Ogni tanto

Ogni tanto scrivi proprio quello che volevi scrivere
Ed è come un coro festoso il cemento intorno
E non lo sa nessuno
E ti viene da ridere
Come se avessi fatto della vita un buon lavoro
E non ti vergogni di essere un uomo
Che parla coi muri e gli alberi
Che dà del tu all’asfalto
E Che aspetta da anni
Una risposta sincera
dal profondo dell’anima
e dai divieti di sosta.

​Dici che è amore?

Ogni tanto una ragazza:

Una donna che pensa di me 

Cose che nemmeno io so 

Mi prende la mano

Ma io subito rimetto le cose a posto:

Sono il peggio che ti possa capitare

E poi mi dice che ho uno sguardo che fa paura

Quando lo viro cattivo

E mi prende l’altra mano

Ma io so di cosa parlo, le dico:

Che sono stato baciato dalla morte un giorno

E ho una canzone inconsolabile nel cuore

Che mi fa innamorare anche delle cicche smorte nei posacenere

E che a volte cammino sotto falso nome per le strade

Come fossi il nonno di mio nonno

Sputato da qualche miniera della Pensilvania

Sai cosa voglio dire?

E poi lei mi bacia sugli occhi

E sento qualcosa nelle mutande

Come un gatto che fa le fusa al sole

Ma con più tenerezza. 

Dici che è amore?

tour operator “Munnezza Travel”

 

per buttare l’immondizia
zaino in spalla ho incontrato
3000 000 000 di formiche
e queste mi hanno detto:
della grossa crisi del grano
che manco l’America degli anni 20
delle bolle di sapone che minacciano il mercato
e della sanguinaria guerra con le blatte
la gatta nera del vicino
ha miagolato tutto il tempo
Abbasso la cicala recitavano le scritte sui muretti
que viva la cHicala Siempre
recitavano le scritte sulle foglie
il solito gabbiano appollaiato sul lampione
col becco sporco di sangue
in abbiocco post prandiale
qualcuno ha acceso il motore di un’auto
appena son passato col sacchetto dell’organico
ha tremato un poco l’asfalto
e i cipressi più alti delle case
cantavano il buongiorno ai feriti di tutti i risvegli
Con “Munnezza travel tour operator”
viaggi disorganizzati su campi minati
casa bidone — bidone casa
molto più di ciò che avrei sperato di vedere
& prezzi modici & professionalità & interpreti
per ogni intellegibile scherzo del destino.

Polifemo

Ho passato tutta la notte
a scrivere una poesia
che fa cagare e
Che non volevo scrivere
E che forse non ho scritto
E forse l’ho soltanto immaginata
non solo come poesia
Ma proprio come galassia
Spalancata tra me a il giorno
Stamattina dopo aver finto
Una lauta dormita
Col mio inconscio
Avevo i crampi alla pancia e poi
Spalancate le finestre
Il sole mi ha bruciato una cornea e
Adesso sono dieci minuti che penso:
Beati monoculi in terra caecorum
Beati monoculi in terra caecorum
Beati monoculi in terra caecorum…

Casa Nuova

una casa nuova
il cortile e il vicinato
coi vecchi ferrovieri sempre un poco zoppi
ci salutiamo come si faceva una volta
i treni che ogni tanto li senti passare
sembrano dire: hai ancora molto da vivere!
gli aerei più vicini invece fanno solo più rumore
il gatto nero che piscia
sopra ogni maglia caduta
dai fili stendipanni
mi pare una buona metafora della vita
e qualche volta se il vento è giusto
arriva l’odore del mare
non so se mi spiego:
lenzuola stese e odore di mare
una siepe molto verde e un cipresso molto alto
e tu piena di lentiggini ancora da censire
irrompi come un postino gentile che recapita bei libri
ma con più sorrisi e lino sottile e capezzoli allegri
e passi veloci che tagliano per metà il silenzio.
poi ogni tanto un’auto parcheggia sotto la finestra
qualcuno scende e sospira
si scolla la stanchezza di dosso
e il gatto che piscia le maglie
l’accoglie con un miagolio sincero:
anche oggi è svangato.
Il cortile è un vecchio fremito social democratico
il gatto nero è la mia giovinezza
i treni invece, sono sempre treni.

