Voglio zappare la terra

restare a casa significa divorarsi,
fare testa a testa col leviatano,
tutta questa arte del cazzo
che scava e riscava dentro al cuore
dentro al fegato nei polmoni nelle ossa
questa osteoporosi dell’anima a cui tanto aspirano
certi intellettualoidi metropolitani
mi ammala senza che le abbia dato il permesso,
come se esistesse solo l’acutezza, nell’universo
come se l’arte fosse la risposta a tutto
come se avessero davvero la capacità di vedere la bellezza
come se fosse l’unica cosa buona da fare
immaginate il mondo pieno di terra divelta
godete nel portare alla luce le ferite degli altri?
sguazzate nel dolore altrui e ne fate il vostro abito da sera
da indossare in mesti festini molto educati,
solo eprché non siete in grado di comprendere,
non capite un cazzo,
ma non ve ne faccio una colpa,
non sapete cos’è il coraggio, il rischio, l’abbandono,
l’affidarsi agli eventi sperando di trovare la forza lungo la strada.
Non sapete cos’è la strada
altrimenti ve ne stareste alla larga,
braccia conserte seduti sulla spiaggia
come dopo l’ennesimo allarme squalo.
rivendico il diritto alla deficienza
rivendico il diritto alla spensieratezza
rivendico il diritto di ubriacarmi
rivendico il diritto all’allegria
e se per essere un grande scrittore
devi stare nella tua cazzo di cameretta
a picchiare duro sui tasti
per fare il buon combattimento di sta ceppa
io voglio zappare la terra
tornare a casa dalla donna che amo
e scoparla fino a farle venire le rughe dalle risate
e fare del suo corpo e dei campi intorno
e della parola sincera
la più alta manifestazione della mia letteratura.

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io ero per te… tu eri per me…

io ero per te…
tu eri per me…
qualsiasi cosa
avremmo potuto essere 
l’uno per l’altro,
eravamo la fiamma
che solletica il cuore,
adesso hai deciso che
siamo due lettere,
da non spedire,
e senza passato,
ed io, che sono scemo
e gioco col sangue
e sbeffeggio il destino,
t’ho accontentata
come un ragazzo qualsiasi,
e non da poeta…
ho finto una fuga senza ritorno
come se avessi qualcosa,
qualcosa da perdere,
come se avessi paura.
Ma è tutta una farsa
anche se eterna, 
immutabile e ottusa
la bestemmia
il colosso di pietra
a cui ho dato vita
e licenza di irrompere
dentro il mio fresco canto.
Che iddio mi perdoni.

niente

non resta niente
di queste domeniche da risulta
solo il passaggio del tempo
una vecchia radio da novantesimo minuto
andata in pensione
il primo sole d’autunno
l’aria ancora di mare
non resta niente
di questi fantasmi
che passeggiano nei viali
e nelle piazze ancora calde
non resta niente
delle loro vesti bianche
dei loro versi taciuti
amori in frantumi
incontri negati, aborti,
domeniche a sangue freddo
risvegli assonnati
un pugno di mosche
mi ha tramortito il cuore
attraverso il giorno
senza un filo di rabbia
mi sono arreso alla brezza
e la mia bandiera bianca
portata via dall’uragano
ha mascherato la mia resa
non resta niente della mia tenerezza
adesso che indosso il sorriso profondo dei morti
potrei sfidare a duello chiunque
la mia mano stagnante
non avrebbe timore
ho curato la febbre dell’oro
ho vinto l’estasi di dio e
sulla strada deserta e polverosa
nemmeno un duello 
per cui valga la pena
imbracciare il fucile.
anche l’uomo col fucile
se non incontra qualcuno con la pistola
è un uomo morto.
abbandonate le armi
non resta più niente.

extrasistole

extrasistole
quando sono triste 
il cuore pare arrancare
e la strada si fa 

corridoio deserto

sto per morire?
raddoppia il cuore,
incalza la pompa fuori dal tempo
cosa mi manca?
sto per svenire?
grancassa punk 1121, 1121
il cuore contro il tempo
manco un secondo e sorrido
per com’è fragile l’uomo
per come è forte il mio amore.
Rallenta l’entropia dell’universo
il cuore ritorna marciare,
come’è fragile l’uomo!
quante cose restano oscure!

Vita, che ti chiedo sentimento, e tu rispondi fica…

Vita, che ti chiedo sentimento,
e tu rispondi fica, e vizi, e morsi,
e cadute, io mi inchino,
come un dio che sosta alla tua ombra,
al tuo crinale, mi piego, e aspetto.

passeranno in fretta i giorni della carne.
e quando non chiederò che fica, lo so, 
beffarda, mi affogherai col sentimento,
e sarò ancora lì, ancora testa bassa,
ad ingannare il tempo, nella rincorsa,
l’incidente, il desiderio, lo scontro.

Nostalgia

La festa era riuscita.
La nottata, lunga e confusa.
Voleva un poeta da mettere all’occhiello,
ma non ero un poeta, non avevo niente da dire.
Mi ha trovato dove nessuno mi cercava e
ci siamo incastonati nell’ ombra.
il mattino ci ha sorriso, la giornata era bella,
lei sorrideva, il caffè era perfetto,
la poesia si nascondeva, tutto era fresco,
niente mi apparteneva, non ero più io.
ci siamo detti buongiorno,
e con un aprire di tende
è incominciata la notte

porto dentro me il seme della guerra

porto dentro me il seme della guerra
e il vento che investe il nomade alla sera
quando prepara un letto di s-fortuna,
spesso incontro la distruzione nel mio petto
e l’urlo della anime dannate è uno dei canti di casa.
eppure sono lontane, ormai, le dipendenze,
e le cieche disperazioni dei perduti.
porto dentro di me l’indifesa tenerezza degli assaggi di morte
e la morte compiuta, la verità, che si leva, al di sopra della vita,
come una mano tesa nell’ignoto.
allevo questo sentimento con parole buone, le vostre e le mie parole;
parole che hanno conosciuto il terrore, la solitudine, e la dimenticanza.
Il giorno è una stanza piena di sedie, poltrone e comodi divani, adesso,
dove uomini e cose seguitano a raccontare storie, 
spesso armate di silenzio.