non c’è canto di popolo in cui
non mi riconosca,
non c’è bocca o sguardo
che non sia anche la mia,
né parola antica, gridata
che non m’abbia partorito.
non c’è canto di popolo
più atroce di questo silenzio,
al quale mi piego, ogni mattino
genuflesso e rabbioso
solo, come un dito piegato,
pesa, un uomo,
sui tasti gommosi d’ un telecomando.

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