Penombra

la penombra delle case d’estate
ricorda il fresco di certe cappelle
di certi cimiteri di paese
dove senti il fresco della terra
e il ristagno dell’acqua dei fiori
i pensieri si tacciono per un momento
e c’è solo quella voce antica che
ti fa ridere da quando esiste Troisi:
“ricordati che devi morire!”
dice la voce,
e tu sorridi e parlotti da solo
e coi muri e coi morti
“Sì Sì, no, mo me lo segno proprio, c’ho una cosa… Non vi preoccupate!…” ti dici
e quindi sei solo a vagare per la stanza
e come gesto apotropaico
col sorriso spalanchi la finestra
e c’è quel sole che spacca per metà gli sguardi
e ad occhi chiusi come fossi appena nato
cominci a salutare la gente che passa
ché a occhi chiusi siamo sempre tutti più fratelli
e c’è quel pensiero mentre li metti a fuoco
che ti monta una supertenerezza nel petto
questo fatto che anche loro come te
dovranno morire presto o tardi
e menomale che almeno li ho salutati
pensi e poi ti gratti anche per loro
ché sia lunga vita pure ai rompipalle
sì sì pure a te che mi svegli con il tagliaerbe
alla domenica mattina.

Per 1000 anni

Volere è podere

Volere è possedere

Io non volli sempre volli

fortissimamente che non volere

E non ci riuscii

Ché la sete è sempre alta

La carne ancora fresca

Il cuore sempre fine

E le paure mi parlano

di stelle e distanze

Per voce della poesia

Ho dimenticato ormai l’ultima carezza

E da tempo che molto vivo vago per paludi

Disseminate di miei cadaveri passati e futuri

Altri hanno addirittura un’altra faccia –

Ogni tanto mi punzecchio con un piede

Come si fa coi cani troppo sporchi

Come stai fratello? Mi dico

Non c’e male, rispondo

poi torno a morire

Per altri mille anni

AB Carver

Mi piacciono le poesie di Carver perché significano sempre che
la poesia è cosa di tutti
Ma non da tutti
Mi spiego:
Beh, alcuni certe volte li vedi spingere un’automobile in panne
E loro lo vedi che
credono davvero di stare spingendo
soltanto un’automobile
da un punto A ad un punto B.
E dopo neppure gli viene in mente
di andare al bar per dividersi una birra.

Lamento per una amica mai conosciuta. (in memoria di Z. M.)

non si vive mai forte abbastanza
non si vive mai abbastanza
tutto è sempre troppo poco
e quando sembra bastare
subito soverchia
non c’è misura nella vita
non siamo mica stelle
coi nostri megaparsec
incolonnati verso l’ oltrespazio
ma nemmeno carne e fica
e piedi rotti e vino
talvolta siamo solo distanze
tra niente e niente
e a farsi domande
e a finirci dentro
è un attimo
figuriamoci a vent’anni
quando il cuore è ancora fine
e la strada un abisso affilato
e il tuo nome è ancora sconosciuto.
che ti sia lieve il passo
lieve l’oblio
lieve anche l’amore
che sia lieve tutto ciò
che fu macigno
groppo di pietra
acqua di pozzo
di ago uno stelo
di lama un palmo
e del silenzio
solo la carezza.

che cazzo mi guardi?

provo tanta pena per ciò che sono
e per ciò che non sono
per ciò che voglio
che è indefinito
per ciò che non voglio
che è più luminoso
il mattino si spacca
come marmo sul cuore
e c’è la solita voce che dice:
o dentro – o fuori!
ed io sono sempre
fuori da qualcosa
e dentro un’altra cosa
e non so mai dove sono
se dentro una preghiera ai petali morti
o fuori di un inno alle cose in bilico
che restano in cielo per secoli
con occhi minacciosi
e che non cadono
non cadono mai
-che cazzo mi guardi?

Parlo coi libri

Un’altra notte a parlare coi libri
A volte i muri cercano di sbirciare
Qualche buon rigo da dietro la tenda
Ma io glie lo impedisco
Ché se dopo aver parlato coi libri
Avessi bisogno di parlare anche coi muri
E questi nel frattempo leggessero
non avendo più tempo da dedicarmi?
Col pavimento ci parlo solo da ubriaco
Confortante l’odore di lisoform freschezza alpina
Porte e finestre non le trovo adatte allo scopo
Stasera un libro mi ha parlato di un fiume lontano almeno sette vite
Ed io invece sono solo alla terza
Solo al pensiero mi si intrecciano le dimensioni
Questo fiume accogliente
Che ti sveglia col suono delle barche
e delle onde sulla riva
E col pensiero dei salmoni che risalgono
Fino tuffarsi nel cervello
Fino a deporre pensieri nuovi di zecca
sul fondo di un posto tranquillo e poi morire
Con la brutalità vergine che si concede solo la natura
Questa cosa mi tiene sveglio per ore
Come se fosse la cosa più importante della mia vita
E forse lo è.

piccoli a piacere

le domande cadevano
come gesucristi dalle croci
E i pomeriggi fluivano senza risacca
E quello che chiamavamo tempo
Non era che il succedersi
Di turgidi scampoli di vita
Che ci tiravamo appresso
come piatti di vetro tra amanti rabbiosi
-Ma non era rabbia
E poi stanchi, alla sera
Di quei giorni immaginati
Sempre diversi,
Ci facevamo vicini
Come numeri interi
numeri Naturali
piccoli a piacere

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