vita che mi trafiggi senza pudori
ed inchiodi i sentimenti
alle assi del giorno
fai lo scalpo alle albe spensierate
aneli un tramonto glorioso
ed entri come un toro che carica
nel mio petto senza sangue
vita che mi sotterri di tenerezza
che mi hai fatto ingenuo col silenzio
che mi hai tolto il fuoco dagli occhi
e la luce dalle mani
e mi hai donato in cambio la pazienza dei morti
l’eternità delle cose profonde mi chiama senza voce
dalla memoria che non ho perduto
senza allegria ho perduto il mattino ed
in una pozza di solitudine ho ritrovato la notte
che mi aspettava nervosa come un’amante scontenta
fa che da questa lacrima
che scuote le ossa ed il sole truce d’Agosto
sia nuova vita mortale
fa che il mio corpo teso sia un arco
da cui saettano le meraviglie
che non ho saputo cogliere
e che ho perduto in una smorfia di dolore
nel mentre che la strada mi faceva uomo.
L’uomo che brucia
guarda l’uomo che brucia
ha il cherosene negli occhi
gioca col tavolo e il bicchiere,
il suo universo è caduto
guarda com’è bello
l’uomo che brucia,
e le cose che passano
e non passano mai,
guarda i suoi gomiti
come fendono l’aria ,
e il suo silenzio
che ha l’odore del legno,
senti, senti che musica,
quando accenna a cantare
senti che opera, che vastità,
che cosa è più vasto di un uomo che brucia?
guarda il deserto, il saluto, il cenno del capo,
l’infinito ha ingannato la morte,
e il temporale nel petto
e il tempo ignorato,
guarda, guarda che bella,
questa stella innocente, che si lascia guardare,
cade dolce e selvaggia nell’abisso del giorno,
canta e non chiede, prende e regala,
mondo che regala mondo, vita alla vita,
sale la canzone dei mantici dal centro del mondo,
quasi un dio, un santo senza nome, Vulcano,
la verità è che un cuore che brucia
illumina il cielo, anche da solo, anche uno solo.
maiunaggioia
una breve solitudine è necessaria
riordinare i pensieri è necessario
sperso per i viali della sera
il cielo arrossa e la strada pare petrolio
in mezzo al ribollire di lamiere e motori,
sul mare si è alzata una brezza leggera
solletica la pelle arrossata dal sole
gioca col ciuffo scuote le teste
ed io non ho bisogno di niente,
il sale secca le ciglia e le orecchie
la tardona che ammicca
il ghiaccio rinfresca il bicchiere
la bella ragazza che mi viene incontro
sorride e mi porta il conto
maiunaggioia, ho pensato,
ed io tuo seno così distante
e le tue gambe sincere
e la tua bocca di pesca
e le tue mani sottili
il tuo naso
il cuore il culo
il tuo sguardo
quell’altro sguardo
e l’altro ancora
e quella volta che…
che cazzo me ne sto a fare da solo
se ti penso ogni stramaledetto minuto?
Ho preso il telefono, ho fatto il suo numero,
nessuna risposta.
Meglio così, dice una voce,
non sai che ti perdi ne risponde un’altra,
vaffanculo incalza un’altra ancora,
richiamerà, sì richiamerà, speriamo
prima che l’andropausa abbia compiuto il misfatto
borbottano gli angeli da dietro una nuvola…
Il resto della serata è un bicchiere sudato
un classico ritorno di bolina, qualche ululato,
la casa vuota che gode nell’eco
del chiavistello che scivola,
io che godo nel profanare la casa
e questo è l’apice dell’eros
e poco altro da dichiarare
qualche zanzara
tracce di sonno.
i grandi sentimenti
i grandi sentimenti
sono sotterranei
come le grandi paure,
escono fuori col tempo,
resistono,
come le spore del tetano,
ma ammalano da subito,
e quando emergono
è solo per il colpo di grazia.
i sentimenti meno comodi
Certe volte i sentimenti sembreranno ingrassare solitudini,
ed è esattamente quello che accade.
Bisogna imparare a convivere con i sentimenti meno comodi,
e resistere, ed essere un poco tristi quando la vita lo richiede.
Bisogna sfruttare le correnti che ci propina la vita, purché si salga, purché sia vero, e farsi trasportare come i grandi rapaci, ci vuole pazienza, ci vuole coraggio, e portino pazienza i paganti, se
qualche volta sembreremo impazzire, per poi picchiare come se non ci fosse un domani, stridendo come falchi metallizzati sulle autostrade.
Quando la distanza si farà esatta, capiremo il disegno, senza aver bisogno di guardare.
