Il Gatto

Il giorno
le pochezze del cuore
i piccoli affanni
i capricci
le lotte
la solitudine
gli ideali
gli operai
i capitani d’industria
le cavallette
i blues brothers
e poi un cane che si lecca
dopo aver espletato
le proprie funzioni fisiologiche
al centro del corso
felice come una pasqua
in mezzo a tutti gli altri bipedi
l’unico
Ed io, il gatto,
arrotolato nella paglia
la galassia.

Genevieve

Ieri notte ho sognato di essere
in un quadro di Alberto Sughi,
appoggiato al bancone del bar
in abito grigio
avvolto dal fumo di sigaretta
che non ho mai fumato
e dal colore del legno e dei vetri
e tu in abito blu
seduta per metà sullo sgabello
tentavi di dirmi qualcosa,
la stessa cosa che oggi
avresti dovuto dirmi,
intervenendo da quella dimensione
sghemba dalla quale ti fai viva
come una voce fuori campo,
quando parlando con Genevieve e
col suo inglese troppo francese
ad occhi bassi mi ha detto :
“ce poème est merveilleux”…
“mi piacerebbe l’avessi scritta per me”
mi ha detto, arrossendo “i’d like…[
Avresti dovuto rivendicare i tuoi atti terroristici
avresti dovuto dirmi
la stessa cosa che tentavi di dirmi ieri notte
in quel quadro di Alberto Sughi
mentre la cenere che non ho mai tollerato
si ammucchiava dalle labbra al bancone;
Almeno adesso avrei un motivo valido
per non innamorarmi della bellissima Genevive.

Ceicoschi

Scrivere diventa impossibile
Tchaikovski, lo capisci questo?
Ceicoschi
scrivere è impossibile
tu suona
i tuoi giri di valse sentimentale
io suono i miei
scrivere è impossibile
ceicoschi
dove sarà lei?
Ceicoschi?
Sotto quali tetti
ignorerà il mio nome?
Oh! Certo Ceicoschi
certo! Adesso glie lo chiedo,
ma rischio di essere
cacacazzo, ceicoschi!
E pure il cuore sussulta
e funge, sussulta e funge!
E non c’è gesto liberatore
da fare, se non l’amore
Ceicoschi! Ma tu, Ceicoschi
che ne sai tu di internet
e di come la velocità ci stia fottendo il cervello?
Fammi girare Ceicoschi
in un tuo valse senza sentimento
fammi tornare ai vecchi fasti
quando la parola arrivava dopo un mese
ed era un mese di morte, dopo
ceicoschi, fammi girare ancora,
Ceicoschi.

Era bellissima…

Lei era la mia Odissea
la mia impresa memorabile
avere a che far con lei
era attraversare il pacifico a nuoto
contemplare l’universo
seduto sulle sue labbra
fare un pic nic su di una zattera
a Capo Horn
Era la mia palestra sentimentale
il mio sparring partner
il legno da rosicchiare
per i miei denti da castoro
Il guinzaglio del mio Ego
era bellissima
un gran rottura di coglioni

adesso pubblico un libro!

Ogni tanto mi sveglio e penso:
Bene, adesso pubblico un libro!
Poi penso a quei poveri alberi abbattuti alle selezioni da fare tra le millemila scritturosità, alle cavallette, alle tette, al caffè, alla tauromachia, alla ricerca di un editore, a quella cretina ( mi dilungo sull’argomento), poi faccio una pausa e ricomincio… E alla fine mi faccio un caffè-

Poesia più di compagnia che d’amore

lo insegnano le lettere
iouuweiiwhdfwpiouefrdfuhaowid
òoiadhoaifhofihoihfa
oasihfapoifhapofih
non significano niente
ma tutte così vicine-viciò
nonostante gli spigoli> le virgole, i punti…
lo dicono pure le lettere
quando arrivano
dove arrivano, sempre
in un posto vicino.
Così le ho scritto un biglietto
“AJUSHIDFUHGSLHUDF”
HA RISPOSTO : ?
e ho capito tutto-
ho riporovato
Volevi dire “!?” ?
ha ri-risposto: ?
Niente da fare.
Un Whiskey, doppio!

