gobbuti
La voce delle viscere
non dà tregua
Agli amori
La pancia. La pancia:
È un cuore scampanato
Fa il suono
di certi motori scarburati
Che arrampicano universi
Con la giusta fatica
Certi giorni sono
vuoti a rendere
Certi altri
Sono vuoti a perdere
E solo questo amore ci salva
Dalle ataviche domande
Rispondendo che, sì:
Sì. Allora sì.
Vai avanti
e dietro: La scia:
La schiuma del tempo

poesia senza poesia

Finestre fuori

Poco senso compiuto

Finestrocca

Ode alla nenia

Del niente che tocca

Finestrocchi

Invece è metafora assai banale

Limite varco confine

Invece sono parole

Sdrucioline salvifiche o assassine

Questi giorni sono caldi

Da sciogliere il cielo

In una una nebbia azzurra

Rispolveriamo

Il gesto antico della mano

Che protegge lo sguardo

In bianco e nero

E che asciuga la fronte

Come un fazzoletto bagnato –

In mezzo al campo mentale

C’è uno spaventapasseri morto

E passeri che ormai

Sono rondòni grassocci

E intorno mucchi di fieno

E ferraglie spinate

Privi di spina dorsale

Qualcuno piange

l’assenza del silenzio

Qualcuno intona

Il lamento del vento

Altri piantano con livore

Idee nate già morte

Che fanno di queste parole

Una terra fredda e tombale.

Una poesia senza ombra

È dire poesia senza poesia.

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