Deserti

Facemmo a gara a chi aveva il deserto più grande.
lei restò in silenzio.
io scostai appena la tenda dalla finestra.
Aggrottò la fronte in una smorfia di dolore,
come se le avessi conficcato un dito nel costato.
Non parlammo per quasi un’ora.
non c’era gara, nessun dubbio.
In quella stanza non c’era eco
nelle nostre vite non c’era eco
tutto si stava perdendo dietro l’orizzonte.
Avrei scommesso che non esistesse altro là dietro
se non un altro deserto identico al mio
ma ancora più vasto, più solo, più atroce.
il cielo pareva un livido tramonto invernale,
Ma era ora di pranzo, il sole sfoggiava l’ultimo entusiasmo dell’Autunno,
il vapore dalla pentola faceva il rumore della lava, e dentro di me,
un serpente caldo e viscoso, si faceva largo nel groviglio di carni e canali.
Pareva cercare una via d’uscita, tanto spingeva lungo le pareti, ma era condannato a vagare, ancora per molto, selvaggiamente, senza uno scopo.

Non sarò mai uno scrittore

Non sarò mai uno scrittore
Potrò scrivere dei libri
Ma avrò sempre l’aria di chi l’ ha fatto per caso.
Uno che non aveva altro da fare.
Un perdigiorno.
Uno che si innamora di niente
Di un vuoto di un muro di un’assenza perenne…

Bar.bar

Prima del caffè
La gente al bancone
presenta il conto
Come un peccato,
si confessa  ogni mattino
Negli occhi del barista
Per ricevere un sorriso
La  buona parola
Come l’eucarestia
Questo è il segreto
che nascondono i banconi,
I baristi spezzano solitudini

svolgimento: “A volte le anime volano troppo in fretta…”

a 16 anni scrissi un tema.
-Liceo Scientifico G. Peano
vituperio delle genti!-
Da poco era scomparso un amico,
Overdose, si diceva in giro.
Poi scoprimmo che l’avevano ammazzato
per questioni di soldi,
tagliarono la roba con polvere di marmo, fu detto.
La professoressa era di cor gentile,
aveva sofferto la prematura scomparsa del marito,
Il quale, fu un direttore di un noto manicomio.
Lei aveva sempre i capelli arruffati dalla sofferenza,
ci faceva leggere e commentare il giornale e
le poesie, anche se non capivamo niente.
Presto il programma canonico divenne relativo e
non ne imparammo molto.
Comunque il tema non ricordo se fosse libero
oppure aveva ” l’anima ” come argomento.
Scrissi soltanto:

“A volte le anime volano troppo in fretta…”

Sapevo di giocare sporco. Sapevo che l’avrei colpita.
Anche noi avevamo accusato la morte di Bruno,
nessuno se lo sarebbe mai aspettato.
Ma il punto è che il sentimento, la compassione,
la furbizia e il cinismo, vanno sempre a braccetto.
Non ero fiero del mio scritto, anche se rappresentava
a quel tempo una verità, che l’età avrebbe poi 
smentito miseramente.
Il mio voto fu

“8 1/2…”

Non ero soddisfatto, avevo fatto leva sulla debolezza di quella donna,
mi ero finto empatico, forse, o forse fingevo, fingendo, di non esserlo.
Ma non è importante.Erano belli però quegli scampoli di ozio creativo.
Imparammo credo ad impiegare il tempo facendo “cose” al posto di altre.
Piccole libertà.
Forse era la coda degli anni settanta che strisciava nelle nostre aule,
nel nostro anno di nascita, il 1979. Poi, salvo rare eccezioni,
Il Liceo G. Peano di Marsiconuovo, divenne un covo di professori ignoranti, gretti, ottusi, spesso folli, grotteschi oltre ogni scibile,
quasi animali storditi dalle abitudini.
Non ci salvammo. Imparammo poco. Avevano così poco da offrire…
Però eravamo Allegri, quasi tutti, quasi sempre…
E poi c’era Peppino, Il prof Peppino La Veglia, uomo di studi,
grande cuore, pochi capelli, giacca cammello, sudorino in fronte, tenerezza a palate, ma questa è un’altra storia…