Poi il salto si prenderà tutto quanto, l’egoismo detterà legge, ed urlerà di andare verso il sole, assecondatelo, ma non presentatevi, anche voi, con delle ali di cera.
Nell’attesa non cazzeggiate troppo, avete tempo, imparate il bricolage;
fate della solitudine, una laurea, ed esercitate il silenzio, dopo aver parlato troppo.
Notturno
una coppia attraversa la strada
ognuno con una 66 di birra sudata
si scrutano, flirtano,
sorridono, si baciano, proseguono.
dall’altra parte della rotonda
un cirrotico si regge la pancia,
incerto accelera il passo nell’attraversare la strada,
gli mancano le scintille dai piedi,
come una stella cadente mi attraversa lo sguardo.
gli autobus notturni e i taxi
fanno la spola all’ inferno
e gli amanti si scambiano carezze
e nell’ombra si scambiano dosi.
nei pressi della stazione tutto è concesso,
tutto è precario, in bilico, assoluto, rovinoso,
estatico d’estate, ma estatico anche d’inverno.
Io che vivo sopra questo quadro disgraziato
sopravvivo a tutti questi amori rubati
a queste disgrazie annunciate a queste ferite perpetue,
alle risse, agli scippi, agli abbracci,
ai ritorni, alle partenze, ai comizi.
E resta sul fondo delle mie parole, un deposito di cose straziate,
dove i miei sentimenti ristagnano, invecchiano, ma non migliorano.
Incagliato nella secca delle sirene perdute,
mi sono inventato una vita, dove i silenzi hanno parole d’amore,
e le strade portano in posti dove mi hanno cercato,
Ma resto qui, inchiodato ai miei sogni, senza buone parole.
Ho preso in prestito, con destrezza, tutti gli abbracci dei treni,
e ne ho fatto una collana di perle, con cui ogni notte, prego,
come fosse un rosario, la preghiera delle cose taciute.
c’è della grazia nella solitudine
c’è della grazia nella solitudine
nelle corse a picco sotto il sole
in mezzo al degrado di una periferia
abbandonata anche dai rom,
tra assorbenti e preservativi usati
schivando qualche fazzoletto sporco
e i falò abusivi ancora caldi
se quando hai voglia di correre, corri
e quando ti stanchi e ti va di passeggiare, passeggi.
e il sudore che brucia come sapone negli occhi
e il contadino che ti saluta con un cenno della testa
ti chiede se vuoi dell’acqua, e tu accetti
come se fosse l’unica cosa giusta da fare al mondo,
e poi ringrazi e riparti facendo un cenno con il capo
ed ogni volta impari qualcosa, non si è mai gli stessi.
Napoli il 98-2000
l’esame di Analisi 1 sui tetti di Napoli,
il Cavone, La Pignasecca, Largo Donna Rgina,
il fumo self service dentro il calcio balilla a Montesanto
Sasà, Celeste, Lucia, i domiciliari, la ricettazione,
Io non fumo, ma le so fare, Rachid ed il senso dell’onore marocchino,
i limoni per le pere di Sasà, servivano sempre per il thè.
La sua fidanzata bellissima,
l’odore dei ragù alle sette di mattina,
Le lasagne della signora Anna, le risse mio malgrado,
le corse nei quartieri spagnoli, la casa di Gennaro capuozzo numero 1,
La casa cartolina a salita Tarsia che non prendemmo mai,
Lo spaccio di vettovaglie della signora maria,
I panieri calati dai terrazzi, le ripetizioni ai bimbi,
Io lessi tu lessi egli rin tin tin
la signora col cane all’ angolo coi Pellegrini
citofonare al quarto piano e dire “studenti”
a san biagio nel mezzo ai presepi, ha una pistola,
Zitto e cammina, non guardare, ci ammazzano.
Gli scippi, l’agguato, i morti, l’ allegria ad ogni angolo di strada,
Il Borgo marinaro, castel dell’ovo di notte,
il rettifilo, il Maschio, il 109, i trans, le puttane epilettiche con cinque figli,
Le avances di signore facoltose, l’amore,
i risvegli in case sconosciute nei letti sconosciuti
sempre con la stessa ragazza, il delirio delle albe a spaccanapoli,
Le retate, i global forum, le cariche della polizia,
I tribunali, La pizza Da Michele,
Sorbillo è sempre piena
I falchi, bastava una parola, e ti cagavi addosso
Il vino in bustine del “Vascio” alle cinque del mattino
le rapine, gli attentati, i falò delle puttane
a Gianturco tornando dai centri sociali
Non passiamo da Garibaldi che ci rapinano,
il centro direzionale di notte, i baci a San Martino,
Le case crollate, i muri crollati, i sogni crollati,
i primi amori finiti sotto le macerie di un pavimento caduto,
e le risate dei pompieri nel vedermi nudo e pieno di scritte indelebili,
e le risate fino ad avere i crampi, le tante risate, e l’amore, e ancora risate.
