Torna cuore

Torna cuore:
dirige il maestro: Vice Acquerello
Promossa dall’associazione patologie dal cuore e del centro anti violenze

Torna cuore
Alla frusta del pianto
Alle paturnie gioiose
Alle vestali disfatte
Torna cuore
Dalle pianure irrisolte
Dalle distanze abissali
Dalle vernici sintetiche
Torna cuore:
Con la parete in necrosi
Con l’imbuto snervato
Con il passo ubriaco
Torna cuore:
Mannaggiachitemmuort
Ché se ti prendo
Ti spezzo i ventricoli
E ne faccio soffritto.

the old built-in wardrobe

Pagina bianca
giorno in potenza
attesa di cose inattese
una frase di Victor Cavallo
mi risuona in testa da un anno:
“Voglio essere un albero di mimose,
e perché no?”
oggi sono certo che l’universo
non abbia bisogno di risposte
la sera cade sull’asfalto come un petalo
da una finestra la TV gracchia come un peto
c’è qualcosa di profondamente ottuso in questa vita
forse questo soprassedere costante
questa bellezza che sposta lo sguardo sempre in là
– tutto è inafferrabile e indefinito – sacra insoddisfazione –
che se fosse diverso, sarei morto già da un pezzo.
adesso chiedimi cosa voglio essere, coraggio!
vediamo se sai incassare bene come dici
vediamo se anche tu sai annegare senza morire.

La luna dei fessi

La luna dei fessi

Canto dal cesso
L’ inno alla fragilità
Delle cose
La lode alla dolcezza
Che solca la pietra
Alla strada solinga
Ai capricci di donna
ai cento occhi degli alberi
Dove vuoi andare ragazzo?
Dillo alla polvere…
Ai sassi piovuti
Come sventure
dal cielo
Hai scarpe sfondate
tasche bucate
E quattro parole
Dove vuoi andare ragazzo?
Torna a dormire
O mettini in viaggio
Non vedi che è buio?
La luna alta che
bacia i fessi
Ha nebbie d’argento
profuma di boschi
E di occhi di donna
É ora di andare
Basta dormire
É tempo di fare
Scalda la voce
Dobbiamo partire

Due sgabelli di pelle

Due sgabelli
Avanti al bancone
Si parlano in pellese
L’uomo delle rose
Mi sfiora appena
con un mezzo sorriso
La strada che ho fatto
Ha poco da dire
Quello degli accendini
Mi chiede come va
Io so che ha tre figli
Ed ha la mia età
Bene! rispondo
Compro l’ennesimo accendino
Un ragazzone giovane
Ordina una camomilla
La sua ragazza mezza birra
Adesso due ragazzi
Mi chiedono del “Mamamia”
O un qualsiasi altro gay bar
-The Castigo is closed today,
I’m sorry!
parliamo spagnolo e inglese
Brindiamo in svedese
Sono finlandesi
Offro un caffé a Tuba
E la vita é un posto bellissimo
Anche con uno sgabello muto.

Due parole

 

tornando a casa
leggo due poesie di guerra
poi due epigrammi di Marziale
apro il libro sul cavalcavia
scavalco-via una merda
poi una lattina sbrodolante
poi un capello bianco
poi un arrivederci
lasciato da chissà chi
chissà quando
questa città è sempre più sporca – penso
poi un po’ ridacchio
e mi viene in mente una poesia
ma che non scrivo
e che recito un po’ a mente
e un poco a bassa voce
la luce sta scendendo
dietro la stazione
i lampioni sono già sull’attenti
arriverà la scossa
e brilleranno anche loro
come i miei occhi – mi accorgo che –
ho la vita in una tasca – e
la nostalgia nell’altra
ci infilo dentro le mani
fino a scomparire
come due parole.

Periferia

puoi camminare a lungo
in periferia
senza incontrare un cane
con in corpo un po’ di vino
la falce di luna che spunta
dai buchi di una recinzione
pare un monito languido
alle cose che tremano
il cielo delle sei – a Novembre è
il periodo blu di un pittore minore
innamora noi stupidi pedoni
nell’indifferenza generale
con un sorso di vino
col ricordo di un sentimento
una guardata di donna
uno scondinzolio di cane
la falsa indifferenza del gatto
e subito si bagna il passo
e la voce comincia a cantare
vecchie melodie
che parlano d’amore e di donne
e di miserie e di eroi
fino a scorgere una luce
sul fondo dei pensieri
come un approdo felice
una carezza
in un mare di silenzio
e di cemento

Vivacchio

Il tuo profumo
Cura il mio cuore rotto
Io che non so curare
nemmeno una foglia
Io che Resto solo
Come una foglia
Io che cerco di spiegare all’albero
la bellezza della caduta
Ma che non ce la posso fare
E resto in silenzio
con un quadro
Spento in gola
Io che muoio Prima
di toccare la terra
Con le Parole
Io che adesso allungo la mano
Sotto la gonna della notte
Per bagnare una stella
E ci resto stecchito
Come un tradimento
Come quando fai esulare il corpo
E quello si fa cupo
Come un’arpia
morta di stenti
E di carogne perché
Chi ama non muore mai
Ma questi Vivacchia parecchio a lungo
… Per l’eternità

