La Peste – Storia di zoccole.

Eravamo seduti fuori
ai tavoli al bar
Quando la gente ha cominciato a urlare
E a fuggire in ogni direzione.
La juve aveva appena pareggiato
“Qualcuno avrà avuto un malore”
Date ultime le prestazioni sportive…
Ho pensato. O una caduta.
Un micro attentato dell’ I.R.A.
(Irascibil Republican Army)
Una capata sul naso di qualcuno:
Niente di tutto questo:
È un topohh! Sento urlare.
Un topoh!
Mi avvicino per vedere la bestia.
La fiera: tre centimetri di roditore fulvo
Nascosto sulle assi di ferro della panca pieghevole.
Due occhioni neri spaventati come
Mio nonno in trincela durante la
Campagna d’Africa. Così me li immagino quei tempi.
Tra un “che schifo” e un “ammazzalo”
Mi avvicino con cautela alla belva.
Cerco di tendergli una mano. Faccio l’amico:
“Ché di topa…” Direbbero gli amici livornesi…
(Omissis…)
Cerco di rassicurarlo avvicinandomi lentamente
Pronto a concordare con la folla un cordone umanitario…
Ad un tratto accade una di quelle cose che accadono solitamente nella mia vita.
(Suppongo anche nelle vostre, ma questo è un mio scritto, quindi…)
Il colpo di scena, la poesia, l’imponderabile.
La belva salta sul mio pantalone, gamba destra altezza polpaccio. Poi si arrampica fino alla tasca. Gli sbarro il cammino col palmo. Retromarcia. Giù rapido fino al ginocchio. Intanto cammino, tra lo schifo generale, con la gamba tesa a mo’ di protesi, fino alla strada;
come Marlow sul fiume Congo:
un po’ uomo, un po’ battello, un po’ Nastro Azzurro ( Si sente l’odore dell’adrenalina. Del 1789. Di quando rotolavano teste giù dalle piazze.).
Quattro o cinque lunghezze, al passo dell’ oca, soldatino di piombo. Immaginate le urla.
Un topolino fulvo e selvatico di tre centimetri che si fa dare un passaggio in piena notte da uno sconosciuto! Arrivati alla fine del marciapiede, dopo un gesto di intesa immaginario, decide di correre fino alla scarpa e fuggire via verso la libertà.
La peste nera, ho letto da qualche parte, la peste bubbonica, non è mai stata debellata. Ancora oggi, in Africa e soprattutto nelle sterminate praterie del Sud America, qualcuno ancora ci lascia le penne. Come saprete, proprio a causa delle pulci che abitano le accoglienti pellicce dei simpatici roditori.
Ma sì, chi se ne frega. Ieri sera ho capito il vero prezzo della poesia. la Peste.
Ciao amico topo. Salutami quella grande “zoccola”che ti ha generato, quando torni a casa.
E ricorda che i bar, ad una certa ora, non sono posti per criceti. Fatti furbo. Scegli la vita.

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