Okay Okay Ricapitoliamo…

Okay okay ricapitoliamo
avevo un po’ bevuto,
era pieno di stelle
che a trovarlo un pezzo di cileo nero
manco a pagarlo oro
sotto, la citta sembrava
una di quelle qualsiasi città americane
dove c’è un dirupo
e stanno tutti con le macchine
sul filo del rasoio.
cose che mi hanno sempre spaventato a morte:
“ e se mentre allarghi le gambe avvii il freno a mano? Sono cazzi!”
però non c’erano le altre macchine
nei dintorni, né la città era americana, questo è assodato.
Ed io e te cosa abbiamo fatto?
Se non scavare una buca
nei nostri cuori malati di solitudine
Cosa abbiamo fatto se non
seppellirci i giorni e quei quattro rifiuti
e darci coraggio a vicenda
con quelle quattro parole,
“Sei bellissima! Più tu”, hai risposto,
e ci siamo messi a ridere tantissimo
e ci siamo baciati di più
che ho finito la saliva e le parole
e la benzina e pure le monete
sono scivolate dalla tasca
una cascata di luce, ho pensato,
e ti ho stretta fortissimo
fino ad avere i crampi alle mani

Know How

Io so
Prendere in mano una penna
E disegnare tutti tuoi i spigoli
E baciarli uno per uno
Io so
Rivangare l’asfalto della strada
andare a caccia di oggetti perduti
E regalarli ai poveri di spirito
Io so
Svegliarmi in una cupa mattina d’Inverno
Come se fosse l’alba alle Bahamas
Ed uscire di casa con gli occhiali da sole
Io so
Anche essere invisibile
Vuoi vedere?

Tristità tristità tristità

Annoiato
salto da Carver
a Lorca a Wallace
a Conrad
due parole di qua
due di là
la tv in streaming
trasmette cani che abbaiano
a Sanremo. Mi annoio.
Scrivo due righe
poi cancello.
Che fai? Vieni?
Non accuso più di tanto lle aberrazioni musicali
non più. Hanno sdoganato Allevi.
Non mi meraviglio né mi scandalizzo.
Fa così un bel contrasto lo sterco
con questa magnifica poesia di Raymond.
Non sta succedendo niente,
praticament’ nu cazz!
solo un cane abbaia annoiato dal balcone di fronte
e le luci dei megapalazzi quasi tutte spente,
strana cosa questa per le dieci e venti di sera.
Le scrivo due righe, mi manca una spalla,
lascio che la noia mi conquisti
pianti la sua bandiera
e lasci nelle mie parole le orme
come fece Armstrong nei sessanta.
Ecco. La musica è sempre più squallida
e leggo del mare, la mia preferita,
il lucifero dell’azzurro, formidabile satana.
Lorca. Fratelli, Antenati, preghiere
e cose più belle di me, uragani,
Rimbaud, Artaud, Carnevali, e tutti gli altri,
tutti buoni per passare la notte
per fare due storie, una pacca sulle spalle.
Un sorso di birra, una tisana e due biscotti.
Altre due righe di poco valore
musica sempre di merda, comici tristi,
tristità tristità tristità

Pazienza

Ho sempre pensato all’amore
Come a un disarmo
In tempi di guerra.
Mai sono venuto in pace
mai sono tornato in pace.
Un tempo stipavo sempre una lama
Un tempo temevo l’odore del sangue
Adesso mi porto soltanto provviste
Così da ingaggiare una guerra
Una guerra col tempo.

O tu, O un abisso.

Come sono cresciuti
i miei giorni, ho pensato.
Tracimano di vita
senza più urlare.
Com’è categorico il cuore:
O tu, o un abisso.
Che poi siete così uguali,
così belli, e tetri, e pericolosi;
ed io, sempre a rovistare
tra lo sporco dei giorni,
sempre più artigiano,
a sistemare le cose
a lucidare le pietre.
Avrei scritto stamattina
parole più ispirate di queste,
ma perché? Per chi?
E adesso? Mi senti adesso?

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