CAVALCAVIA

– no time no space
Battiato sull’Aventino
io ho superato
– da mo – la ventina
ridacchio… Vivacchio…
spuntano maniche corte
in pieno autunno
Novembre- vituperio dei giubbotti
esce un ricciolo dal vicolo
e fa rumore di cristallo che tintinna il cuore
amore mio – porta via la tua ombra
vieni qui. Arrivo…
stempero il cavalcavia
con due colpetti di tosse
lo scirocco trapassa la grata
è denso e di anima frescolina
che comunque parte il brivido
e poi metto la musica in 4G
per cambiare atmosfera
ma è troppo presto
troppo sole sul cemento del palazzo
sullo sferragliamento ferroviario
sul ferro che ricorda sempre il sangue
dell’anima dei morti ammazzati
stanotte sotto al ponte giocavano a spade
ed io passavo come una buona parola
sulle loro teste
– chissà dove saranno stamattina.

Nessuno

Novembre.
Sono fiorite le piante dell’androne
Una donna mi dice: scusami ma…
La donna mi dice lasciami stare…
E fiorisce un ibiscus e un crisantemo
E dal pavimento Il sole fa poligoni
Montano nell’aria come muri
Come blocchi di luce tiepida
Voglio essere come il Rosmarino
Nel vaso di cemento che profuma il sole
E profuma la pioggia
E forse lo sono
A cosa sei servito?
A niente. A niente
La signora anziana alle casse
Era la mia anima nuda
che non trovava il portafogli
Allora ho messo le cose a posto:
Le ho ceduto il posto
L’ho presa per mano
Le ho porto il bastone
Le ho trovato il portafogli dietro la Schiena
~Peras imposuit iuppiter duas~
un sorriso mi ha strappato da ogni terra
Ma a chi lo dici?
A nessuno. A nessuno.

La Strada

difficile saltare un metro

a due anni – e infatti saltai venti centimetri

saltai l’altezza del marciapiede –

e mi diressi verso il bar difronte casa.

Mia nonna, santa donna, mi afferrò per un braccio

evitando così che potessi finire sotto qualche macchina

poco male – mi slogai un braccio. dicono.

– “un bicchiere di birra” avrei risposto alla domanda
– Dove volevi andare?

Così in paese ti insegnavano la parola Birra

subito dopo – Mamma

Subito dopo- papà

subito dopo – pipì

e poi ridevano quando la ripetevi- manco avessi detto –

Chessò: culo! oppure: Immanuel Kant –

Avevo due anni – conoscevo poche parole e poco del mondo

ma la strada sì, la conoscevo.

Io non la ricordo questa storia, almeno non credo

le immagini che ho in mente

credo di averle ricreate con i racconti,

d’altra parte non difetto certo di fantasia…

ma mi è venuta in mente proprio adesso

mentre ho un calzino da corsa ed uno di cotone blu

e sto in mutande tra un colpo di tosse e l’altro

e in sottofondo la musica di un sax e fuori la pioggerellina

e la strada che mi chiama come faceva un tempo

come ha sempre fatto.

E la donna, che ho amato da prima che nascessi

cammina su chissà quale strada – adesso –

In mezzo alla gente è il mio posto – dove sennò?
La sentite? Uh! Suona come un’aria – è la strada.

Treno

Treno
Questo strumento che ci separa
Come un filo di piombo
Cuce i giorni alla terra
E ne fa futuro
Il tempo a cui mi rapporto
Non è di questo mondo
Appartiene a te
– alle cose che innamorano
Se guardo il filo d’erba
Oggi – vedo l’universo
E la grandezza
Sempre mi commuove
attraverso te le solite cose
Hanno luce diversa
– Ciascuno ha le sue porte
E questa solitudine gentile
Che scalda il cuore
E le mani – come respiro
In un campo innevato
Parla una lingua antica
A cui ricorro – per dare voce
Alle cose oscure
Alle ore morte
Alle persone vive
Ai pozzi dimenticati
Con solo un palmo d’ acqua
Sul fondo fermo
del giorno.

I morti

Le tegole di una casa spinte dal vento
come foglie – sento –
il profilo delle montagne quando c’è luna
il fianco, il tuo, in penombra
la mutanda con l’ananas e
l’albero con le sue radici ferme e
certe parole che tremano come corde
e certe corde che suonano come una vita
pizzicata dagli eventi
lapidi e casette di cemento
c’è uno spazio col mio nome
ma è decisamente troppo piccolo
oppure è troppo grande e freddo
vorrei stare tra i cipressi e fiori i secchi
e i vasi vuoti – e senza nome
come i giorni senza amore
e il cancello del cimitero freddo d’inverno
e rovente d’estate
e la mano che lo chiude e che lo apre
e il passero che becca i pochi semi
e le mani che si cercano come formiche
e il mio cuore gonfio come una zampogna
e il suo canto stridulo – più adatto ad un lamento
che a una serenata, magari ai morti,
Ecco. il mio cuore canta ogni giorno la serenata ai morti
– amici miei – non abbiate fretta – tornerò
a battere il terreno – tornerò tra fiori dei pensieri
con allegria nuova – col mio eterno canto
vivo tra i morti e morto tra i vivi
a camminare – su questo filo d’ombra
che ci regala il sole.

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