crescendo impari che non si chiede
non si domanda permesso
non si sondano i gusti
ti ritrovi a dare quel poco che hai,
senza speranza, senza futuro,
il culo a volte ti tende una mano,
e ti sorride, e qualcuno spartisce,
e si costruiscono cose, così, eterne,
durassero pure due giorni.
Crescendo impari che, altrimenti, vaffanculo.
tutto e niente
la poesia mi ha lasciato
in questa tempesta di segni,
non una luce nell’ombra.
Ogni posto è niente, tra
le cose non hanno nomi,
io sono una cosa sola, e tutte, e
più nessuno dice il mio nome.
Dico di essere tutto,
e di certo lo sono,
poiché mi sento niente,
e certamente lo sono.
that’s life
le illuminazioni arrivano quando meno te lo aspetti,
al netto di quelle delle feste, ché quelle arrivano puntuali
ad ogni festività. Comunque, dicevo, un giorno, ti svegli, e pensi,
che è così che deve andare, e resti, oppure te ne vai, ma
niente sarà più lo stesso, perché le cose cambiano, è un dato di fatto.
E dentro di noi si aprono distanze, crepacci, tra un’idea e la’tra,
tra il passato e il futuro, tali che, il presente, lento e privo di malizia,
vi precipita sul fondo, col suo bagaglio di nostalgie e di sguardi
e di pensieri insicuri, isolandosi così dal resto del tempo.
Senza un futuro a cui guardare e ciechi di un passato ancora caldo,
anche gli addii risultano cosa leggera, ed il pensiero successivo
è che sta per arrivare il caldo, così, comincia a montare dentro il petto
un desiderio di gelato, al pistacchio e macadamia, magari.
Il resto dei pensieri si accodano come pulcini uno dietro l’altro,
e si incamminano freschi, vergini e leggeri, verso la gelateria.
Così è la vita, o così vorremmo che fosse.
un caffè, cinque minuti
in uno spicchio del pomeriggio, tra una cosa e l’altra, seduto cinque minuti al bar per un caffè di rinforzo, ho incrociato una ragazza.
Parlava alla sua amica con commozione, era bella, come sono belle le cose disperate che rispondono con lo sguardo a tutte le domande.
Mi è venuto in mente un libro letto tanti anni fa, della Duras, un libro che amai molto, ma di cui adesso ricordo molto poco, se non l’odore claustrofobico, e di abbandono intriso in quelle pagine.
“in quel caffè, quando aveva parlato di quell’uomo che avete amato, dei suoi occhi, ecco, in quel preciso momento vi ho desiderata.” ( cit. Occhi blu, capelli neri. )
C’è una felicità latente, in ogni gesto vitale, disperato o meno, una felicità crudele, come la verità. Come le scelte difficili, dolorose, ma vivide, in continuo mutamento, in accordo con l’universo, nonostante le note stonate, nonostante il jazz.
L’umanità, mi piace, nonostante tutto.
Mo’ lo spicchio è finito. arrivederci.
cose terribili
c’è qualcosa di terribile in ogni risveglio.
in ogni prima volta si annida la morte.
dietro la bellezza, dietro la verità,
riposa la morte…
e se pure non la vedi, la senti.
La sua canzone è silenziosa,
oziosa, come il tempo, senza fretta,
come tutte le cose che uccidono.
c’è una parte ancora intatta dentro di me
c’è una parte ancora intatta dentro di me
ancora non intaccata dal mercato
che mi fa vivere male
che mi fa reagire ,
che non sa mentire
che non conosce compromessi
è sincera, e mi fa perdere cose
e trovare altre,
mi fa sopravvivere, viaggiare,
distrugge amori mai nati,
e mette alla prova amicizie,
mal tollera un sacco di cose,
però sa perdonare,
parla in maniera volgare,
piange, si dispera, e fa disperare
ma sa ridere di gusto.
ha la battuta pronta, stupida, acuta,
ottusa, isoscele, volgare, a chiocciola,
sa parlare al cuore
come quando avevo sei anni,
mi causa un sacco di guai,
conosce la gelosia, ma non il possesso,
sa dire grazie, e sa rubare,
sa costruire e sa distruggere
e con la stessa leggerezza
dice eccomi e dice addio,
e poi ritratta e chiede scusa,
sa di esagerare, non è per tutti,
pochi la capiscono,
perché pochi capiscono.
Io spesso fatico, ma
lascio a lei le decisioni,
almeno quelle difficili,
e lei mi porta in posti privi di speranza
dove prendi tutto, oppure perdi tutto,
mi mette spalle al muro quasi ogni giorno
ed io fatico a starle dietro,
soprattutto di notte,
quando lei è sempre vergine,
ed io comincio ad accusare
le sue giovani angherie,
e la sua purezza mi pare stupida, talvolta,
e mi imbarazza, ma poi capisco,
e lei perdona, ogni volta, le mie debolezze,
e mi chiede amore, e mi chiama uomo,
ed io le scrivo lunghe lettere piene di cose,
da quando non so più amare.
terrone
quasi mai ho avuto nostalgia della mia terra,
perché lei è dentro di me, io sono un terrone,
io sono la mia terra.
