vivo la felicità
come fosse un tumore
all’ultimo stadio,
con una certa
rassegnazione,
con incertezza,
sommessamente,
quasi da estraneo,
da ateo,
come se aspettassi
che si è appena palesato.
Come se mi inseguisse
un sorriso a marcia indietro,
per investirmi, dal futuro
grottescamente,
suonando “la Cucaracha” a tutta randa
con le trombe bitonali,
nel mezzo di un mercato messicano
di un vecchio film di frontiera americano.
Ed io immobile, come un gatto
nel mezzo della strada, rapito
dai fari di notte, morirei qui,
non mi sposterei per niente al mondo.

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