Almeno tu, nel multiverso.



così chiusi nelle nostre piccole stellesistenze
che ci acceca il perdispazio
ma se mescoli veggenza e meccanica Guantistica
con un po’ di fallimenti australopitechi
e virgole messe al punto giusto e
respiri, e iperboli a tre punti di scavalco
per uscire dallo status quo vegetativo
che chiamiamo vita di tutti i giorni,
si apre. eccola. la vedo. una metafora di carne
che chiameremo Anna, per esempio. Che non è Anna.
ma un infinito di altre cose. Proprio come te. che non sei davvero tu
e nemmeno io. ecco. Incattiviti dai problemi
che non significano niente se poi abdichi: Ma hai paura. Ti capisco.
no, non significa morire. non nel senso ottuso.
ma una resa metafisica ad ogni abbrutimento. N’apertura in pratica.
‘na finestrella di legnetti sopra un frontespazio
che non vuol dire che mi manchi – o che mi mancherai. no. niente.
So venuto già mancato…
Solo che ti amo. O che dovrei. Anche se non sai checcosa significhi. Ovviamente. Ma manco io. ‘ntaggità. Se dico, scrivo una poesia, mica so che è! però la scrivo. sarà pure convenzione,
ma poi la scrivo. Fa’ qualcosa, cazzolandia!
E così, dice la voce, mo ti arrendi. E ami senza troppi tiramenti.
Non per lei o per lui, no. dice:
Per te stessoa, che sì, no sei nessunoa,
ma poi esisti in tutti noi pensati. Dai su:
AAAAAAAHHHllmeno tu nel multiversoh.

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