Pozzanghere

pozzanghere merde di cane e odore di marcio
foglie cadute troppo presto e fango
pioggia ininterrotta e castagne e piccole alluvioni
pericoli di piena piedi bagnati e pantaloni zuppi
adesso che le cose cominciano a cadere
adesso che le cose fanno il suono della morte
adesso che il letargo sembra tramortire il cuore
vorrei che mi sorprendessi con un’Estate terrifica
con un’Estate aridissima, vorrei un Sahara rovente nel petto
dove i gesti risuonano a lungo come gong rituali,
come le rose che fioriscono lontanto ad Atacama
e non questa torbiera intrisa di sabbie mobili fetide putride e oscure
dove ogni passo è molle e dove persino l’eco risucchia la terra.

Articolo 2. Ritenta, sarai più fortunato.

tutte le poesie sono dichiarazioni d’amore
tutte le poesie nascono nel terrore, e
poche sono quelle che sopravvivono all’alba.
le mie non sono poesie, sono distanze,
incontri, scontri, incidenti e frettolose ritirate,
le mie non sono poesie, sono attacchi, braccia aperte,
ritirate strategiche, monoliti, non sono altari, ma ne hanno la forma,
sono morti e sono feriti, venti, armistizi, costituzioni labili e improvvisate…
Articolo 1. Coraggio. 
Articolo 2. Ritenta, sarai più fortunato.
Articolo 3. Sii vario ed eventuale.

mi piacciono le persone che guardano l’arte con sospetto,
non chi dice di essere permeato dal divino.
mi piacciono le persone che si avvicinano all’arte come all’amore.
come me, con rispetto, irriverenza e mistero,
quelli che : “sì è bello, ma non ci ho capito un cazzo!”

indigena

prima caddero le sirene

prima caddero le sirene
appresso fuggirono le muse
quindi toccò ai desideri, e
di tutta questa mitologia
non resta che polvere
e qualche accenno d’impresa,
troppo poco per essere epopea, 
abbastanza da non essere perduta.

ho scritto una poesia sulla puzzetta

Non lo saprà nessuno
ch’eravamo
nudi nel letto
mentre il mondo 
fuori la finestra
si copriva di stracci.
non lo saprà nessuno
che io nel letto
ho fatto del mio cul trombetta,
anche tu lo scopri solo adesso,
e non ricorderai il giorno esatto
perché non te l’avrò mai detto.
Ci sono cose che nascono già morte,
piccoli segreti meschini
che restano sepolti solo per dispetto.
Puoi prenderti il culo
il mio cuore e la mia vita,
ma non sarò mai tuo fino alla fine.
Difendiamo la nostra solitudine
a spada tratta, poiché solo lei
ci terrà in vita, lucidi, 
per tutto il tempo necessario.

Niente da dire

niente da dire, voglia di raccontare.
Ho il terrore dei pensieri banali,
come quando ero piccolo,
quando mi ammalavo, e pensavo:
“resterò così per sempre,
non guarirò mai più.”
Come quando non mi riesce
di scrivere una parola dietro l’altra
che abbia un senso quasi compiuto,
e rinuncio, e penso che forse
non scriverò mai più.
E tutto sommato
qualcuno si gioverà
anche del mio silenzio.
Allora per dispetto
scrivo due cazzate,
e le metto pure in versi,
solo per dire:
Eccomi, con tutto il mio fetore.
Tappati il naso mondo,
mi scappa la stronzata!

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Un Artista Minimalista

Italian visual artist, writer and musician

Pensieri spelacchiati

Un piccolo giro nel mio mondo spelacchiato.

Riccardo Fracassi

Non solo Fotografia

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