Conosci gli uomini non da cosa desiderano ma dalla maniera in cui lo fanno
indigena
Conosci gli uomini non da cosa desiderano ma dalla maniera in cui lo fanno
indigena
se soltanto la vita non ci avesse contaminati
con le sue miserrime futilità-
adesso saremmo piegati a celebrare il ragazzo,
il suo primo tuffo nell’acqua gelata del fiume.
Ecco il battesimo, il volo, il mistero,
il freddo che toglie il respiro, l’acqua,
l’infinito, la morte, la gioia.
Di sottecchi, al riparo dal sole,
una ragazza lo ammira,
sente un prurito nel petto, ed
eccovi servito anche il miracolo-
e tu che guardi? E tu che scrivi?
tu che passi e non ti fermi?
cos’altro volere?
La bellezza è una fissione infinita,
va a braccetto con la termodinamica.
la vastità dell’universo forse non può essere compresa,
ma la si può scorgere bene, in ogni angolo di vita.
Piccole cose? ti pare poco?
– mormorio di un popolo-
– questioni di soldi –
– si deve pur mangiare –
– c’è bellezza anche nel compromesso a regola d’arte –
– c’è bellezza ovunque –
Poi, mia adorata, se impazzisco, non ti lamentare.
tu che mi lasci tra le macerie di tutti i sabati ,
senza un bacio, o una buona parola che mi tenga a galla
fino alla caduta della notte.
Io, qui, precipito nel vortice dei miei pensieri
senza una guida, è l’anarchia del cuore,
E ti scrivo quattro righe dall’ occhio del ciclone
Che entro domattina avrà raso al suolo
tutto ció che ho visto, sentito e lasciato.
Il mattino mi suonerà come una zampogna
gonfia di birra, e la mia parola sarà un cazzotto,
l’ennesimo, spento nel vuoto.
Niente in fondo mi piace come le cose che accadono durante i giorni normali, anonimi, lontano da ogni aspettativa, dagli eventi, dai viaggi, dall’eccezionalità.
la poesia è nelle cose e negli uomini,
non in quello che viene scritto di esse,
ecco perché la poesia non avrà
mai una spiegazione
se non l’esperienza stessa di vivere.
La poesia non si comprende,
si percepisce attraverso i sensi,
come la luce e il vento e l’oscurità.
Evoca, ogni volta, quello che siamo veramente,
mettendoci a nudo di fronte ad uno specchio
lontano da occhi indiscreti,
perciò ci emoziona, ci spiazza,
ci spaventa e ci innamora…
e sempre mi ritrovo
nudo e curvo e ubriaco
a pregare come Golia Abelardo
il dio che mi ha fatto grande,
e le mie parole si fanno atroci
e indomite e furiose
e lontane di significato
e disertano il compromesso
e urlano come bestie dannate
la tenerezza che mi ha ferito a morte
e che ristagna e fermenta
e che matura nel tempo
una passione sfrenata
poco adatta all’invecchiamento,
avanti ad una porta socchiusa.
Certe storie sembrano scritte da gente priva di fantasia.
Il desiderio diviene rabbia, poi repulsione, e infine indifferenza.
Tutto è lineare, scontato e senza colpi di scena. Certe storie non hanno niente del genio, non hanno posto per le follie sentimentali, sono troppo sottili queste anime, profonde ma discrete, non alzano la voce, non c’è il delirio della passione e la morte le sfiora appena con quel vento carico di indifferenza che comunemente chiamiamo tempo.
E pure, in piena allucinazione, si erano visti i grandi tumulti, le maestà delle primavere dentro quei petti, la forza inarrestabile della verità, che pareva sommergere ogni cosa…
Le droghe, le droghe! Sussurrano gli angeli, le droghe che non hai mai usato, o quasi mai, perché, palesemente, non ne hai avuto bisogno… adesso hai capito il perché?
SÌ, mio malgrado, ho capito amici miei…
ho capito…
la notte mi ha detto
che valgo un pugno di mosche
ed io le ho creduto
senza battere ciglio.
una donna mi ha trattato
come fossi un pugno di mosche
prima mi sono risentito
ma poi ho lasciato fare.
Tanto una volta ho visto anche dio
crocefisso da un pugno di mosche.
conservo dentro di me
una voce antica,
una voce forte come una terra,
maliziosa come una coppia di amanti
che riposa sotto l’albero,
calda, come il sole di Agosto,
acuta come il ferro
che picchia sulla pietra,
una voce di campo, roca di fatica,
di mani infilate sotto le gonne,
e di occhi vogliosi alla domenica mattina,
e di vino versato sulla camicia sudata,
una voce piena di vita, e di antica poesia,
la stessa voce con cui ti dico
“buongiorno, amore mio.”
o “vaffanculo”.
sono lontani i tempi delle sirene.
l’altro ieri pare l’anno scorso.
ogni cosa mi sembra assai lontana
così ho scritto sul mio petto
l’avviso d’un retrovisore:
« the objects in the mirror are closer than it appears »
perduto nella vecchia deriva
dove arrivano a soccorrermi
solo le parole del poeta
come una condanna alla luce,
sono rose piene di spine,
invocano l’abisso senza rima,
fluttuano senza galleggiare,
e dal fondo i mostri chiamano
e infuriano i canti pirata
e i gabbiani fatti corvi albini
canzonano il mio andare
e stridono nel giorno
le iniziali del mio nome.
tutti scrivono cose e sempre meno leggono.
tutti parlano troppo e quasi nessuno ascolta.
Ovviamente me incluso.
Credo sia la sindrome del nostro tempo.
la solitudine del nostro secolo si è disabituata al silenzio.
ci hanno bombardato di parole inutili e adesso il silenzio ci imbarazza.
Abbiamo perso il legame con la natura
che è fatto prevalentemente di ascolto, movimento e contemplazione.
Ognuno cerca di simularla come meglio può, la natura,
ovviamente creando palliativi inutili e di pessimo gusto,
e non è certo arte nella maggior parte dei casi,
ma non ci vedo niente di male nella sopravvivenza.
mi rivedo in ogni idiota che cerca grottescamente di salvarsi,
mi rivedo nel suo tentativo di agganciare la realtà, non riuscendoci,
a prescindere dall’esito e dallo stile, siamo sempre più simili di quello che sembra.
Quando la vita ferisce
nessuna poesia parla
della ferita,
tutte le poesie
portano in seno
una ferita.
Nessuno si guarda
la gamba spezzata.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
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