Ho scritto di Nina e di Chet
Ho scritto di Nina e di Chet perché là si annidava l’amore.
L’amore che tanto temete, in purezza, nella forma piú distruttiva
Che lascia dietro di sé una scia di corpi estasiati, dannati,
Giovani. Non si è mai veramente pronti, tanto ad amare qunto a morire.
Non servono la filosofia e la tecnica. Bastano i sensi, la vita sola è necessaria.
Solo chi comprende l’anarchia della bellezza rischia la vita,
Altri affermeranno che non ne sarebbe poi valsa la pena….
Chi si è perduto soccombe chi si ritrova sopravvive chi viene ritrovato ha culo. Gli altri campicchiano…
wild is the wind
nell’immobilità del mezzogiorno
quando il sole non lascia fuggire più l’ombra
ognuno è quello che è, tautologicamente
una cosa senza appendici,
ed io non mi basto, lo dico senza timore,
sono così poca cosa alla luce del sole.
con chi condividere lo splendore dei giorni?
a chi mostrare come ho vinto il terrore?
potessi amarmi pochi minuti al giorno
potrei godermi la scopata clandestina,
ma tutto è lontano dal cuore, troppo lontano è il mondo.
La donna a cui ho legato il mio nome
è anche lei, ormai, un’ombra lontana.
invento due balle alla tizia davanti e
la fila del bancomat diventa un salotto
il sole regala scintille, indosso gli occhiali,
il vento rinfresca gli sguardi e le cose rivanno,
parliamo del mare ma poi mi distraggo,
le persone che vanno e che vanno e ritornano
buste di plastica, borse LV, portano cose, parlano,
e ritornano e poi rivanno coi loro nomi tra i denti,
mentre è arrivato il mio turno
e la ragazza di prima, stizzita, mi volta le spalle,
scusami Lara, con un filo di voce.
C’è solo la gente che passa, fuori, dentro, solo passaggi
e una canzone che nasce mi risuona tra i denti…
wild is the wind…
la bellezza in agguato
il cane che rincorre il padrone,
l’automobilista che sorride
alla vecchia che attraversa la strada,
il primo bacio, l’ultimo abbraccio,
il ritorno, il perdono, la carezza,
il vento fresco che accarezza il sonno
ne i pomeriggi d’estate,
il quadrato azzurro che si intravede dalla finestra
nei mattini d’inverno
la sua voce, il suo silenzio, ci capiamo al volo,
la morte che ci richiama alla vita,
la mia maniera mediterranea di impazzire,
la doma che non so accettare,
ti voglio bene a prescindere dalle cose mortali
il gatto che si allontana dopo aver mangiato
le lacrime taciute sui cuscini
i sorrisi regalati alla notte
tornare a casa da soli dopo una lunga notte di spade
tornare a casa, una casa,
i nonni, i loro ricordi, le loro tracce perdute
nei nostri lineamenti, hai il sorriso di tua madre,
lo sguardo di tuo padre, e un carattere di merda,
mi piaci anche se sei un disastro totale,
siamo troppo diversi, siamo uguali,
la prima lettera d’amore, l’ultima,
i compagni delle elementari che perdi di vista
a cui vorrai sempre bene,
il primo cazzotto che ti ha rotto il naso,
tutti gli amori e i presunti tali,
tutte le donne che ho baciato
e quelle che mi hanno fatto una carezza
quando ne avevo bisogno
ma soprattutto le carezze che non sono riuscito a fare
e quelle che non mi hanno mai fatto e che non mi faranno
quando la paura dell’ignoto avrà preso il sopravvento
c’è bellezza in tutte le cose anche nella mediocrità dei pensieri
c’è la bellezza in agguato ad ogni angolo di strada
e non puoi fare altro che arrenderti.
ci sono due luci sul mare
ci sono due luci sul mare
una lampeggia SOS
l’altra si spegne nel buio
ci sono due luci sul mare
una lampeggia SOS
l’altra è una casa che dorme
non c’è più nessuno sul mare
sulla costa c’è gente che dorme.
domani qualcuno dirà,
“erano belle le luci sul mare”
alcuni diranno: “dormivo”
altri non ci saranno.
ci sono sempre, un mistero,
una svista e una speranza tradita,
per ogni bellezza strappata alla morte.