Caro Diario
Caro Diario
mi sono svegliato alle sei e trenta
nel mezzo di un freddo monsone primaverile
prima di me si era svegliata la solitudine
non dorme mai la solitudine, è insonne.
ho bevuto un sacco di caffè durante la mattina
ho cercato di addentare due trasformate di laplace
ho letto Erofeev alcolizzarsi sopra un treno
parlando d’amore e di compagni, e di Čechov, della sua morte.
“Io Muoio, versatemi dello Champagne” le sue ultime parole.
Ho cercato di trovare qualcosa di bello nell’accappatoio azzurro
che evoca vecchie canzoni d’amore e il cielo e il mare e la rovina.
Adesso Un napoletano minaccia qualcuno al telefono, sotto al mio balcone:
” io temett’ o’pesc’ mmocca, lota! si’ chijn e’ spaccimm !”
La birra ai fiori d’arancio di stanotte mi è tornata in mente
nonostante abbia lavato i denti circa cinque volte da quando sono sveglio.
Qualcuno ci vedrebbe della poesia, nella mia vita, e forse ce n’è,
scartavetrando la nostalgia dalle pareti, dal telefono che non squilla,
dalle donne che mi hanno chiesto di uscire, inspiegabilmente,
alle quali ho risposto spiegabilmente con frasi evasive…
Non me ne volete. Io questa volta sapevo cosa volevo, e non ho potuto.
Sono cose della vita, Sapere è anche troppo per la mia coscienza.
Mi sono trovato in accappatoio a guardare fuori dalla finestra,
turisti che attraversano la strada, qualcuno curioso alza lo sguardo fino al quinto piano,
ci incontriamo per l’unica volta della nostra vita.
Ho i pensieri che facciamo tutti, la malinconia che sopportiamo tutti,
la mancanza che proviamo tutti, ma una stupefacente allegria mi assale
dal fondo dell’accappatoio azzurro ancora umido fino al ciuffo addomesticato dall’asciugacapelli.
la mia mediocrità è buona parte nel desiderio.
Non si limita a dire Eccomi!, Lei brama come una cagna a cui hanno rubato i cuccioli
e cerca, in ogni pezzo di mondo, senza posa, senza tregua, e impazzisce e si ubriaca e sbava,
e scalcia, e attacca, morde, fugge, scende a compromessi con il peggio, tratta, ignobilmente
l’unica cosa nobile che abbia mai avuto.
Così arrivo all’una, pieno di sentimento, non una traccia di rabbia.
Gonfio come un piccione sazio è il cuore, riposa sull’orlo del terrazzo e dell’indigestione.
Aspetto che si addormenti, bisogna avere pazienza con le bestie,
e Mi domando, che cazzo c’ho da essere allegro?
Giovani Amanti
come siete belli
giovani amanti
tutt’uno coi pilastri,
l’ ombra che vi chiama
ogni volta che s’alza il sole
col suo tormento di labbra,
è la stessa da cui vengo.
come siete belli
giovani amanti
che parlate alla mia solitudine
l’antica lingua dei morti,
portando, sempre fresca,
la parola dei vivi.
come siete belli
giovani amanti…
Così vi vorrei dire.
io resto
L’attesa, la capacità incassare senza farsi travolgere dalla rabbia, la consapevolezza di avere ancora del tempo, la dolcezza, la tenerezza, tutte cose più facili da trovare o in tenera età, oppure quando si è prossimi alla meta.
Nel mezzo c’è un fuggi fuggi generale, ed è comprensibile.
Ma io sono di quelli che restano.
Io resto sempre, anche quando sembra che me ne sia andato.
cosa sei disposto a dare?
tutto!
sei sicuro? No.
Hai paura? Sì, certo.
Sei sulla strada giusta,
ma guardati anche il culo,
ragazzo!
andarsene è un’arte vera e propria.
“l’arte di sapersene andare”.
non si capisce mai
quando è il momento adatto per prendere il largo.
troppo presto è indice di vigliaccheria,
troppo tardi e rischi la vita,
la vita ha un suo tempo
spesso è un tempo dispari
la verità è che la tecnica non ti servirà a niente
i vigliacchi se ne andranno troppo presto
e gli stupidi ci lasceranno le penne.
I fessi, che poi sono i più intelligenti,
quelli che hanno deciso di vivere
accettando la paura che inevitabilmente
si porta appresso la vita, i fessi, dicevo,
resteranno fino all’ultimo respiro,
sino all’ultima goccia di sangue,
e quando si saranno flagellati benebene,
nel nome di una qualsivoglia idea,
l’attimo prima di toccare il pavimento con la fronte,
capiranno, e senza dare spiegazioni,
si metteranno in salvo, seppure claudicanti.
Io di che razza sono?
Me lo chiedo ogni giorno. Un tempo fui vigliacco,
adesso, spero vividamente di essere un fesso,
ma nutro ancora qualche dubbio.
