c’è una tenerezza tragicomica nella mia ostinazione.
quanto resisterà il femore prima di cedere?
e la mano e il piede e l’occhio sempre contro un muro…
quanto sono grande, mi chiedo, per potermi consumare
in così lungo tempo e ritornare sempre nuovo ad ogni accenno di vento?
ha forse un limite la verità al di là della mia mente?
Se la mia sorte è quella che pare prospettarsi all’orizzonte,
allora non ho fretta. Mi colga pure l’uragano di Rimbaud!
Io non tremo, Io temo, soltanto, che la mia umanità prenda il sopravvento.
vanità
Ora che non posso più scriverti
che la vanità mi ha rigato i vetri
adesso che come allora
vorrei raccontarti il mondo,
e che il sole di Novembre
se ne sta alto a confermare ogni regola,
le parole mi si inceppano in gola
tra le dita, come una resina, un peso,
e cerco di fare spazio in mezzo alla polvere
di tutte le cose stipate, e di fare belle,
queste parole inutili, che come un antico arazzo
di cui mi sono sbarazzato per bisogno di soldi,
occupano un rettangolo più bianco sul muro,
il negativo del fumo della mia vita che brucia.
pompini
Chi ha conosciuto l’amore
sa cos’è la solitudine.
chi ha conosciuto la Solitudine
sa bene che niente le è più vicina
di un paio di pompini e un po’ di tenerezza.
Ogni volta che il corpo esulta
si butta un occhio all’abisso.
Imparando a stare da solo
impari a fuggire la solitudine.
ma non si è mai bravi abbastanza
non si è mai lucidi abbastanza
per non cadere, piedi pari, in qualche abisso.
