Come uno zingaro

all’ombra di una canzone estiva
uno zingaro è seduto alla luce del fuoco,
un ricordo fatto persona
ha bruciato il vecchio Luna park.
qualcosa è andato storto, non è andato.
Tutto intorno, una distesa di campi,
profumano una mesta solitudine.
all’orizzonte le ombre nere dei colli,
un cigno che gli copre le spalle,
nell’aria c’è  zucchero filato

le stelle gli misurano i polsi, ma

la strada gli ha allungato la vita.

 

 

Chiamalo se vuoi… Megaparsec

quando se ne andò

esplosero stelle e pianeti

in quell’universo silenzioso

che si portava dentro.

quando se ne andò

non fece troppo rumore.

no fu la tempesta

che smise di piovere,

né un tramonto

che portò via la luce.

fu una brezza leggera

che smise di rinfrescare

nel mezzo della notte.

alcuni, beati, continuarono a dormire,

per altri la notte non sarebbe

mai più stata la stessa.

quando se ne andò

l’orizzonte piatto

divenne una parabola,

poi un punto, una vibrazione, una curvatura

ed egli una misura di lontananza

per distanze universali.

preghiera del 25 Aprile.

fa’ ch’io mai mi liberi
oh signore delle liberazioni
di codesto palpito
che m’infonde il buio negli occhi
fa’ ch’io soccomba con onore
di questo lutto che mi porto in seno
fa’ del cielo la mia bara
e la terra spruzzata di birra
germoglierà con le mie ceneri
fiori nuovi, rossi e carnosi
ma meno stupidi di queste rose
ch’ hanno perso petali
ai primi appuntamenti.

Inazione vulgaris

quando le cose vanno male
siamo tutti là a spolverare vecchie frasi
di chi ha lottato e perso, oppure ha vinto,
ma comunque in un tempo lontano.
cerchiamo consolazione sempre più nella parola
e sempre meno nella lotta, nell’azione.
Ci vogliono far credere che la protesta sia volgare,
o meglio, hanno dato alla parola “volgare”
che porta una nobile radice, una accezione negativa.
Ci hanno resi pigri e svogliati
qualsiasi gesto creativo e libero
si porta appresso il peso della montagna.
Queste parole sono inutili
se poi non ci alziamo per andare
a pisciare negli androni dei comuni.

isolafelice.

tu sei la mia isola felice!

le disse,

anche quando mi hai reso triste,

sconsolato e solo.

tu sei la mia isola felice!
(una carezza per gli occhi)

ed io ogni giorno vengo

e porto cose, che solo tu

puoi custodire, senza dovere 

mai chiudere alcuna porta.

Erode.

non sarai tu ad uccidermi, amore

né sarai tu ad abbattermi, solitudine

le pene che sconto sono due

la mancanza di occasioni

e le occasioni mancate.

entrambe non  mortali.

Forse la politica con i suoi orpelli

mi affamerà di una fame vera,

fatta di bramosie di pane

e terrorismo nero.

mettetevi dunque in fila, 

amore, solitudine e velleità sentimentali,

prima di voi risuonerà la bomba,

ma vi affido comunque il grato compito

dell’acqua  e del vento che porto dentro.

a voi la mia erosione.

che arrivi tardi  il giorno

e ch’ io sia consumato sorridente e vuoto.

AMO

bramo scrivo penso 
e per certi versi amo
senza sapere né cosa sia l’amore
né averne mai parlato con certezza
la mia incoscienza desidera
al di fuori dello spazio e del tempo
in quel posto che ipotizzo esistere come un dio
come un sentimento di cui ne posseggo la fede
ma che si fonda su tre fragili briciole di incertezza
mi chiedo cosa sia vero e cosa non lo sia
senza accennare a rispondere
e tutto intorno tace
come in una veglia funebre
ma densa di attesa e di ritorno
in una eterna partenza.

c’è morte in tutte le cose

il mio tormento è fatto di bene.

non è un pensiero marrone.

la bellezza che non ti posso dire

è una spina di veleno nel fianco.

c’è morte in tutte le cose,

il sole che invita a chiudere gli occhi,

tu che mi baci ed io che chiudo  gli occhi,

c’è morte in tutte le cose,

la tua bellezza, anche domani,

mi fucilerà all’alba senza preavviso.

c’è anche  bellezza in tutte le cose,

ti ho preso la mano

in questo stagno di attesa

e tu mi hai sorriso ed io ti ho sorriso

ed anche la morte ci sorride.

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